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Editoriale di Lapo De Carlo, il dovere di non illudersi troppo

Editoriale di Lapo De Carlo, il dovere di non illudersi troppo

Questione di percezione ma il periodo di stagnazione nerazzurro sembra finalmente essere arrivato al termine, almeno per quanto riguarda la scelta e l'insediamento del nuovo allenatore. La composizione del nuovo staff tecnico e la riorganizzazione del management interista sono alla base del ritardo nella messa a punto dei colpi che dovranno riformulare l'organico. Allo stesso tempo credo sia comprensibile un pizzico di iniziale delusione, esattamente come un tifoso che segue una partita appena iniziata, con un approccio che suscita qualche perplessità.

Il contrasto che provoca ansia è quello tra un Inter che chiude ai minimi storici la stagione e una società che proclama la grandeur imminente, con acquisti prodigiosi e strategie di rilancio che stando alle promesse porterebbero l'Inter ai vertici del mondo, tra l'elite delle grandi. Zhang jr in questo senso ci ha dato dentro con alcune promettenti dichiarazioni di intenti. E' il principale motivo di speranza che però si scontra con un tempo infinito nella chiusura dei conti del fair play finanziario, il quale sembra attanagliare solo l'Inter. C’è persino un giocatore da sacrificare che beffardamente risponde al nome di Perisic, unico che ha un mercato ma anche tra i pochi nerazzurri di livello internazionale. Dunque ripartenza ad handicap, un passo indietro per farne avanti.

Va bene ma nel frattempo l'Inter sembrava aver intrapreso la strada dei giovani di prospettiva, con particolare riferimento a Schick, fino a un mese fa davvero vicinissimo, poi la dissolvenza e la perdita dell'obiettivo che sembra più probabilmente destinato alla Juventus. C'è poi il tormentone Conte e per un certo periodo anche Simeone, eletti dal pubblico e soprattutto della dirigenza, come i candidati più intriganti e importanti per risollevare l'Inter, tenendo d'occhio anche opzioni più vicine al modello De Boer, come Jardim e Pochettino (non ha senso prendere allenatori pur bravi come loro che non hanno alcun esperienza nel nostro campionato esattamente come l'olandese). Ha invece preso sempre più consistenza l'opzione Spalletti, sia per credibilità che per capacità, sia per convenienza che per esperienza, oltre al non trascurabile dato che l'allenatore era anche il più facilmente raggiungibile. E' però evidente che la società ha tentato ogni mezzo per prendere Antonio Conte, con un'offerta mai vista prima d'ora per un tecnico. Elemento che ha mostrato quanto potente potrebbe essere l'Inter in una Champions League e senza questo singolare modello di ripartizioni economiche.

La Juventus, pur perdendo la finale, ha ottenuto più di 130 milioni. Impossibile recuperare in poco tempo il gap tra l’Inter e le squadre che ambisce a raggiungere. Nonostante i soldi che Suning ha a disposizione. Allo stesso periodo il Milan, dopo avere realizzato il closing, ha imbastito una rapida campagna acquisti con idee chiare e una certa velocità di esecuzione. Ricapitolando: se non riesci a tenerti quello che probabilmente è il tuo giocatore migliore per questioni di debiti, perdi il giocatore di prospettiva migliore in circolazione e non riesci a prendere il miglior allenatore, mentre i cugini procedono speditamente, la percezione è che si stia perdendo del tempo prezioso.

Fortunatamente le cose stanno diversamente perché l’Inter si è decisa a ricostruire le fondamenta e creare una dirigenza capace di lavorare in sintonia con la squadra e l’allenatore e non procedere più a compartimenti stagni. Il primo mattone è stato l’arrivo di Sabatini, annunciato a sorpresa 12 ore dopo l’esonero di Pioli. Da quel momento è iniziato un percorso di elaborazione societaria mai registrato prima. Dopo Moratti, durante la presidenza Thohir, la direzione fu quella di arredare la società con uomini in grado di sviluppare più e meglio il marketing e il merchandising per l’Inter, delegando a Mancini e Ausilio il compito di fare e disfare con quello che c’era a disposizione. Poco. Oggi invece Zhang ha probabilmente compreso che senza una dirigenza in sintonia con lo staff tecnico non si può realizzare una squadra vincente.

A breve verrà annunciato Luciano Spalletti come nuovo tecnico e da quel momento si procederà con la campagna acquisti. Un metodo dunque e non più l’estemporaneità, una buona notizia che però va consolidata con la composizione di una rosa capace di raggiungere l’obiettivo minimo della qualificazione in Champions. Questi due mesi però, a differenza del passato, invece di trascorrerli a sognare e ad esaltarsi per ogni nome, passiamoli anche a vigilare sulla bontà del lavoro societario. Basta pensare solo per pessimismi cosmici e ottimismi incontrollabili. L’Inter è anche nostra. Amala.

Editoriale di Lapo De Carlo, l’Inter si abitua a vincere per il futurol

L’Inter si abitua a vincere per il futuro

"Ma chi? Conte? Quello juventino non lo vogliamo".
"Ma chi? Simeone? Sì così si gioca peggio di sempre".
"Ma chi? Spalletti? E’ la fine. Cosa ha vinto mai?". Eccetera...

Una buona parte di interisti sta praticando l’arte del tafazzismo, nato dal logorio della vita nerazzurra che inacidisce i giudizi e ritiene inadeguata qualunque proposta. Da una parte è comprensibile, dall’altra è illogico, perché le cose e le persone vanno giudicate con ragionamenti e non con slogan.

Ci arriviamo tra poco ma prima un rapido commento all’addio di Palacio, capitato all’Inter nel periodo forse più nero della sua storia, meritandosi comunque grande stima da parte dei tifosi. Il Trenza è stato un professionista a cui si può imputare solo di non aver mai avuto il carattere del trascinatore e non aver dunque mai preso la maglia di capitano proprio per quel carattere schivo che è una caratteristica diventata suo malgrado una lacuna. Palacio è stato un ottimo attaccante che si porterà appresso diversi gol importanti, come quello decisivo nel derby del 2013, realizzato con un tacco di gran classe.

Una considerazione anche sul mini show che l’Inter ha tenuto a San Siro congedandosi dal suo pubblico con una prestazione dimostrativa riguardo il fatto che il potenziale tecnico l’Inter lo avrebbe avuto, ma quello umano era ai minimi storici. Il fatto che Stefano Vecchi, in sede di presentazione partita, abbia confermato che una parte della squadra mancava di cultura del lavoro è parso uno straordinario assist per un luogo comune sui giocatori di calcio che ha parecchio fondamento. Tuttavia diversi dei giocatori in rosa sono stati salvati dall’attuale allenatore, il quale ritiene abbiano le qualità per poter far parte del prossimo gruppo. Certo, non si possono mandare via tutti ma il dato di fatto nel disastro di questa stagione è che l’Inter ha praticato l’arte della rivoluzione con una disperata enfasi e mal riposta speranza.

Ricordo un dato che potrebbe ma credo che soprattutto dovrebbe far riflettere: la Juventus della stagione 2010/11 arrivò settima, come l’Inter di quest’anno e nelle sue fila c’erano Buffon, Bonucci, Chiellini, Barzagli, Marchisio e Del Piero. La difesa veniva considerata un colabrodo, con 47 gol subiti solo in campionato, perché c’è ancora chi non distingue tra la difesa e la fase difensiva (che viene fatta da tutta la squadra). In tutto questo poi anche l’accusa alla squadra di un assenza di identità (vi ricorda qualcosa?). Questo per dire che nell’Inter di oggi non c’è bisogno di mortificare senza distinguo e la società sta faticosamente iniziando ad intuire che serve un lavoro molto più organizzato e una struttura che lavori con la squadra ogni settimana, ogni singolo giorno, che non si distragga nemmeno per un minuto, una dirigenza presente nel vero senso della parola che sia feroce nel pretendere un impegno straordinariamente pagato ai suoi tesserati.

Sabatini in un ruolo che immagino (ma non ci conto) verrà spiegato più e meglio, Ausilio con una parte societaria simile a quella avuta in passato quando c’era Branca, Zhang jr come amministratore delegato per rendere l’organizzazione finalmente snella e non più macchinosa come tutta questa stagione. A quanto pare è praticamente certo che l’Inter ceda Perisic, come dimostra anche il disinvolto abbandono della panchina a fine partita, costato a Gabigol e Joao Mario la convocazione. Il croato era probabilmente il miglior giocatore di questa rosa ed è un paradosso difficile da comprendere che, per far quadrare il bilancio e permettere all’Inter di uscire da questa interminabile tassa del fair play finanziario, debba essere ceduto un giocatore che avrebbe dovuto far parte della prossima squadra. Al suo posto è possibile l’arrivo luccicante di Di Maria ma questa volta non farò grande attenzione al nome.

L’Inter quasi ogni estate ha realizzato campagne acquisti illusorie, con effetti speciali di chi sparava a salve o senza mira, con la compiacenza di una stampa che ha sempre esaltato gli arrivi in nerazzurro come importanti e ambiziosi, salvo poi criticarli aspramente quando fallivano. Oggi all’Inter l’acquisto principale è la cultura del lavoro e della mentalità, diversamente avremo altri insensati cambi in panchina e dispendiose, quanto inutili, campagne acquisti abbaglianti. Siamo tutti stanchi di vedere l’Inter in questo stato e i progetti non si fanno solo con le parole ma con un organizzazione e un identità che all’Inter manca da troppi anni.

La stagione si è chiusa, il gruppo Suning ha avuto il tempo di imparare dai propri errori ed è ora che la società realizzi un progetto vincente dopo le parole spese.

Amala.

Editoriale di Lapo De Carlo, la teoria del caos nerazzurro

Editoriale di Lapo De Carlo, la teoria del caos nerazzurro

Parto dalle edificanti dichiarazioni di Eder: “Chi vuole andare via abbia personalità di andare dal club a dirlo. E il club dica chiaramente chi non vuole, non attraverso altri". I riferimenti sono tanti, a partire da Brozovic e Perisic, per arrivare alla gestione societaria non esemplare. La sua non è una dichiarazione isolata. Ricapitoliamo: domenica i giocatori dell’Inter entrano in campo per contratto e si fanno battere dal Genoa senza opporre resistenza. Martedì sera alle 22.32 qualcuno, non si sa esattamente chi, prende la decisione di esonerare Pioli, per voce di Zhang. Al suo posto Vecchi.

Mercoledì in tarda mattinata viene annunciato come coordinatore di Jiangsu e Inter: Walter Sabatini. Si scopre inoltre che il dirigente era già al lavoro da più di un mese e il primo pensiero che viene in mente riguarda la permanenza di Ausilio. Giovedì Antonio Conte chiude per l’ennesima volta il suo arrivo a Milano ma si scopre che l’Inter è comunque in pressing. Venerdì Simeone conferma la sua permanenza all’Atletico e nel frattempo i tifosi annunciano la contestazione per domenica. In tutto questo Gagliardini deve smentire una confidenza esasperata, fatta al vice di Gasperini sullo stato delle cose di squadra e società.

La partita va in scena e la Nord pratica una civilissima protesta esprimendo ironicamente il disagio con uno striscione bianco che copre l’intera curva, più una dicitura che recita: “Sulla stagione 16/17 stendiamo un velo pietoso”. Poi a metà del primo tempo si alzano e se ne vanno. Lo fa anche la squadra che resta in balia di se stessa mentre i fortunati avversari banchettano con i giocatori che indossano impunemente la maglia nerazzurra. Il paradosso di Inter-Sassuolo viene dal fatto che i giocatori più volenterosi, Eder e Gabigol, stavano in panchina e quelli veramente legati all’Inter, Berardi e Iemmello, giocavano dall’altra parte.

La partita la squadra l’ha giocata nei primi 20 minuti e alla fine, per effettiva assenza di carattere, tale per cui se le cose sono in piano o in discesa la squadra va per inerzia, non avendo anticorpi nel suo organismo questa squadra va regolarmente in affanno quando gli avversari fanno “BU”. Sulla questione dell’esonero è semplicemente incomprensibile. Agli interisti che lo hanno salutato come “sacrosanto”, riuscendo a vederci l’intuizione di una “scossa alla squadra che ora non ha più alibi” (a tre giornate dalla fine? Al quarto cambio in panchina?) rispondo che è esattamente questa dimensione culturale che rende l’Inter da qualche anno una perdente di successo. La politica debole e velleitaria della società fino ad oggi è infatti che l’allenatore viene preso per occupare un posto temporaneo, dandogli un'assistenza limitata ed esonerandolo come soluzione di comodo ad ogni cambio del vento.

Il fatto che Vecchi dica apertamente: “Questa squadra fa errori figli di un modo di allenarsi non al 100%. Ma non è colpa di Pioli, nasce dal fatto che bisognerebbe dare sempre il massimo. Se ci si allena con una certa intensità le cose poi girano bene”. Cioè i giocatori non si allenano da professionisti da tempo, la società non interviene decisamente e l’allenatore viene depauperato da un mese e mezzo, con le voci su un altro tecnico in arrivo. Nel frattempo Pioli, capendo di essere il prossimo ex allenatore, si era già accordato con la Fiorentina. Tutti concentrati sul futuro e nessuno, ma proprio nessuno, sul presente.

Non ho poi capito Ausilio quando prima della partita ha dichiarato: “Sabatini? Ne ho sentite di tutti i colori, lo so dalla società da circa un mese, prima del mio rinnovo, ho anche rimesso il mio ruolo a disposizione della società visto che stavano cercando una figura anche tecnica, mi è stato invece ribadito che sarò ancora solo direttore sportivo e mi hanno proposto un contratto di 3 anni confermandomi fiducia. Anche Sabatini sapeva che avrebbe trovato me qui. In più ci conosciamo, siamo amici, ho letto cose idiote sul nostro modo di lavorare”. Se la società non chiarisce questo aspetto che i diretti interessati danno per scontato, è evidente che sulla comunicazione persiste il problema.

Felice di sapere che Ausilio tornerà ad avere più o meno il ruolo che aveva quando c’era Branca ma se viene presentato un nuovo dirigente ci si aspetta che vengano spiegate le nuove coordinate del management e non che l’opinione pubblica ci debba arrivare da sola. Non c’è comunque bisogno di flagellarsi anche questa volta cercando i colpevoli, non abbiamo bisogno di sospirare o imprecare pensando che l’Inter sia un caso senza fine senza cura. Le spiegazioni sono banali e lampanti, le soluzioni altrettanto semplici da attuare. In sette anni tre cambi societari, un presidente non presente, 100 giocatori, dieci allenatori e oggi persino una squadra che non ha voglia di allenarsi. Figuriamoci giocare.

C’è bisogno di certezze, senso di appartenenza, scelta di uomini prima ancora che di giocatori e progetti che durino almeno tre anni e non tre mesi. C’è bisogno di un presidente vero e non uno che non si sa dove sia, di un organigramma chiaro e un allenatore strutturato per un grande club che sia protetto, ripeto, protetto dalla società e non isolato quando fa comodo. Non è impossibile. Amala

Editoriale di Lapo De Carlo. Gruppo vacanze Inter

Editoriale di Lapo De Carlo. Gruppo vacanze Inter

Avevo la tentazione di fare questo articolo con le parole rovesciate, come gli striscioni dei tifosi esasperati.
Nei giocatori non c'è nemmeno l'amor proprio. La settimana era stata punteggiata dalle dichiarazioni di D’Ambrosio che aveva confermato l’assenza di stimoli dei giocatori dopo la gara col Torino, una volta svaporata la zona Champions. Una dichiarazione identica a quella fatta da Medel a fine partita, edificante sulla cifra umana presente in squadra, sommata alle esemplari immagini di Icardi, dedito a postare come sempre immagini da rapper più che da atleta.

La volgarità non è il suo ennesimo tattoo che copre integralmente il suo corpo ma la grossolana interpretazione del ruolo di capitano dell’Inter. La sua squadra perde partita dopo partita e lui dopo tre giorni ritiene interessante mostrare sorridente il centesimo tatuaggio. Nulla di grave ma è stonato rispetto al ruolo che occupa e all’immagine che fa parte del suo mestiere. Se non viene ascoltato da molti compagni, come lamenta, la colpa è anche di questa inadeguata interpretazione di capitano che in società assecondano altrettanto colpevolmente. Il fatto poi che giochi a Genova una partita scadente quanto e più degli altri, finendo sostituito in un momento in cui la squadra dovrebbe rimontare, è la dimostrazione che il capitano per caso ha smarrito anche il senso dell’impegno, se è vero che ha toccato la miseria di 18 palloni e ne ha persi 8.

L’argomento non è più la partita nel senso squisitamente tecnico; lo è piuttosto il campo, questa volta Marassi, in cui si consuma da sette partite un teatrino che mette in scena vicende oscure e altre immaginabili che riguardano le dinamiche tra società e giocatori. E’ comunque interessante segnalare che i primi 10 minuti della partita sono stati caratterizzati da un Genoa propositivo mentre l'Inter osservava le iniziative degli avversari con relativo interesse. Dal quarto d'ora l'inerzia cambiava e l'Inter nel corso dei primi 45 minuti collezionava almeno tre palle gol.

Nel secondo tempo la squadra decideva di rallentare andando avanti piano, quasi indietro contro un Genoa, privo pure di Simeone infortunato dopo un quarto d’ora, talmente terrorizzato dallo spettro della B da non riuscire a fare un azione degna di questo nome. Due squadre che ruminavano calcio fino a quando gli interisti applicavano il modulo “Mar rosso”, aprendosi davanti a Veloso, permettendogli di tirare senza stress, con tutto il tempo a disposizione, in un prato verde sterminato. Handanovic deviava per istinto sulla traversa ma i difensori riparavano al gesto del portiere, dando il tempo a Pandev di assestare il “tap in” nell’area nerazzurra.

La reazione dell’Inter ricordava quella della battuta: “guarda che se mi incazzo mi addormento”. Alla fine arrivava pure un rigore inventato che Candreva batteva con lo stesso spirito con cui la squadra aveva preso il gol, tirando piano e quasi centralmente. Mah. Lascia poi sconcertati l’incomprensibile conduzione arbitrale di Damato e degli assistenti, i quali riuscivano a non vedere un rigore per il Genoa preceduto da un fuorigioco. In seguito altri fischi che ribaltavano il senso delle azioni e il rigore di espiazione ma comunque illogico, assegnato ai nerazzurri.

Questi i fatti. Le conclusioni:
- Gli attori di questo squallido spettacolo stanno brucando l’erba dello stipendio e lasciano gramigna, con un atteggiamento platealmente disinteressato.
- Il motivo più visibile è l’assenza degli attuali dirigenti, unito ad uno straordinario e offensivo distacco dei giocatori verso la loro professione.
- Sono stati giustificati da chi vedeva in De Boer un allenatore inadeguato, da chi riteneva che qualcuno dovesse adattarsi, da chi pensa che non vogliano andare in Europa League dai preliminari e giochino a perdere.

Pioli ha poi espresso un concetto di vicinanza ai giocatori che si impegnano ma non riescono a mettere in campo quello che fanno in allenamento. E’ un affermazione che ad occhio nudo è totalmente distante dalla realtà, i giocatori dentro e fuori dal campo hanno assunto una modalità ministeriale, giocano con l’occhio vitreo e lo sguardo vacuo, non hanno espressione, ripetono la frase “da adesso dobbiamo reagire”, con la sfacciataggine del giocatore di poker, in attesa del prossimo post su instagram.

Oltre alle dichiarazioni inadeguate di Pioli, l’immagine altrettanto sconfortante di Javier Zanetti in tribuna, una volta intento a consultare il cellulare e un’altra sorridente. Piero Ausilio prima della partita ha affermato che l’Inter manca di alcune figure in società ma, a prescindere dai profili societari, fa male vedere Zanetti tanto lontano dalla comprensione della sua figura, innervosisce sentire lo stesso direttore sportivo parlare da politico e non sentire niente di nerazzurro.

Mancano ancora tre partite, la prossima col Sassuolo è il terz’ultimo atto di questa manfrina di cui sapremo i risvolti tra qualche settimana, a umiliazione terminata. Ora si tratta di capire se davvero la società, nella sua emanazione, pensa che l’Inter possa diventare una squadra con alcuni aggiustamenti o abbia davvero in mente di prendere campioni. In attesa, godiamoci questa squadra che fa divertire gli altri. In tutti i sensi.

Amala.

Editoriale di Lapo De Carlo, i problemi che l'Inter (non) risolverà


Editoriale di Lapo De Carlo, i problemi che l'Inter (non) risolverà
La sesta stagione fallimentare consecutiva, quella che sta portando l’Inter a restare ancora una volta fuori dall’Europa, ha il colpevole (la società), i soldi per uscirne e gli elementi per cambiare modello di lavoro. Ai giocatori che attualmente indossano il nerazzurro, al pari dei loro predecessori, non interessa particolarmente vincere. Se si perde, si perde, se si pareggia, bene; se si vince, meglio, ma senza tante differenze. Nel prendere 4 gol in 13 minuti non c'è dignità e nemmeno professionalità. A fine partita il consueto faccia a faccia e poi a casa, ascoltando musica nelle cuffie.

Sei stagioni con l’identico andamento, fatto di vittorie consecutive e sconfitte in serie, giocatori a cui dell’Inter interessa poco o zero, dirigenti di passaggio e stagione terminata tra marzo e aprile. Ci sono le basi per credere che la prossima stagione verranno compiuti gli stessi errori, per una straordinaria ottusa incapacità di riconoscerli e individuare soluzioni radicali. L’unico rimedio da sei anni è quello di cacciare l’allenatore che viene stolidamente ritenuto non all’altezza. La realtà dei fatti dice che è l’Inter a non essere all’altezza di qualunque allenatore. Non c’è campagna acquisti che possa risolvere un problema cronico legato alla gestione dei suoi giocatori, perché ci sono molte cose che non vanno nell’organigramma dell’Inter, che ha una catena di comando nebulosa.

E’ stato appena confermato Piero Ausilio che ha rinnovato e potrà spendere soldi sul mercato, senza giustificazioni per il debito. Il resto è silenzio per citare Shakespeare. Javier Zanetti non ha un ruolo decisionale, non interviene quasi mai e sembra un corpo estraneo, Erick Thohir è il presidente assente, il consiglio di amministrazione è composto da cinque signori cinesi, due indonesiani e un italiano, tra loro Nicola Volpi e Thohir. Giovanni Gardini si occupa delle relazioni istituzionali sportive e il resto della governance straniera è insondabile, nella misura in cui non si capisce come maturi le sue decisioni. Si sa solo che Kia Joorabchian, a ridosso della campagna acquisti, è tornato a occuparsi delle grandi manovre e se ne sta interessando per conto di Suning, voglio sperare in sintonia con Ausilio, specie dopo che la scorsa stagione il procuratore ha fatto spendere 70 milioni tra Gabigol e il pur bravo Joao Mario.

Per quanto insopportabile possa essere, sarebbe utile leggervi il management della Juventus che ha ruoli ben definiti e strategie riconoscibili. L’Inter di oggi dovrebbe almeno avere un presidente forte e presente, Piero Ausilio dovrebbe essere affiancato da un Lele Oriali, capace di far sentire il suo ascendente sulla squadra durante la settimana, un lavoro che viene fatto malissimo e che produce da anni squadre sfaldate durante la stagione e in ogni suo finale. Il fatto che i giocatori dell’Inter abbiano una mentalità perdente lo dimostrano anche foto in cui la moglie del capitano, piuttosto del silenzio, esulta felice per la tripletta del marito, dopo una sconfitta assurda o in cui Brozovic, il giorno dopo il derby, si fa ritrarre con gli amici nella piscina di casa.

Riguardo l’allenatore non c’è niente da fare. L’Inter non ha la forza e la capacità di lavorare in sintonia con buoni tecnici. Vince solo se ha un fuoriclasse che fa lo Stato nello Stato e dunque Mourinho, Mancini, Trapattoni… Tutti gli anatemi prodotti affinché i tecnici di queste stagioni venissero cacciati sono serviti solo a indebolire l’Inter e non a rafforzarla. Pochi interisti hanno avuto la bontà di indagare sul vero motivo per cui nessun allenatore si è salvato e non riguarda l'incapacità. Se la società e confusa e non ha un modello di lavoro vincente, non c’è tecnico al mondo che possa fare qualcosa di buono.

Guardiola al Man City, nonostante i soldi spesi, è quarto in Premier, è fuori dalla F.A. Cup e ha fallito in Champions, Emery dopo essere stato apprezzato al Siviglia, ha avuto enormi difficoltà al Paris Saint-Germain, dove potrebbe arrivare dietro al Monaco. Parliamo di grandi club con tanti soldi ma, come l'Inter, privi di cultura della vittoria e capacità gestionale di alto livello dei suoi giocatori. Mourinho al Manchester è attualmente fuori dalla zona Champions perché lo Utd ha cercato di prendere la scorciatoia, grazie ai soldi che la Nike (100 milioni all’anno) gli fornisce perpetuamente.

L’Inter intanto si ritrova a fare calciomercato e i nomi sono “preoccupanti” perché la grigia società non si accorge di avere giocatori senza personalità e che da anni non si comprano giocatori di spessore umano ma solo piedi promettenti. Se non ci si accorge che un Brozovic in quel ruolo non può essere un trascinatore per la sua indole, più che per i piedi indubbiamente buoni, è come riconoscere di non vedere differenze tra Balotelli e Drogba. Se è vero, a fine stagione dovrebbero lasciare Nagatomo, Murillo, Santon, Ansaldi, Biabiany, Andreolli, Brozovic, Kondogbia e dare in prestito Gabigol, il cui mancato utilizzo resta un mistero. I nomi che si fanno per portare l’Inter in zona scudetto, rispetto al desolante settimo, forse presto ottavo posto, sono: Manolas, Berardi, Bernardeschi e altri giocatori dai piedi buoni ma dal temperamento identico a quelli presenti nell’attuale rosa. Nessun leader, nessun trascinatore, solo figurine. Per ora. Fino a quando si discuterà solo dell’allenatore l’Inter sarà, saremo, sarete solo quelli che quando viene indicata la luna, guardano al dito. Amala

Editoriale di Lapo De Carlo, la fragile Inter si fa raggiungere ai supplementari

Editoriale di Lapo De Carlo, la fragile Inter si fa raggiungere ai supplementari

E’ stato uno strano derby, privato dei suoi presidenti storici e giocato in orario orientale, sottraendo disinvoltamente la tradizione a favore della convenienza per un pubblico che alle 12.30 ha raggiunto il miliardo di contatti. Dietro ad ogni risultato c’è sempre una spiegazione e pareggiare un derby contro un avversario che fino alla mezz'ora della ripresa era stato annullato, è un ulteriore dimostrazione che l’Inter non ha i 90 minuti nella testa, perché i suoi giocatori sono e resteranno immaturi. Un collettivo capace quest’anno di portare il livello della sua inconsistenza mentale a vette altissime e che, nelle ultime settimane, ha mostrato lo stesso peggio di se, già visto a inizio stagione.

Una squadra che ha nella mentalità il limite unico e irrisolvibile. Pioli ha lavorato bene dal punto di vista del gioco ma in un contesto in cui il tecnico si è adagiato nella cura dei particolari, negli automatismi indubbiamente migliorati, nella pletorica forza del lavoro che in un club come l’Inter serve ma non è mai sufficiente da sola. Molti si stupiscono di come si critichi Pioli, solo perché fa comodo leggere i commenti estremistici di tifosi che danno dell’incapace a chiunque. In realtà non si capisce perché non si possa criticare il tecnico senza passare per forcaioli o avvocati.

Rispetto all’allenatore penso che in molte partite, compreso e soprattutto il derby, non basti avere una valida idea tattica supportata da cambi di giocatori funzionali.  Se cambi Joao Mario per mettere Murillo stai solo comunicando di voler gestire e che hai paura. I derby si vincono con il coraggio e non con scelte caute. Senza contare che se fuori dal campo metti il portoghese, Candreva e Perisic, per sistemare un difensore, Eder e Biabiany, di fatto la squadra perde ogni grammo della già scarsa personalità che hai in campo.

Pioli resta sempre bravo ma l’Inter la si guida andando anche contromano, non fermandosi ad ogni semaforo guidando con prudenza. Il pareggio è comunque arrivato al 97esimo in una gara il cui recupero di 5 minuti era già eccessivo, poi la decisione di proseguire per altri due minuti ha condizionato l’esito della gara. In ogni partita ci si ferma per un fallo ma se un fatto accade al 22esimo minuto del primo tempo o a metà ripresa (due falli subiti dall’Inter ma le lancette non si sono fermate) l’arbitro non recupera tanto pedissequamente. Orsato nel finale ha voluto sperimentare il tempo effettivo ma ho già letto commenti entusiasti sulla sua decisione. Amen.

L’Inter ha iniziato il derby giocando male, contratta, afferrata dalle indecisioni in difesa, figlie di affanni a centrocampo, dove il solo Joao Mario alzava la testa ed era veloce col pensiero, risultando il migliore dei suoi.  Trenta minuti trascorsi a cercare timidamente spazi, mentre il Milan approfittava con Deulofeu dei gentili omaggi che in fascia venivano elargiti.
Anche un palo e tre interventi decisivi di Handanovic, in una gara che l’Inter ha preso ad affrontare con i ceppi alle caviglie, dopo critiche legittime che invece di spronare la squadra l’hanno resa ancora più emotiva. Il Milan approfittava del fiato corto nerazzurro ma improvvisamente una verticalizzazione di Gagliardini per Candreva sorprendeva De Sciglio e Donnarumma e arrivava il gol del tutto imprevisto.

Da quel momento l’Inter prendeva il comando del gioco e trovava il secondo gol dopo uno splendido duetto tra Icardi e Perisic. Negli spogliatoi Pioli aveva il tempo di sistemare la squadra tatticamente e infatti nel secondo tempo la partita era tutta in discesa per i nerazzurri. Davvero pochi problemi, quasi nessuno con occasioni importanti per realizzare il gol del definitivo 3-0,  ma l’Inter è permeata da un immaturità di giocatori che non hanno nel loro codice genetico la forza di agire e reagire con la tempra da grande squadra.  Per questo sono arrivati i due gol rossoneri, giunti da due palle banali a difesa schierata.

Corrono, lottano, sprecano e, come accade ormai in ogni partita, si distraggono e subiscono. E’ un canovaccio alla quale l’Inter aderisce da inizio anno e fa dedurre solo che la squadra sia buona tecnicamente ma inadeguata mentalmente.
L’Europa League è un obbiettivo minimo sempre meno raggiungibile, la prossima stagione l’Inter sarà ancora probabile spettatrice ma dalla società arrivano inviti alla calma e a all’equilibrio che potrei anche condividere se confortato dalla presa d’atto che qualcosa non funziona proprio nella gestione di una squadra e nella composizione della stessa.

Dispiace che molti tifosi dell’Inter abbiano replicato a Balotelli. Allo squallore di un gesto non si dà attenzione.

Editoriale di Lapo De carlo, la storia non cambia perché non cambia l'Inter

Editoriale di Lapo De carlo, la storia non cambia perché non cambia l'Inter

L’Inter sta abituando stampa e tifosi a mille apocalissi, a rovesci vissuti con la medesima enfasi e quello stupore di chi rivive la stessa giornata sorprendendosi di qualcosa che le capita sempre da anni. Dopo Crotone-Inter, il cui risultato è mia premura non citare per un senso di imbarazzo, sono tutti coinvolti nella caccia al colpevole che abbiamo vissuto in decine di altre occasioni. E’ colpa di Pioli e dei giocatori? Naturalmente sono loro che vanno in campo ma il problema sta nel fatto che a perdere è la società Inter, sempre e comunque da anni. Sono stati cambiati tre presidenti, manager, dirigenti, allenatori, giocatori, preparatori e magazzinieri in meno di sei stagioni. Sono state fatte scelte più o meno condivise ma in tutto questo caos il denominatore comune è Piero Ausilio, unico ponte tra l’Inter vincente e quella disastrosa dei peggiori anni della storia nerazzurra. Il colpevole non sarà nemmeno lui ed è di certo un grande professionista ma ha delle grosse responsabilità nei criteri di composizione di una rosa e nella gestione della stessa. Mi interessa sapere se l’Inter è in grado di cambiare i propri parametri, di ripensarsi seriamente e senza giustificazioni.

La mia sensazione è che la società non sia in grado di dare la svolta che i tifosi sognano nemmeno la prossima stagione, nonostante le dichiarazioni più che promettenti di Zhang. Il principio del dubbio parte dal tipo di dichiarazioni fatte dagli stessi dirigenti e dall’allenatore attuale che dopo una sconfitta tanto umiliante riesce a dire solo che “è successo quello che non doveva succedere” e altre dichiarazioni rassegnate, felicitate solo dalla possibilità eventuale di rifarsi nel derby. Poi Piero Ausilio battezza la situazione con un sempreverde “i giocatori devono prendersi le loro responsabilità”. Siamo dalle parti dell’ordinario. Da un lato la proprietà rivela la volontà di rendere l’Inter uno dei club più importanti al mondo, facendola tornare dov’era sei anni fa, dall’altra Piero Ausilio modera parecchio la grandeur nerazzurra con una dichiarazione fatta prima di Inter-Samp: "Sarà un mercato con la logica di rinforzare una rosa di qualità, già competitiva e con dei valori, aggiungendo qualcosa di meglio che verrà da fuori. Non top player, ma giocatori funzionali al progetto". Di fatto una frase che traduce il prossimo inevitabile fallimento.

L’Inter è attualmente settima, lontanissima dai valori e dalla mentalità che le potrebbe consentire di lottare per i primi tre posti, e i nomi che vengono fatti con più insistenza sono quelli di Berardi, Bernardeschi e Manolas. Si tratta di ottimi giocatori, di prospettiva e talento ma ancora una volta, per l’ennesima volta, inadeguati a riportare l’Inter dove ambisce. Vedendo l’Inter di inizio stagione e di questo psichedelico finale la questione si riconduce al problema che la società non crede esista: l’Inter non ha un solo fuoriclasse e nessun leader. Nessuno. La Juve ha Buffon, Bonucci, Barzagli e Chiellini, la Roma ha Nainggolan, il Napoli Hamsik, il Milan ha dei giovani che hanno entusiasmo, la Lazio ha Biglia e un talento non inferiore a quello in dote all’Inter e l’Atalanta ha giocatori di grande prospettiva.

Trascurando l’atteggiamento spocchioso di una squadra inspiegabilmente boriosa col Crotone, l’Inter ha giocatori buoni: Handanovic è un buon portiere, Miranda un buon difensore, Icardi, Perisic, Gagliardini ecc… sono tutti buoni giocatori ma privi di quelle qualità umane di cui un grande club necessita. Non a caso il capitano è l’inadeguato Icardi, perché nel regno dei ciechi un orbo è il re. Potete anche dare le colpe a Pioli, come a tutti quelli che si sono seduti in panchina ma è il criterio con il quale viene composta una squadra, oltre alla personalità di una società che è comunicativamente e qualitativamente inodore, insapore.

Ci vorrebbe un buon ripasso di storia ma ricordo solo che l’Inter, dagli anni '70, ha vinto solo sette dei suoi diciotto scudetti, di cui la maggior parte racchiusi tra il 2006 e il 2010. I motivi sono tanti ma la colpa principale che ha la società viene da una indisponibilità a cambiare approccio di lavoro, ha una natura permalosa, barocca e impermeabile alle critiche. E’ come una bella villa in decadenza, nonostante venga abitata da inquilini munifici.

L’ultimo di questi è Zhang/Suning il cui reale impatto deve essere ancora dimostrato. Se le premesse sono quelle illustrate da Ausilio non c’è motivo di credere che i milioni di tifosi interisti possano tornare a sorridere nemmeno con i soldi che verranno spesi da giugno.

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Dunque manca poco, circa due mesi di attesa e poi entreremo nella nuova dimensione in cui la proprietà Suning ci sta proiettando. C'è la partita con la Sampdoria naturalmente, va affrontato il Crotone, il derby di mezzogiorno e il Napoli in casa, per tentare la quasi impossibile scalata alla Champions League. Intanto va compreso cosa ne sarà dell'Inter qualora, nella peggiore delle ipotesi, dovesse arrivare sesta dietro Lazio e Atalanta (presumendo che il Milan resti dietro). Ci sarebbe infatti un'Europa League da fare partendo dai preliminari che rovinerebbero completamente le ipotesi di tournée remunerative progettate dalla dirigenza e scombinerebbero anche la preparazione estiva, con riflessi negativi importanti come dimostra ad esempio quest'anno il Sassuolo.

Il futuro dunque passa attraverso un presente tutt'altro che scontato ma è impossibile non subire il fascino di una proiezione che Zhang ha figurato a colpi di dichiarazioni che evocano una grandeur nerazzurra suggestiva. Qualunque cosa sia l'Inter di quest'anno e in qualunque posizione arrivi quella che verrà costruita da giugno verrà arricchita è migliorata con colpi che si stanno decidendo proprio in queste settimane. Non è eccessivo pensare che l'Inter, a fronte di sei o sette cessioni, provveda a completare la rosa con un numero di circa 9 acquisti. Facendo un esame alla squadra attuale, sono infatti diversi giocatori in lista di partenza ma non così sicuramente come si potrebbe pensare.

In difesa sono infatti possibili gli addii di Santon e Nagatomo. D'Ambrosio e invece con il rendimento di quest'anno dovrebbe esserci garantito un posto sicuro in rosa anche per la prossima stagione. Murillo e un giocatore cedibile ma solo a fronte di un'offerta congrua mentre Miranda dovrebbe rimanere. In porta, come ogni anno, Handanovic potrebbe ricevere offerte dall'estero ma poi alla fine restare. A centrocampo è invece Brozovic il primo giocatore sacrificabile. Il croato ha buoni piedi e ha talvolta indirizzato positivamente le partite ma è anche un giocatore discontinuo e dal carattere non esattamente vincente. All'estero è stimato e con l'offerta giusta dovrebbe essere la prima partenza eccellente. Kondogbia ha delle quotazioni improvvisamente in rialzo e la sua permanenza è sempre più possibile insieme a Gagliardini. Il nodo è rappresentato da Joao Mario e Banega, perché tatticamente il portoghese garantisce maggiore copertura e più geometria in mezzo al campo ma l'argentino quando è stato avanzato ha dimostrato di essere più decisivo è nettamente più qualitativo rispetto a qualunque elemento della squadra.

Il nodo è capire, magari attraverso delle amichevoli, se i due possono convivere oppure fare una scelta dolorosa e rinunciare a uno o a tutti e due. Personalmente Banega dovrebbe far parte di ogni mia squadra per quanto lo stimo ma in realtà lui non ha mai giocato con continuità in un club con ambizioni tanto elevate. Nel Siviglia ha fatto la differenza, nel Valencia è maturato ma non è mai stato in formazioni come Real, Barcellona o Bayern. È forte quando è al centro di un progetto o viene responsabilizzato come nell'Argentina. Mi è bastato vederlo nell'ultima partita con la sua nazionale orfana di Messi e Higuain e lui che non solo era il faro del gioco ma tornava a dare una mano in difesa e correva come nell'Inter non le vediamo praticamente mai fare. Su lui e Joao Mario c'è dunque la riflessione più delicata, in base anche agli eventuali giocatori che l'Inter intende portare in nerazzurro.

Infine l'attacco dove, a meno di offerte clamorose e voltafaccia altrettanto stupefacenti, Icardi dovrebbe essere l'unico attaccante a essere confermato, in attesa che gli vengano affiancati due nuovi compagni di reparto di altissimo livello. Praticamente scontato che Palacio lasci l'Inter, mentre Gabriel non può di certo rimanere un altro anno a fare la muffa in panchina. Diverso è il discorso per Perisic e Candreva che l'Inter intende trattenere, anche se con la nuova poderosa campagna acquisti, per tutti e due potrebbero prospettarsi un minor numero di partite da titolari, specialmente per il croato.

Da quello che si è capito, la sessione estiva del calciomercato dovrebbe portare in nerazzurro otto nuovi giocatori: quattro in difesa, due a centrocampo e due in attacco. Sara dunque un'Inter indubbiamente più forte anche se non pretendo lotti per lo scudetto dopo anni tanto bui. L'approdo in Champions League infatti dovrebbe essere garantito, se è vero che dalla prossima stagione entreranno direttamente ai gironi le prime quattro. Quello che è certo è che, dopo tanti anni, aprire i quotidiani sportivi nel periodo estivo sarà molto divertente.