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Editoriale di Lapo De Carlo, i problemi che l'Inter (non) risolverà


Editoriale di Lapo De Carlo, i problemi che l'Inter (non) risolverà
La sesta stagione fallimentare consecutiva, quella che sta portando l’Inter a restare ancora una volta fuori dall’Europa, ha il colpevole (la società), i soldi per uscirne e gli elementi per cambiare modello di lavoro. Ai giocatori che attualmente indossano il nerazzurro, al pari dei loro predecessori, non interessa particolarmente vincere. Se si perde, si perde, se si pareggia, bene; se si vince, meglio, ma senza tante differenze. Nel prendere 4 gol in 13 minuti non c'è dignità e nemmeno professionalità. A fine partita il consueto faccia a faccia e poi a casa, ascoltando musica nelle cuffie.

Sei stagioni con l’identico andamento, fatto di vittorie consecutive e sconfitte in serie, giocatori a cui dell’Inter interessa poco o zero, dirigenti di passaggio e stagione terminata tra marzo e aprile. Ci sono le basi per credere che la prossima stagione verranno compiuti gli stessi errori, per una straordinaria ottusa incapacità di riconoscerli e individuare soluzioni radicali. L’unico rimedio da sei anni è quello di cacciare l’allenatore che viene stolidamente ritenuto non all’altezza. La realtà dei fatti dice che è l’Inter a non essere all’altezza di qualunque allenatore. Non c’è campagna acquisti che possa risolvere un problema cronico legato alla gestione dei suoi giocatori, perché ci sono molte cose che non vanno nell’organigramma dell’Inter, che ha una catena di comando nebulosa.

E’ stato appena confermato Piero Ausilio che ha rinnovato e potrà spendere soldi sul mercato, senza giustificazioni per il debito. Il resto è silenzio per citare Shakespeare. Javier Zanetti non ha un ruolo decisionale, non interviene quasi mai e sembra un corpo estraneo, Erick Thohir è il presidente assente, il consiglio di amministrazione è composto da cinque signori cinesi, due indonesiani e un italiano, tra loro Nicola Volpi e Thohir. Giovanni Gardini si occupa delle relazioni istituzionali sportive e il resto della governance straniera è insondabile, nella misura in cui non si capisce come maturi le sue decisioni. Si sa solo che Kia Joorabchian, a ridosso della campagna acquisti, è tornato a occuparsi delle grandi manovre e se ne sta interessando per conto di Suning, voglio sperare in sintonia con Ausilio, specie dopo che la scorsa stagione il procuratore ha fatto spendere 70 milioni tra Gabigol e il pur bravo Joao Mario.

Per quanto insopportabile possa essere, sarebbe utile leggervi il management della Juventus che ha ruoli ben definiti e strategie riconoscibili. L’Inter di oggi dovrebbe almeno avere un presidente forte e presente, Piero Ausilio dovrebbe essere affiancato da un Lele Oriali, capace di far sentire il suo ascendente sulla squadra durante la settimana, un lavoro che viene fatto malissimo e che produce da anni squadre sfaldate durante la stagione e in ogni suo finale. Il fatto che i giocatori dell’Inter abbiano una mentalità perdente lo dimostrano anche foto in cui la moglie del capitano, piuttosto del silenzio, esulta felice per la tripletta del marito, dopo una sconfitta assurda o in cui Brozovic, il giorno dopo il derby, si fa ritrarre con gli amici nella piscina di casa.

Riguardo l’allenatore non c’è niente da fare. L’Inter non ha la forza e la capacità di lavorare in sintonia con buoni tecnici. Vince solo se ha un fuoriclasse che fa lo Stato nello Stato e dunque Mourinho, Mancini, Trapattoni… Tutti gli anatemi prodotti affinché i tecnici di queste stagioni venissero cacciati sono serviti solo a indebolire l’Inter e non a rafforzarla. Pochi interisti hanno avuto la bontà di indagare sul vero motivo per cui nessun allenatore si è salvato e non riguarda l'incapacità. Se la società e confusa e non ha un modello di lavoro vincente, non c’è tecnico al mondo che possa fare qualcosa di buono.

Guardiola al Man City, nonostante i soldi spesi, è quarto in Premier, è fuori dalla F.A. Cup e ha fallito in Champions, Emery dopo essere stato apprezzato al Siviglia, ha avuto enormi difficoltà al Paris Saint-Germain, dove potrebbe arrivare dietro al Monaco. Parliamo di grandi club con tanti soldi ma, come l'Inter, privi di cultura della vittoria e capacità gestionale di alto livello dei suoi giocatori. Mourinho al Manchester è attualmente fuori dalla zona Champions perché lo Utd ha cercato di prendere la scorciatoia, grazie ai soldi che la Nike (100 milioni all’anno) gli fornisce perpetuamente.

L’Inter intanto si ritrova a fare calciomercato e i nomi sono “preoccupanti” perché la grigia società non si accorge di avere giocatori senza personalità e che da anni non si comprano giocatori di spessore umano ma solo piedi promettenti. Se non ci si accorge che un Brozovic in quel ruolo non può essere un trascinatore per la sua indole, più che per i piedi indubbiamente buoni, è come riconoscere di non vedere differenze tra Balotelli e Drogba. Se è vero, a fine stagione dovrebbero lasciare Nagatomo, Murillo, Santon, Ansaldi, Biabiany, Andreolli, Brozovic, Kondogbia e dare in prestito Gabigol, il cui mancato utilizzo resta un mistero. I nomi che si fanno per portare l’Inter in zona scudetto, rispetto al desolante settimo, forse presto ottavo posto, sono: Manolas, Berardi, Bernardeschi e altri giocatori dai piedi buoni ma dal temperamento identico a quelli presenti nell’attuale rosa. Nessun leader, nessun trascinatore, solo figurine. Per ora. Fino a quando si discuterà solo dell’allenatore l’Inter sarà, saremo, sarete solo quelli che quando viene indicata la luna, guardano al dito. Amala

Editoriale di Lapo De Carlo, la fragile Inter si fa raggiungere ai supplementari

Editoriale di Lapo De Carlo, la fragile Inter si fa raggiungere ai supplementari

E’ stato uno strano derby, privato dei suoi presidenti storici e giocato in orario orientale, sottraendo disinvoltamente la tradizione a favore della convenienza per un pubblico che alle 12.30 ha raggiunto il miliardo di contatti. Dietro ad ogni risultato c’è sempre una spiegazione e pareggiare un derby contro un avversario che fino alla mezz'ora della ripresa era stato annullato, è un ulteriore dimostrazione che l’Inter non ha i 90 minuti nella testa, perché i suoi giocatori sono e resteranno immaturi. Un collettivo capace quest’anno di portare il livello della sua inconsistenza mentale a vette altissime e che, nelle ultime settimane, ha mostrato lo stesso peggio di se, già visto a inizio stagione.

Una squadra che ha nella mentalità il limite unico e irrisolvibile. Pioli ha lavorato bene dal punto di vista del gioco ma in un contesto in cui il tecnico si è adagiato nella cura dei particolari, negli automatismi indubbiamente migliorati, nella pletorica forza del lavoro che in un club come l’Inter serve ma non è mai sufficiente da sola. Molti si stupiscono di come si critichi Pioli, solo perché fa comodo leggere i commenti estremistici di tifosi che danno dell’incapace a chiunque. In realtà non si capisce perché non si possa criticare il tecnico senza passare per forcaioli o avvocati.

Rispetto all’allenatore penso che in molte partite, compreso e soprattutto il derby, non basti avere una valida idea tattica supportata da cambi di giocatori funzionali.  Se cambi Joao Mario per mettere Murillo stai solo comunicando di voler gestire e che hai paura. I derby si vincono con il coraggio e non con scelte caute. Senza contare che se fuori dal campo metti il portoghese, Candreva e Perisic, per sistemare un difensore, Eder e Biabiany, di fatto la squadra perde ogni grammo della già scarsa personalità che hai in campo.

Pioli resta sempre bravo ma l’Inter la si guida andando anche contromano, non fermandosi ad ogni semaforo guidando con prudenza. Il pareggio è comunque arrivato al 97esimo in una gara il cui recupero di 5 minuti era già eccessivo, poi la decisione di proseguire per altri due minuti ha condizionato l’esito della gara. In ogni partita ci si ferma per un fallo ma se un fatto accade al 22esimo minuto del primo tempo o a metà ripresa (due falli subiti dall’Inter ma le lancette non si sono fermate) l’arbitro non recupera tanto pedissequamente. Orsato nel finale ha voluto sperimentare il tempo effettivo ma ho già letto commenti entusiasti sulla sua decisione. Amen.

L’Inter ha iniziato il derby giocando male, contratta, afferrata dalle indecisioni in difesa, figlie di affanni a centrocampo, dove il solo Joao Mario alzava la testa ed era veloce col pensiero, risultando il migliore dei suoi.  Trenta minuti trascorsi a cercare timidamente spazi, mentre il Milan approfittava con Deulofeu dei gentili omaggi che in fascia venivano elargiti.
Anche un palo e tre interventi decisivi di Handanovic, in una gara che l’Inter ha preso ad affrontare con i ceppi alle caviglie, dopo critiche legittime che invece di spronare la squadra l’hanno resa ancora più emotiva. Il Milan approfittava del fiato corto nerazzurro ma improvvisamente una verticalizzazione di Gagliardini per Candreva sorprendeva De Sciglio e Donnarumma e arrivava il gol del tutto imprevisto.

Da quel momento l’Inter prendeva il comando del gioco e trovava il secondo gol dopo uno splendido duetto tra Icardi e Perisic. Negli spogliatoi Pioli aveva il tempo di sistemare la squadra tatticamente e infatti nel secondo tempo la partita era tutta in discesa per i nerazzurri. Davvero pochi problemi, quasi nessuno con occasioni importanti per realizzare il gol del definitivo 3-0,  ma l’Inter è permeata da un immaturità di giocatori che non hanno nel loro codice genetico la forza di agire e reagire con la tempra da grande squadra.  Per questo sono arrivati i due gol rossoneri, giunti da due palle banali a difesa schierata.

Corrono, lottano, sprecano e, come accade ormai in ogni partita, si distraggono e subiscono. E’ un canovaccio alla quale l’Inter aderisce da inizio anno e fa dedurre solo che la squadra sia buona tecnicamente ma inadeguata mentalmente.
L’Europa League è un obbiettivo minimo sempre meno raggiungibile, la prossima stagione l’Inter sarà ancora probabile spettatrice ma dalla società arrivano inviti alla calma e a all’equilibrio che potrei anche condividere se confortato dalla presa d’atto che qualcosa non funziona proprio nella gestione di una squadra e nella composizione della stessa.

Dispiace che molti tifosi dell’Inter abbiano replicato a Balotelli. Allo squallore di un gesto non si dà attenzione.

Editoriale di Lapo De carlo, la storia non cambia perché non cambia l'Inter

Editoriale di Lapo De carlo, la storia non cambia perché non cambia l'Inter

L’Inter sta abituando stampa e tifosi a mille apocalissi, a rovesci vissuti con la medesima enfasi e quello stupore di chi rivive la stessa giornata sorprendendosi di qualcosa che le capita sempre da anni. Dopo Crotone-Inter, il cui risultato è mia premura non citare per un senso di imbarazzo, sono tutti coinvolti nella caccia al colpevole che abbiamo vissuto in decine di altre occasioni. E’ colpa di Pioli e dei giocatori? Naturalmente sono loro che vanno in campo ma il problema sta nel fatto che a perdere è la società Inter, sempre e comunque da anni. Sono stati cambiati tre presidenti, manager, dirigenti, allenatori, giocatori, preparatori e magazzinieri in meno di sei stagioni. Sono state fatte scelte più o meno condivise ma in tutto questo caos il denominatore comune è Piero Ausilio, unico ponte tra l’Inter vincente e quella disastrosa dei peggiori anni della storia nerazzurra. Il colpevole non sarà nemmeno lui ed è di certo un grande professionista ma ha delle grosse responsabilità nei criteri di composizione di una rosa e nella gestione della stessa. Mi interessa sapere se l’Inter è in grado di cambiare i propri parametri, di ripensarsi seriamente e senza giustificazioni.

La mia sensazione è che la società non sia in grado di dare la svolta che i tifosi sognano nemmeno la prossima stagione, nonostante le dichiarazioni più che promettenti di Zhang. Il principio del dubbio parte dal tipo di dichiarazioni fatte dagli stessi dirigenti e dall’allenatore attuale che dopo una sconfitta tanto umiliante riesce a dire solo che “è successo quello che non doveva succedere” e altre dichiarazioni rassegnate, felicitate solo dalla possibilità eventuale di rifarsi nel derby. Poi Piero Ausilio battezza la situazione con un sempreverde “i giocatori devono prendersi le loro responsabilità”. Siamo dalle parti dell’ordinario. Da un lato la proprietà rivela la volontà di rendere l’Inter uno dei club più importanti al mondo, facendola tornare dov’era sei anni fa, dall’altra Piero Ausilio modera parecchio la grandeur nerazzurra con una dichiarazione fatta prima di Inter-Samp: "Sarà un mercato con la logica di rinforzare una rosa di qualità, già competitiva e con dei valori, aggiungendo qualcosa di meglio che verrà da fuori. Non top player, ma giocatori funzionali al progetto". Di fatto una frase che traduce il prossimo inevitabile fallimento.

L’Inter è attualmente settima, lontanissima dai valori e dalla mentalità che le potrebbe consentire di lottare per i primi tre posti, e i nomi che vengono fatti con più insistenza sono quelli di Berardi, Bernardeschi e Manolas. Si tratta di ottimi giocatori, di prospettiva e talento ma ancora una volta, per l’ennesima volta, inadeguati a riportare l’Inter dove ambisce. Vedendo l’Inter di inizio stagione e di questo psichedelico finale la questione si riconduce al problema che la società non crede esista: l’Inter non ha un solo fuoriclasse e nessun leader. Nessuno. La Juve ha Buffon, Bonucci, Barzagli e Chiellini, la Roma ha Nainggolan, il Napoli Hamsik, il Milan ha dei giovani che hanno entusiasmo, la Lazio ha Biglia e un talento non inferiore a quello in dote all’Inter e l’Atalanta ha giocatori di grande prospettiva.

Trascurando l’atteggiamento spocchioso di una squadra inspiegabilmente boriosa col Crotone, l’Inter ha giocatori buoni: Handanovic è un buon portiere, Miranda un buon difensore, Icardi, Perisic, Gagliardini ecc… sono tutti buoni giocatori ma privi di quelle qualità umane di cui un grande club necessita. Non a caso il capitano è l’inadeguato Icardi, perché nel regno dei ciechi un orbo è il re. Potete anche dare le colpe a Pioli, come a tutti quelli che si sono seduti in panchina ma è il criterio con il quale viene composta una squadra, oltre alla personalità di una società che è comunicativamente e qualitativamente inodore, insapore.

Ci vorrebbe un buon ripasso di storia ma ricordo solo che l’Inter, dagli anni '70, ha vinto solo sette dei suoi diciotto scudetti, di cui la maggior parte racchiusi tra il 2006 e il 2010. I motivi sono tanti ma la colpa principale che ha la società viene da una indisponibilità a cambiare approccio di lavoro, ha una natura permalosa, barocca e impermeabile alle critiche. E’ come una bella villa in decadenza, nonostante venga abitata da inquilini munifici.

L’ultimo di questi è Zhang/Suning il cui reale impatto deve essere ancora dimostrato. Se le premesse sono quelle illustrate da Ausilio non c’è motivo di credere che i milioni di tifosi interisti possano tornare a sorridere nemmeno con i soldi che verranno spesi da giugno.

Editoriale di Lapo de Carlo, lavori già in corso per la nuova Inter

Editoriale di Lapo de Carlo, lavori già in corso per la nuova Inter

Dunque manca poco, circa due mesi di attesa e poi entreremo nella nuova dimensione in cui la proprietà Suning ci sta proiettando. C'è la partita con la Sampdoria naturalmente, va affrontato il Crotone, il derby di mezzogiorno e il Napoli in casa, per tentare la quasi impossibile scalata alla Champions League. Intanto va compreso cosa ne sarà dell'Inter qualora, nella peggiore delle ipotesi, dovesse arrivare sesta dietro Lazio e Atalanta (presumendo che il Milan resti dietro). Ci sarebbe infatti un'Europa League da fare partendo dai preliminari che rovinerebbero completamente le ipotesi di tournée remunerative progettate dalla dirigenza e scombinerebbero anche la preparazione estiva, con riflessi negativi importanti come dimostra ad esempio quest'anno il Sassuolo.

Il futuro dunque passa attraverso un presente tutt'altro che scontato ma è impossibile non subire il fascino di una proiezione che Zhang ha figurato a colpi di dichiarazioni che evocano una grandeur nerazzurra suggestiva. Qualunque cosa sia l'Inter di quest'anno e in qualunque posizione arrivi quella che verrà costruita da giugno verrà arricchita è migliorata con colpi che si stanno decidendo proprio in queste settimane. Non è eccessivo pensare che l'Inter, a fronte di sei o sette cessioni, provveda a completare la rosa con un numero di circa 9 acquisti. Facendo un esame alla squadra attuale, sono infatti diversi giocatori in lista di partenza ma non così sicuramente come si potrebbe pensare.

In difesa sono infatti possibili gli addii di Santon e Nagatomo. D'Ambrosio e invece con il rendimento di quest'anno dovrebbe esserci garantito un posto sicuro in rosa anche per la prossima stagione. Murillo e un giocatore cedibile ma solo a fronte di un'offerta congrua mentre Miranda dovrebbe rimanere. In porta, come ogni anno, Handanovic potrebbe ricevere offerte dall'estero ma poi alla fine restare. A centrocampo è invece Brozovic il primo giocatore sacrificabile. Il croato ha buoni piedi e ha talvolta indirizzato positivamente le partite ma è anche un giocatore discontinuo e dal carattere non esattamente vincente. All'estero è stimato e con l'offerta giusta dovrebbe essere la prima partenza eccellente. Kondogbia ha delle quotazioni improvvisamente in rialzo e la sua permanenza è sempre più possibile insieme a Gagliardini. Il nodo è rappresentato da Joao Mario e Banega, perché tatticamente il portoghese garantisce maggiore copertura e più geometria in mezzo al campo ma l'argentino quando è stato avanzato ha dimostrato di essere più decisivo è nettamente più qualitativo rispetto a qualunque elemento della squadra.

Il nodo è capire, magari attraverso delle amichevoli, se i due possono convivere oppure fare una scelta dolorosa e rinunciare a uno o a tutti e due. Personalmente Banega dovrebbe far parte di ogni mia squadra per quanto lo stimo ma in realtà lui non ha mai giocato con continuità in un club con ambizioni tanto elevate. Nel Siviglia ha fatto la differenza, nel Valencia è maturato ma non è mai stato in formazioni come Real, Barcellona o Bayern. È forte quando è al centro di un progetto o viene responsabilizzato come nell'Argentina. Mi è bastato vederlo nell'ultima partita con la sua nazionale orfana di Messi e Higuain e lui che non solo era il faro del gioco ma tornava a dare una mano in difesa e correva come nell'Inter non le vediamo praticamente mai fare. Su lui e Joao Mario c'è dunque la riflessione più delicata, in base anche agli eventuali giocatori che l'Inter intende portare in nerazzurro.

Infine l'attacco dove, a meno di offerte clamorose e voltafaccia altrettanto stupefacenti, Icardi dovrebbe essere l'unico attaccante a essere confermato, in attesa che gli vengano affiancati due nuovi compagni di reparto di altissimo livello. Praticamente scontato che Palacio lasci l'Inter, mentre Gabriel non può di certo rimanere un altro anno a fare la muffa in panchina. Diverso è il discorso per Perisic e Candreva che l'Inter intende trattenere, anche se con la nuova poderosa campagna acquisti, per tutti e due potrebbero prospettarsi un minor numero di partite da titolari, specialmente per il croato.

Da quello che si è capito, la sessione estiva del calciomercato dovrebbe portare in nerazzurro otto nuovi giocatori: quattro in difesa, due a centrocampo e due in attacco. Sara dunque un'Inter indubbiamente più forte anche se non pretendo lotti per lo scudetto dopo anni tanto bui. L'approdo in Champions League infatti dovrebbe essere garantito, se è vero che dalla prossima stagione entreranno direttamente ai gironi le prime quattro. Quello che è certo è che, dopo tanti anni, aprire i quotidiani sportivi nel periodo estivo sarà molto divertente.

Editoriale di Lapo De Carlo, l'Inter si elimina dalla corsa Champions

Editoriale di Lapo De Carlo, l'Inter si elimina dalla corsa Champions

Un’altra partita da non fallire è stata sbagliata. Due punti irrimediabili sulla strada per un Europa che sarà figlia di un dio minore. L’Europa League è l’approdo più probabile per una formazione che denuncia un cronico problema di intensità e carisma nell’arco dei novanta minuti. Bene l’inizio e la fine ma è la parte centrale della gara a lasciare molte perplessità sulla condotta dell’Inter. Ad ogni modo, nonostante le notevoli imprecisioni in ogni zona del campo, le distanze tra reparti perse senza motivo e gli squilibri di un collettivo che ha giocato tre partite in una, il colpevole principale, quasi plateale di quella che poteva essere comunque una vittoria è Ivan Perisic. Due errori clamorosi nel finale, con l’attenuante della stanchezza e la mancanza di lucidità. Resta il fatto che quelle giocate mal eseguite condannano l’Inter ad aspettare una sorte migliore la prossima stagione, cercando di salvaguardare questa dalla corsa folle che stanno facendo tutte le prime sette in classifica.

Salutate Roma e Napoli col fazzolettino bianco resta da rincorrere la Lazio e tutelarsi da Atalanta e Milan. Sì perché i 12 gol realizzati nelle ultime partite hanno prodotto il giusto entusiasmo ma evidentemente l’Inter non ha risolto tutti i suoi problemi, nonostante l’ottimo lavoro di Pioli. Il primo tempo mostra le tante facce della stessa Inter. Contraddittoria nella dinamica della partita. A tratti quasi imperiale, sicura, una squadra da Champions League che gioca in scioltezza e consapevole dei propri mezzi. Poi improvvisamente raccolta, velleitaria e fragile. Il primo tempo dell'Inter è dunque autorevole per almeno mezz'ora, nonostante qualche sbavatura in fase di appoggio da parte di Kondogbia, che allo stesso tempo è il migliore dei suoi in fase di interdizione. Il francese riesce anche a fare una giocata più che pregevole in area granata e con la grinta produce un tiro non irresistibile che però Hart non trattiene e la palla finisce in rete. Fino a quel momento Banega era spesso salito in cattedra con verticalizzazioni illuminate a favore di Icardi. Gagliardini e D'Ambrosio avevano mantenuto una certa intraprendenza, onorando la convocazione in Nazionale.

Dopo il gol la squadra torna a palesare il consueto problema di personalità, delegando dunque al Toro il compito di reagire facendo la partita. Pochi minuti dopo arriva il gol del pareggio granata grazie ad una preoccupante disattenzione difensiva su un calcio d'angolo che permette a Baselli di colpire indisturbato, grazie ad una spizzata nella sua direzione. La partita si incattivisce ma il ritmo è molto sostenuto e il primo tempo termina lì. Il secondo tempo inizia ancora peggio perché la squadra non riesce a ritrovare gli automatismi della prima parte e subisce due iniziative pericolosissime dei giocatori di Mihajlovic. L'Inter sbanda parecchio, non funziona niente e infatti il Torino va in vantaggio e sfiora anche il gol del 3 a 1. Davvero incomprensibile l’atteggiamento della squadra che non ha scorie fisiche e/o mentali da recuperare per impegni in settimana. E’ libera mentalmente, viene da un gran momento, si porta in vantaggio e poi sparisce dal campo.

L’inerzia della gara sembra promettere il peggio, invece l'Inter fa un break e trova il gol del pareggio con Candreva. Nel frattempo si infortuna Medel, sostituito da Murillo e Pioli procede anche alla sostituzione di Banega per far posto ad Eder. Per un quarto d'ora la partita prosegue nervosamente in equilibrio, poi il finale è tutto di marca nerazzurra ,nonostante qualche timore in difesa. L'arbitro non vede un paio di falli per parte ma finalmente l'Inter si ripresenta davanti alla porta difesa da Hart. Prima Eder con un bel tiro al 36esimo che impegna il portiere, poi i due errori sanguinosi di Perisic.

In definitiva l’Inter registra un preoccupante calo nel registro dei novanta minuti, sbiadisce in un momento favorevole e proclama l’assenza di un regista, nonostante la buona prova di Gagliardini. Il Torino si è difeso con ordine e ha confermato che Belotti è un grande attaccante ma questa era una partita alla portata di una formazione che ambiva ad andare a raggiungere la terza in classifica. Ora che l’obbiettivo è sempre più lontano, quasi irraggiungibile, il compito di Pioli sarà quello di tenere l’Inter sul pezzo. Se una squadra priva di leader scopre che la zona Champions è stata tutta un'illusione si rischia un finale di stagione irritante. Fa piacere che tornino in nazionale quattro interisti, in particolare D’Ambrosio ma il lavoro della società da questa sera sarà un po’ più semplice. Dopo tutti questi risultati positivi c’era il rischio che qualcuno si illudesse che per essere competitivi ad alti livelli ci fosse bisogno di pochi ritocchi

Editoriale di Lapo De Carlo, una grande Inter

Editoriale di Lapo De Carlo, una grande Inter


Una vittoria impagabile quella dell’Inter contro l’Atalanta. Sette gol ad un’ Atalanta considerata un avversario ruvido e spesso in stato di grazia quando gioca contro l’Inter. A maggior ragione una squadra come quella di quest’anno, piena di giocatori di talento e da cui la stessa Inter ha pescato Gagliardini a gennaio. Costruita bene anche grazie alla capacità di Gasperini, l’Atalanta insomma meritava e merita rispetto. L’inizio del match ha confermato la sensazione che si trattasse di una partita spettacolare innervata anche dal desiderio di giocarsela da parte di entrambe le squadre. Il primo brivido già al secondo minuto dopo una percussione di Spinazzola, intercettata da uno splendido Kondogbia ma subito dopo anche un cross ben calibrato che Perisic non sfruttava. Dieci minuti di calcio divertente di “uno contro uno” e tanta corsa da una parte all’altra, all’inglese, quel tipo di calcio che in Italia si vede poco o mai da entrambe le parti. Poi è arrivato il primo gol nato da un calcio di punizione di Banega, dalla cui mischia sulla deviazione è apparso Icardi che ha infiliato il primo gol. Da quel momento la gara ha spostato l’asse dell’equilibrio nettamente verso la squadra di Pioli, con un Icardi che rincorreva anche i raccattapalle e dopo un rigore da lui procurato più il terzo gol, si faceva pure ammonire per eccesso di foga. Ma l’Inter ci ha abituati a follie e neppure sul 3-0 si riesce ad essere tranquilli (vedi Inter-Fiorentina), nemmeno i giocatori che a quanto pare avevano la stessa fretta di chiudere ulteriormente il match e si apprestavano a fare altri due gol con un superlativo Banega. Nel finale di primo tempo Freuler “sporcava” il risultato timbrando la presenza dell’Atalanta Nella ripresa ancora Banega e il secondo gol in campionato di Gagliardini certificavano l’avvenuta goleada. Il 7-1 definitivo permette di fare alcune considerazioni. La prima è su una valutazione individuale di alcuni giocatori: Banega ha trovato la collocazione tecnica giusta, Pioli gli ha incartato il regalo con il fiocchetto Gagliardini a coprirgli le spalle e la carta da pacco, quale troppi pensavano che fosse, Kondogbia. L’argentino è tornato a fare la differenza come ai tempi del Siviglia, perché il calcio non è solo quello che vediamo in campo, dipende da valori tattici, ambientali e temporali. L’Inter ha perso per strada tanti giocatori di classe per lo stesso motivo e oggi probabilmente ne ha capito uno e lo sta riprendendo per i capelli, ad un terzo della stagione. Il sacrificato è Joao Mario che ha la sola colpa di essere costato tanto e non avere gli stessi colpi di classe di Banega o Perisic. Naturalmente Joao Mario è molto più forte di quanto visto fino ad oggi ma con un altro tipo di stesura tattica. Kondogbia ha dovuto attendere un anno e mezzo per avere un'Inter più ordinata e sensata e dare il contributo che ci si aspettava da lui. La sua ennesima partita convincente è una grande notizia anche per la prossima stagione. Icardi ha fatto una gara fantastica, non solo per la tripletta. Dispiace che molti tifosi lo considerino solo un buon attaccante ma paga senza dubbio la pantomima di questa estate per il rinnovo di contratto, oltre alla nota vicenda del libro e il rapporto perso, pare per sempre, con la curva. Sorprendentemente ha giocato una splendida partita anche Ansaldi, il quale ha trovato sicurezza e numeri in ogni zona del campo. Una prestazione convincente anche prima che il punteggio si facesse importante. E’ solo una constatazione che, se preludesse ad una crescita come quella di D’Ambrosio, creerebbe un problema felice. Gasperini esce dunque sconfitto tanto a poco da un San Siro che non gli ha risparmiato cori che lui stesso ha provocato. Alla fine ha detto signorilmente di non aver alcun risentimento verso l’Inter. Fa piacere ed è bello che lo dica dopo una sconfitta del genere ma allora perché fare 18 interviste in sei anni in cui parla dell’Inter con un rancore tanto evidente? L’ultima in ordine di tempo è quella con la Gazzetta della scorsa settimana, in cui ha messo dentro anche Fiorello, colpevole di imitarlo come uno “che non capiva niente”. Speriamo sia l’atto conclusivo di una serie di astiose dichiarazioni. Questa vittoria dimostra che l’Inter è ad un livello più alto e che Pioli ha davvero fatto un grande lavoro, prova che la sconfitta con la Roma non è la verità nel rapporto di forza. Nello stesso modo in cui non lo è stata la partita in cui la Roma ha perso in casa col Napoli e quella del Napoli in cui ha perso con l'Atalanta ecc… Perdere con la Roma è stato dunque grave, forse irrimediabile ma non l’evidenza di una differenza di livello tra le due squadre. Nel frattempo nella polemica con la Juventus si è inserito anche il Milan dopo venerdì. Sono in attesa che Buffon faccia un'altra intervista in cui afferma di nuovo che ”non riesce a provare rispetto verso una squadra che si attacca al niente”. Ausilio ha ricordato che l’Inter non ha mai parlato della Juventus ma sembra che la cosa non interessi nessuno. Il rispetto l’Inter lo otterrà solo sul campo. Amala

Editoriale di Lapo De Carlo, Cagliari travolto, ma la verità è con l'Atalanta

Editoriale di Lapo De Carlo, Cagliari travolto, ma la verità è con l'Atalanta

Tante novità piacevoli nella vittoria netta dell’Inter a Cagliari: il primo gol di Gagliardini, un rigore anche per i nerazzurri e susseguente ritorno al gol in trasferta di Icardi, una rete su punizione (che l’Inter non sfrutta mai), autore l’ottimo Banega e una doppietta di Perisic il quale in trasferta trova più spazi. La partita ha detto alcune cose e ne ha puntualizzate altre. La squadra di Pioli è un diesel e non entra quasi mai in partita dal primo minuto, i giocatori vanno ad un ritmo che pare compassato ma hanno nei piedi la capacità di trovare verticalizzazioni che soppiantano le combinazioni difensive degli avversari. È accaduto anche questa volta in occasione del gol di Perisic, ottenuto grazie a Banega, il quale, oltre a trovare il raddoppio su calcio da fermo, ha dimostrato che non sarà mai un recuperatore di palloni ma se la squadra si muove intorno e gli toglie l’imbarazzo del sacrificio tattico, lui diventa un meraviglioso anarchico. Avere Banega è come disporre di un trequartista in ogni zona del campo, capace di inventare un gioco sovversivo in mezzo all’ordine e dunque la banalità del passaggio facile in orizzontale. Il fatto che non abbia trovato, fino a poche settimane fa, un'occupazione stabile tra i titolari e un rendimento che lo rendesse più luminoso degli altri, dipende senz’altro dal difficile ambientamento ma anche ad un ruolo, il suo, che storicamente non riesce ad essere colto da decine di allenatori. All’Inter è successo molte volte e gli interisti ancora oggi guardano con sufficienza a Recoba, Coutinho, Kovacic mentre hanno dovuto arrendersi all’evidenza almeno con Seedorf e Pirlo. Oggi Banega è un giocatore indispensabile come lo era al Siviglia, lo è nella Nazionale argentina e lo deve essere nell’Inter di oggi, ma senza un gioco cucito su misura, anche per lui sarà difficile mantenere una continuità di rendimento. Troppo “facile” far complimenti alla squadra in una giornata in cui è girato tutto bene, al contrario di situazioni in cui è andata al contrario, come la scorsa settimana. Giusto ricordare la prova a due facce di Kondogbia partito davvero male per poi rifarsi nel corso della partita ma soprattutto la continua crescita di D’Ambrosio che ha però commesso un errore grave nella marcatura su Borriello, non creando alcun problema all’attaccante del Cagliari, in occasione del gol. Resta il fatto che l’esterno sta dimostrando di avere ancora margini di crescita nonostante i suoi 29 anni. Dimostrazione che l’intelligenza va oltre i mezzi tecnici e ti spinge a crescere. A distanza di sette giorni è possibile rileggere la sconfitta interna con la Roma anche con un'altra interpretazione. Per una settimana si è disinvoltamente detto che Pioli è bravo ma ha dimostrato i suoi limiti facendosi asfaltare tatticamente da Spalletti. Si è anche detto e scritto che l’Inter era inferiore alla Roma. Vero, Pioli ha sbagliato e l’Inter è parsa dare ragione agli scettici che, come me, sostengono che la squadra debba ancora fare un salto di qualità mentale e l’organico sia forte ma non fortissimo. Tuttavia è indispensabile ricordare che la Roma ha perso con il Napoli non riuscendo ad organizzare una partita con un avversario che tatticamente ha stravinto la sfida. Non si è parlato di Spalletti ridimensionato perché il tecnico toscano ha già mostrato il suo valore in panchina. Al contrario tutti i salamelecchi che vengono spesi per Pioli quando vince si trasformano in perplessità senza ritorno se perde. La partita persa una settimana fa è improvvisamente diventata la verità delle cose, a dimostrazione che quell’ipocrita stupore, quell’incapacità di capire come il tecnico non avesse ancora convinto, proveniva dagli stessi che lo hanno ridimensionato. Pioli mi piace umanamente e come professionista, ma qui si tratta solo di capire se e quanto l’allenatore può andare oltre i suoi stessi limiti ed essere all’altezza di una squadra e una società che tra tre mesi inizierà una campagna acquisti poderosa. Non c’è nulla di male nell’aspirare ad avere qui Conte o Simeone e nel contempo avere qualche dubbio su Pioli. Lui e l’Inter si stanno conoscendo ed è inevitabile cercare risposte in ogni partita. È possibile che tra una settimana, se non dovesse esser battuta e superata l’Atalanta, il tecnico venga di nuovo riportato in un contesto di mediocrità. Lo sa lui e lo sapete voi ma io rinuncerei a Pioli solo se dovesse arrivare un fuoriclasse in panchina. Se l’Inter l’anno prossimo vorrà lottare per lo scudetto dovrà essere realista e sapere che Juve, Roma e Napoli hanno progetti che vanno avanti da molto più tempo. Oggi godiamoci il 5-1 in trasferta sapendo che con l’Atalanta la prossima settimana sarà bene avere due o tre piani partita. Gasperini è avvelenato con l’Inter all’inverosimile e se le cose dovessero complicarsi vorrei vedere una squadra tosta che reagisce con risolutezza, senza panico. Amala.

Editoriale di Lapo De Carlo, l'Inter sbaglia la partita sbagliata

Editoriale di Lapo De Carlo, l'Inter sbaglia la partita sbagliata


Non è matematico, non è ancora deciso niente e nella vita tutto può accadere ma aver perso in casa una partita tanto importante ha l’aria dell’ennesima stagione buttata al vento. Non era una partita impossibile nonostante la Roma sia decisamente più matura di quanto non le sia mai accaduto in questa e in altre stagioni, ma questa partita ha dimostrato che l’Inter non è ancora tornata ad essere la grande squadra che molti sostenevano fosse.

Il mantra della settimana è stato il ruolino impressionante di nove partite vinte su dieci, una marcia che non intendo svalutare con l’obiezione che si trattasse di avversari battibili. Niente affatto. Il vero problema è che, oltre all’Inter, anche le altre sette prime squadre del campionato andavano e vanno ad una media impressionante, tanto più che, con questa sconfitta oggi quella nerazzurra si trova assurdamente al sesto posto con l’Europa League tutt’altro che scontata.

L’Inter parte con una formazione che prevede D’Ambrosio, Medel e Murillo in una difesa a tre per arginare le incursioni della Roma. A centrocampo la vera sorpresa con Pioli che sposa una mediana di qualità con Gagliardini, Kondogbia, Brozovic e Joao Mario a formare un centrocampo apparentemente robusto, con l’ampiezza destinata ad essere interpretata da Candreva e Perisic in assistenza ad Icardi La scelta della formazione di Pioli viene giudicata con una certa sorpresa da Piero Ausilio che non lo nasconde ma chiude con un diplomatico “siamo con lui”. Tuttavia è proprio tatticamente che l’Inter perde il controllo del primo tempo, con un episodio, come quello di Perisic che interpreta male il regolamento, che si unisce maledettamente allo spaesamento di una squadra mal collegata. Allo stesso tempo Brozovic non viene cercato e non entra mai in partita, Icardi sbaglia un gol semplice in apertura, Gagliardini e Kondogbia lottano e sono tra i più convincenti, Joao Mario sbaglia i movimenti ma poi cresce.

Il problema è che mentre la squadra cerca di entrare in partita, la Roma è più squadra e dal primo minuto e pressa alto su ogni portatore di palla interrompendo le linee di passaggio, poi arriva il gran gol di Nainggolan e l’equilibrio si interrompe. La partita diventa nervosa pur restando interessante ma i giallorossi hanno altre due occasioni e sembrano avere in pugno la gara. Dopo 40 minuti l’Inter si dà finalmente un'intensità e costruisce due occasioni da gol importanti che spreca per imprecisione. Il primo tempo scivola via dopo alcune decisioni di Tagliavento che irritano San Siro.

Il secondo tempo non parte male perché la squadra di Pioli imbastisce subito due occasioni ma proprio durante un'incursione verso l’area dei romanisti Gagliardini viene spinto irregolarmente, Tagliavento non interviene e Nainggolan si fa serenamente 60 metri (dico sessanta) palla al piede senza essere disturbato e arrivando al gol con un'altra prodezza dalla distanza. Dubbi sul fischio non pervenuto ma anche sullo squilibrio tattico. Da quel momento diventa una gara ancora più nervosa, con la sensazione che Tagliavento arbitri con poca serenità. L’ errore più clamoroso è quello che impedisce all’Inter di tornare in partita, dopo un fallo non visto su Eder in piena area. Qualche minuto dopo arriva il gol della speranza di Mauro Icardi ma dura poco perché poco dopo arriva il tredicesimo rigore stagionale della Roma dopo un fallo di Medel su Dzeko.

In definitiva l’Inter gioca una partita completamente sbagliata per modalità e approccio inadeguato, ma è soprattutto la prima partita che perde anche con la complicità dell’allenatore. Può capitare ma non in sfide come queste che decidono una stagione, in un confronto diretto che invece di essere affrontato con maturità e consapevolezza è stato interpretato in modo isterico e perdente. Preparare bene durante la settimana una partita come questa è un obbligo che l’intera società dovrebbe avere ma non è accaduto per meccanismi interni che dovrebbero essere analizzati. Non serve fare autocritica generalista ma entrare nel dettaglio.

La sensazione è che Pioli, nonostante sia il meno colpevole dell’andamento di questa stagione, abbia perso una grossa chance per essere ancora l’allenatore dell’Inter nella prossima stagione. La squadra ha ottimi calciatori, un buonissimo tecnico e una società più strutturata. Il rischio è proprio che vedendo più qualità tecnica e bontà in panchina, ci si illuda che manchi poco a raggiungere lo scudetto o la Champions. Non è così. L’Inter di oggi ha una serie di ottimi professionisti ma non c’è personalità in nessuna componente nerazzurra. Non in campo dove “il leader è il gioco” (cit: Pioli), non in panchina dove Pioli è bravo ma forse non il fuoriclasse per tornare a vincere, non nella società che si è fatta sbertucciare comunicativamente dopo la gara contro la Juventus e manca da sempre di una figura di riferimento.

Dal sesto posto in cui si trova l’Inter oggi forse sarà più facile avere il coraggio di cambiare per acquisire, in termini di uomini e autentica autocritica, quella personalità e mentalità vincente che continua a mancare. Intanto ora in avanti si ragioni con più realismo e meno emotività. Amala.