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Editoriale di Mauro Suma, Allegri: da Pirlo a Bonucci. Donnarumma: nessuna reciprocità. Napoli: l'esperimento del non mercato

Editoriale di Mauro Suma, Allegri: da Pirlo a Bonucci. Donnarumma: nessuna reciprocità. Napoli: l'esperimento del non mercato

Allegri: da Pirlo a Bonucci. Donnarumma: nessuna reciprocità. Napoli: l'esperimento del non mercato

Quando c'è una diaspora che scuote le pareti dello stomaco di una tifoseria, Massimiliano Allegri si trova nel mezzo. Andrea Pirlo nel Milan del 2012, Leonardo Bonucci nella Juventus del 2017. Max cozza senza volerlo con i caratteri di alcuni big: loro non si aspettano in un uomo normale e sereno come lui, la forza di saper fare a meno di chiunque. Il saper tirare dritto di un sergente di ferro racchiuso nelle sembianze di un uomo mite, leggero e sorridente. Anche se in 7 anni di Juve, Bonucci è sempre stato al suo posto e gli episodi di quest'ultima stagione con l'allenatore sono stati una eccezione e non la regola. In ogni caso Andrea Pirlo è stata la prima pietra del ciclo juventino ancora pienamente in corso. Leonardo Bonucci saprà essere altrettanto per il Milan? L'esempio di Antonio Conte sembrerebbe incoraggiarlo: il tecnico leccese piombò nel ritiro juventino del Luglio 2014 con la stessa espressione che aveva il difensore viterbese giovedì mattina. E dopo quella rottura, Conte ha fatto un grande Europeo con la Nazionale in Francia e ha riportato il titolo della Premier League nella bacheca del Chelsea. Bonucci al Milan dal canto suo è la pietra angolare di un mercato rossonero scatenato ma ancora carente, fino all'inizio di questa settimana, sul crinale della leadership. Ecco allora un capitan Futuro della Juventus e un capitano effettivo dalla Lazio. L'arrivo di Bonucci non è la vittoria di un trofeo, ma ha suscitato nei tifosi del Milan le stesse emozioni e gli stessi fremiti. Del resto il Milan è atteso proprio da una impresa del genere, da squadra che nel 2011 ha saputo porre fine alla dittatura nerazzurra post Calciopoli e che adesso deve provare a fare altrettanto, anche se sarà tremendamente difficile, rispetto alla dittatura bianconera post Tevez. In ogni caso la serata del 13 Luglio 2017 è stata molto simile alla grande attesa di Nesta del 30 Agosto 2002, alla straripante voglia di Ibra del 28 Agosto 2010. C'erano in migliaia di case solo cuori che battevano, solo occhi sbarrati che non ne volevano sapere di prendere sonno, certamente non c'erano nasi arricciati che in qualche improbabile bar sono stati notati o immaginati chissà perchè e chissà dove. Ma chi?! Mai così tanta potenza di fuoco in un solo Calciomercato era stata così priva di avvisaglie e di pronostici, così spiazzante per così tanti osservatori. Il Milan che "non ha disponibilità economica", il Milan dei "soldi di rientro" di Silvio Berlusconi, il Milan che non si capisce di chi sia mentre invece Suning...Mai così deriso un grande Club, mai così umiliato dai fiumi di parole che il Calcio del 2017 sa, ahinoi, produrre senza barriere cacofoniche. Eppure, se arriverà il centravanti che dovrà sapersi alternare ad un prospetto interessantissimo e raffinato come Andrè Silva, il mercato del Milan arriverà a quota 11, una squadra nella squadra, un mercato primissimo per distacco rispetto a tante sessioni precedenti, non soltanto del Milan ma anche di tante altre squadre di tante altre società. La stima odierna è di 50.000 abbonati Stadio l'anno prossimo, qualcuno aggiunge che diventerebbero 70.000 con il Gallo Belotti, l'idolo del figlio di Leo, ma bisogna saper riempire d'entusiasmo San Siro chiunque sia l'undicesimo colpo. Tenendo conto soprattutto che non sarà Belotti, incedibile per il presidente Cairo.

L'Italia la conosciamo. Se c'è la tifoseria di un grande Club che gode, perchè i milanisti sia agli atti stanno godendo tutti nessuno escluso, ci sono le altre grandi piazze che rosicano e che gufano. E' toccato anche ai milanisti stare ciclicamente, a turno, dall'altra parte. Questa volta nella metà opaca del calciomercato, c'è chi immagina chissà quali scenari: ad esempio Bonucci oggi a te e Donnarumma fra un anno a me. Ciascuno è libero di consolarsi e di metabolizzare come meglio crede, ma il destino rossonero di Gigio lo ha deciso la sua famiglia, non lo ha determinato il super-procuratore che ha in questa fase storica ha proprio nel Manchester United e nella Juventus le proprie squadre di riferimento. E Gigio e la sua famiglia la pensano esattamente allo stesso modo, sia sul Milan con cui hanno voluto rinnovare sia sulla Juventus che non è mai entrata davvero nella vicenda, contrariamente a quanto accaduto da Parigi dove sia al 18enne che a suo fratello era stato offerto esattamente il doppio di quanto percepiranno fino al 2012 in rossonero. Anche Axel Witsel, perso a Torino nell'ultimo giorno di mercato dell'Agosto 2016, sembrava dovesse poi tornare alla Juventus in una sessione successiva di mercato. Invece poi al posto di Witsel, nel Gennaio 2017 è arrivato Rincon. Il calcio per sua natura non è programmabile e non è prevedibile. Adesso Gigio è a casa sua e ci resterà.

Mercato, sempre mercato. L'Inter non vede l'ora di dar vita al suo, ci sono i fuochi d'artificio rossoneri reiterati e costanti nel tempo, c'è il mercato juventino figlio delle tensioni dell'ultima stagione sfociate nell'intervallo di Cardiff e nel secondo tempo di Cardiff. Ma c'è anche un non mercato. Un esperimento da seguire con grande interesse. Ed è quello del Napoli. Maurizio Sarri lo aveva detto di recente: "Il nostro calcio è ammalato di calciomercato, si pensa sempe e solo a quello. E si finisce per pensare sempre meno al lavoro". E il suo lavoro Sarri ad oggi lo ha fatto molto bene, visto che tutti i giocatori che sono rimasti non hanno bisogno di tempo per conoscere i suoi meccanismi visto che li hanno già abbondantemente mandati a memoria. Nel calcio italiano dell'adrenalina e dei colpi di mercato, quella del Napoli resterà una eccezione, diventerà una felice parentesi? Oppure imploderà e i luoghi comuni torneranno ad imporsi anche sotto il Vesuvio? Siamo qui apposta per vedere come andrà a finire, disponibili a seguire con grande interesse sia il mercato tutto nuovo, storicamente necessario dopo anni particolari, per il Milan, sia il "lavoro al posto del mercato" di marca partenopea. Davvero, molto interessante. Certezze non ne abbiamo, che il campo parli.

 

 

 

Editoriale di Mauro Suma, Donnarumma: era pronto il golpe Juve? Ausilio: una giusta predica. Napoli: è Storia, non passato

Editoriale di Mauro Suma, Donnarumma: era pronto il golpe Juve? Ausilio: una giusta predica. Napoli: è Storia, non passato

Quando un tormentone italico diventa nazional-popolare sfugge di mano, se ne perde il controllo. E al 18enne Gigio è accaduto: tritato e frullato come mai gli era accaduto in questi primi anni della sua vita. Colpa di Raiola? Intendiamoci, di stinchi di santo nel calcio non ce ne sono, ma Raiola fa il suo: guarda i numeri e guarda i soldi. E da freddo professionista del calcio malato di grandi cifre, aveva deciso di portare il giocatore dove gli offrivano cifre molto più che stratosferiche. Proprio perchè il suo è un mondo legittimamente e obiettivamente diverso da quello dei tifosi. Per lui orgoglio, fede, appartenenza, passione e amore non esistono. Dal suo punto di vista contano solo i contratti e i numeri sui contratti. In questa vicenda, però, sono scesi in campo, dopo aver soppesato tutto e dopo aver avuto bisogno del tempo necessario per soppesarlo, la famiglia di Donnarumma e il ragazzo stesso. Hanno capito che quella del Milan, anche se inferiore del cinquanta per cento rispetto all'altra, era una super-offerta, fatta da chi aveva creduto fino in fondo nel ragazzo per farne diventare la propria bandiera. E a quel punto famiglia e giocatore hanno voluto fortemente il Milan. All'agente, secondo il quale i Donnarumma sono dei pazzi a rinunciare a quello cui stanno rinunciando, non è rimasto che abbozzare e prendere quello che restava, senza compromessi: zero clausole da 10 milioni e commissioni solo nella misura amministrativa del cinque per cento federale. A questo punto, invece che dal lieto fine Gigio verrà inseguito da due fogliettoni nazional-popolari: la maturità e il fratello. Sugli esami è stato particolarmente brava e sensibile il ministro Fedeli. Ha fatto il ministro che parla ad un ragazzo di 18 anni: non lo ha giudicato, gli ha spiegato. Chapeau. E Gigio, a Ibiza, ha letto e riletto la lettera del ministro, traendone spunto e insegnamento. Per quanto riguarda, invece, il fratellone di Castellammare, ne abbiamo già parlato settimana scorsa. E non lasciamo, anzi raddoppiamo. Visto che la famiglia Donnarumma non avrebbe lasciato solo Gigio all'estero, con lui sarebbe andato a giocare comunque Antonio. Il fratelllo maggiore avrebbe in ogni caso lasciato l'Asteras per stare con il fratello, anche senza l'accordo con il Milan per intenderci ancor meglio. E anche lui, cuore di papà e cuore di mamma nella stessa misura di Gigio, avrebbe guadagnato il doppio altrove piuttosto che al Milan. Ma, in cuor suo, papà Alfonso, che aveva sofferto il modo in cui Antonio era stato trattato quando aveva finito il suo percorso nelle giovanili del Milan anni fa, ha sempre sognato di riportarlo in rossonero. Ed è la cosa forse che in questo momento lo sta rendendo più felice. Dietro a tutto questo c'era la Juve? No, Gigio non voleva e non vuole andare alla Juve nonostante Marotta e Buffon ci abbiano legittimamente provato. Legittimamente, naturalmente, rispetto alla dittatura in corso e che le milanesi sperano di mitigare. Non sappiamo se in qualche modo Mino nostro abbia provato a tenerli buoni i bianconeri, sussurrando che alla fine avrebbe convinto il ragazzo. Non sappiamo, sono giochi delle parti che non conosciamo e nei quali non vogliamo entrare. Resta il fatto che il mercato bianconero dei portieri, dopo il summit milanese, sembra essersi rimesso in moto.

Nel suo accenno ai soldi buttati, Piero Ausilio faceva autocritica o attaccava il Milan? Se fosse vera la prima ipotesi, va presa in considerazione: dopo i 110 milioni di euro spesi per Kondogbia, Joao Mario e Gabigol, una autocritica in materia di soldi buttati bisogna ascoltarla in religioso silenzio. Con tutto il carico di quattro allenatori, due direttori sportivi, una presidenza diversa dalla proprietà e le fazioni in spogliatoio che avevano caratterizzato il ridondante anno sportivo nerazzurro 2016-2017. Se fosse poi stato, ammesso e non concesso, un attacco al Milan, non sarebbe assolutamente un dramma. Senza qualche frecciata stracittadina, il calcio non è più calcio, per cui ben venga. Anzi, avanti il prossimo. Anche se il Milan, per la verità, è un po' svantaggiato perchè non ha molto tempo a disposizione per rispondere, fra la presentazione di un nuovo acquisto e l'altra. Restiamo convinti che, a fine mercato, l'Inter sarà molto competitiva, ma in prossimità della metà di Luglio, i due Club milanesi sono molto diversi fra loro. In tutto: dai 5000 tifosi rossoneri del giorno del Raduno, ai 15 che hanno salutato la partenza del gruppo nerazzurro per il proprio ritiro. Ci sarà tempo per rimontare, anche perchè, comprensibilmente l'Inter avrà molti più tifosi al proprio seguito quando deciderà di passare finalmente dagli interessamenti, gli unici oggi a fare notizia, agli acquisti veri e propri che certamente non mancheranno e che in qualche caso lasceranno tutti a bocca aperta.

Napoli esemplare, Napoli una città che insegna. L'arrivo di Diego Armando Maradona e la sua elezione a cittadino onorario del capoluogo partenopeo sono stati una ulteriore dimostrazione e conferma del perchè e percome il calcio non morirà mai. Nell'ambiente del pallone non mancano di certo i futuristi un po' confusi che non conoscendo e non avendo amato la Storia la derubricano a passato. Ma a Napoli e per Napoli, il fremito della Storia è così forte che è come se il Pibe non avesse mai smesso di giocare. Chi vive intensamente la propria città, la propria squadra e i propri colori si emoziona e si commuove quando la propria Storia rivive, esattamente come se i fuoriclasse di un tempo fossero in campo ancora oggi. Il Napoli sta mostrando un grande calcio ancora oggi e sa coniugare bel gioco e cultura sportiva grazie al lavoro di Sarri, ma per tutti i napoletani solo pronunciare Diego significa sognare e sospirare. C'è un attaccamento del popolo napoletano alla propria Storia che la rende ancora attuale ed elettrizzante. Senza esagerare, cosa che a Napoli può accadere in ogni minuto della giornata e in ogni giorno della settimana, la capacità di amare e di perdonare del popolo del San Paolo nei confronti di Maradona è unica al mondo. Quando Diego e i napoletani sono insieme, esistono solo loro e si sente solo il fremito dei loro cuori. Un bellissimo esempio per tutti, anche per noi che siamo gli altri rispetto ad una splendida città di calcio.

Editoriale di Mauro Suma, Donnarumma: costi quel che costi. Suning tra ex juventini ed ex milanisti. Da Cardiff a Castellammare

Editoriale di Mauro Suma, Donnarumma: costi quel che costi. Suning tra ex juventini ed ex milanisti. Da Cardiff a Castellammare

Non l'ha ordinato nessuno ai tifosi del Milan di innamorarsi di Donnarumma. Nemmeno ai bambini ai quali, come per Kakà, e torneremo su questa nemesi, è particolarmente difficile spiegare cos'è successo. Ma non è il tempo del pistolotto moralistico: solo analisi e solo dettagli. Era una trattativa difficilissima ed è finita peggio di come si potesse prevedere. Nella nuova società rossonera c'era il retropensiero del duplice sospetto, prima sul pregiudizio umano e personale da parte di Raiola e poi su una polpetta avvelenata cucinata a orologeria già prima del closing. Dall'altra parte invece era da Gennaio, ben prima del diciottesimo compleanno di Gianluigi Donnarumma, che questo in casa rossonera era un argomento tabù. Sst, sst, zitti, zitti...Con il senno di poi, era tutto chiaro, tutto già pensato: Raiola che voleva aprirsi finalmente una corsia professionale con il Real Madrid e Donnarumma che non voleva più fare un favore al Milan degli scappati di casa, parando a più non posso a beneficio di una squadra scarsa. E noi? E i tifosi? Come sempre nel mezzo, senza razionalità e senza lucidità. Sperare, credere, avere fiducia...roba da Cenerentole arrivate al ballo fuori dal tempo e fuori dalla favola. E' vero quindi, in riferimento alla società, che da parte di Raiola c'era e c'è un pregiudizio, ma non nei confronti della nuova proprietà, bensì nella possibilità per il Milan in generale come Club di rialzarsi da un momento storico molto negativo che perdura ininterrottamente dal Gennaio 2012. Mentre dall'altra parte, in Donnarumma stesso, non c'era la stessa chiusura, voleva consentire al Milan di giocarsela, verificando sul campo della trattativa se il nuovo Milan avesse davvero la forza di valorizzare lui e rinforzare la squadra. La trattativa, però, ha dilatato le posizioni invece di sintetizzarle. Perchè Milan e Donnarumma hanno "pensato" diverso. Milan e Donnarumma, non Raiola che ha semplicemente fatto il notaio di una storia che è finita esattamente come lui voleva che finisse fin dal principio. Il Milan ha pensato positivo, Donnarumma ha pensato negativo. Nonostante una situazione sportiva ed economica devastante, nonostante un forte investimento per l'acquisizione del Club e un prestito non gigantesco ma comunque significativo, il Milan è andato all'assalto del mercato, ha comprato 4 giocatori importanti e ha offerto più di 5 milioni l'anno a Donnarumma, mettendolo al centro di un progetto sportivo ed economico di rilancio e di prospettiva. Lui, invece, il ragazzo, si è rinchiuso in pensieri difensivi, tutt'altro che da 18enne: ma qui fra un anno cosa succede, ma il treno del Real..., ma perchè mi hanno messo contro i tifosi, ma perchè parlare della tribuna. E' qui che è caduto Gigio, non si è aperto, si è chiuso. Si è creato alibi: la tribuna era una minaccia d'amore, il desiderio di fare bene e di fare presto sul contratto da parte della società proprio per non rimanere troppo tempo allo scoperto anche agli occhi dei tifosi con tutte le ricadute ambientali che si stanno puntualmente verificando, era un richiamo della foresta rossonera, mentre poi i tifosi, quelli veri, quelli di sempre, hanno preso posizione da soli, imprecando ma soffrendo, sfogandosi ma amando, senza che nessuno li abbia pilotati o orientati. Non vogliamo entrare nel merito del rapporto fra lui, Enzo e Mino, ma avrebbe dovuto viverla in maniera tutta diversa questa vicenda, con il coraggio e la disinvoltura dei suoi 18 anni, con la bravura e la spavalderia del suo talento naturale. A 28 anni, Gigi Buffon non si è fatto troppe menate passive e negative, è sceso in Serie B con la sua Juventus. Per non parlare di Franco Baresi...Ma proprio per non essere retorici, ecco dove avrebbe dovuto aprire la mente Donnarumma: cercando un confronto con Kakà, parlando con Riccardino, ovvero il Gigio all'incontrario, perchè lui era stato messo alla porta... Anche a Ricky brillavano gli occhi a parlare del Real Madrid, anche per lui era la terra promessa. E' tornato al Milan quattro anni dopo, scarico, disilluso e con gli occhi vuoti, desideroso solo di riprendersi quell'affetto vero che gli mancava in maniera terribile. Sai cos'è il Real, caro Donnarumma? E' passare da uno di noi a uno dei tanti, dal piedistallo al frullatore, dal cuore dei bambini rossoneri alla catena di montaggio. Scelta ineccepibile, ma piccola piccola nella sua banalità e nella sua scontatezza. Tutta da verificare poi nella sostanza e negli eventi, perchè se il Milan dovesse prendere un portiere, cosa a questo punto probabilissima, e dovesse affrontare tutta la prossima stagione pre-Mondiale con quattro portieri, uno dei quali proprio Donnarumma, nessuno dovrà stupirsene. Perchè è legittimo che dopo aver investito a livello mediatico, economico, umano, psicologico e sportivo su Donnarumma, il Milan decida di condividere con lui dal primo all'ultimo dei giorni della prossima stagione. Costi quel che costi.

Suning è una o bina? Viene da chiederselo, dopo la presentazione di Fabio Capello come nuovo allenatore del Jiangsu Suning. Fabio Capello non è un alieno per il mondo interista, era quello che avrebbe dovuto allenare l'Inter nel 2006 se non fosse scoppiata Calciopoli. E oggi lo stesso Capello ha assunto un incarico per il quale dovrà collaborare strettamente con Walter Sabatini, esattamente come dovrà fare il tecnico nerazzurro Luciano Spalletti. Ma al momento della vernice cinese, Don Fabio ha fatto sue sugli Scudetti del 2005 e del 2006 le stesse testi degli juventini e di Luciano Moggi, tesi molto lontane dal video dei Valori interisti messo online dalla nuova proprietà interista nello scorso mese di Marzo, il giorno della festa di compleanno del Club. E vien da sorridere a pensare che al fianco di Fabio Capello, ex juventino ed ex milanista sia come giocatore che come allenatore, erano presenti in conferenza Gianluca Zambrotta, ex milanista ed ex juventino a sua volta e Cristian Brocchi, ex milanista ed ex interista ma proveniente da un mondo, quello di Davide e Marcello Lippi, storicamente molto vicino a quello bianconero. Un po' di confusione a livello di colori e di memoria storica, vero? La Suning interista si è fermata a Milano e in Oriente ha fatto scelte tutte diverse?

Torniamo brevemente a Donnarumma. Con la reazione dura e arrabbiata dei tifosi del Milan sui social e sul web in genere, sono stati solidali i tifosi napoletani che hanno rivissuto quanto hanno sofferto per Higuain e anche i tifosi interisti che a certe situazioni tendono ad essere piuttosto sensibili. I tifosi juventini invece hanno colto la palla al balzo, per buttare addosso ai milanisti tutto quello che hanno dentro fin dalla notte del Millennium Stadium di Cardiff. Occhio per occhio dente per dente, tu hai gufato a Cardiff e io godo per Donnarumma, il ragazzo di Castellammare, quello di "Sempre a loro, sempre a loro...". Chissà cosa ne pensa Buffon...

 

Editoriale di Mauro Suma, Keita: finirà come Berardi o come Lentini? Cardiff: il fascino della "colpa". Milan-Inter: reggeranno Roma e Napoli?

Editoriale di Mauro Suma, Keita: finirà come Berardi o come Lentini? Cardiff: il fascino della "colpa". Milan-Inter: reggeranno Roma e Napoli?


Il calciomercato non è solo un fatto di trattative, di milioni, di giocatori, di rapporti. E' anche e soprattutto un banco di prova. Un test dei rapporti di forza. Gli Scudetti e le coppe non si vincono solo sul campo, il terreno di gioco è l'extrema ratio di un sistema costruito dalle scrivanie e dai bilanci. La Juventus di questi anni non si è limitata a vincere. Ha voluto anche tornare a costruire quel sistema di controllo e di direzione dell'intero mercato, sperimentato con successo per tanti anni da Giampiero Boniperti, che è in grado di inibire la crescita, lo sviluppo delle sfidanti. E questo lo si vede soprattutto dai duelli di mercato, tutt'altro che casuali, anzi voluti, cercati, che la Juventus intavola con le nuove proprietà del calcio italiano. Un anno fa toccò a Suning e all'Inter, quest'anno alla nuova dirigenza e al Milan. Un anno fa, il banco di prova dei rapporti di forza sul mercato fu Domenico Berardi. L'Inter lo voleva e la Juventus si oppose pensando che quel trasferimento restava tutto da vedere. Finì in parità, con l'Inter che ha trovato strada sbarrata e non è riuscita a migliorarsi, cosa sulla quale la società campione d'Italia aveva voluto intervenire, non acquistando il giocatore ma tenendo comunque tecnicamente in soggezione l'avversario. E' probabilmente anche l'obiettivo, mai dichiarato, queste sono cose che si percepiscono e non si dichiarano, del tackle su Keita. Anche in questo caso c'è il braccio di ferro di mercato fra la società che sta vincendo da 6 anni e una nuova proprietà con obiettivi ambiziosi. La posta in palio, probabilmente, deduciamo e interpretiamo, non è solo il trasferimento del giocatore da una parte piuttosto che dall'altra, ma un messaggio, un segnale. Che la Juventus vuole dare, mentre il Milan è più che altro concentrato sulla buona fede del proprio punto di vista tecnico, sulla propria convinzione calcistica, visto che è noto da 8 mesi il gradimento verso Keita del nuovo management sportivo milanista. Finirà in parità anche questa volta, con Keita che resta alla Lazio? Finirà come un anno fa per Pjaca, in un altro incrocio di mercato bianconero-rossonero ma con la parte milanese disarmata economicamente oppure finirà come tanti anni fa per Gianluigi Lentini che sembrava promesso alla Juventus e che poi invece raggiunse il Milan? La risposta affermativa ad una e solo una di queste tre domande può essere destinata a intaccare certi rapporti di forza che nel calcio italiano, in campo e fuori, sono consolidati ormai da anni.

Era una Finale diversa quella di Berlino. Due anni fa, andava bene qualsiasi cosa, era il calcio italiano che tornava a respirare l'aria di una Finale, c'erano Suarez, Messi e Neymar considerati imbattibili. La Juventus due anni fa era una invitata al Gala che sapeva in cuor suo di essere destinata a rimanere al suo posto. Quest'anno no, brutta botta, tutto diverso, la squadra bianconera pensava in cuor suo che sarebbe stata lei a dare il via alle danze. Quello che è invece accaduto poi e che è difficile da capire e accettare è il desiderio forte di dare la colpa ad Allegri di questa sconfitta di Cardiff. I primi momenti per i tifosi sono stati quelli dell'amarezza e dello choc, ma man mano che passano i giorni, è un'altra analisi a prendere il sopravvento. I denti non sono più stretti e si mollano i pappafichi, quello che lo accusa di non aver messo Marchisio, l'altro che gli dice di non aver preso le contromisure nel secondo tempo rispetto all'impossibilità di Bonucci di impostare il gioco, l'altro ancora che voleva vedere Dybala e Higuain più vicini alla porta e meglio serviti. Cose da tifosi e non di società, tanto è vero che il Club ha rinnovato e alla grande con il tecnico, ma il clima di una grande piazza contribuiscono in tanti a crearlo. Quando si perde una partita in maniera così inaspettata e così fragorosa, qualcosa che non ha funzionato c'è e qualche errore può essere stato commesso, ma si deve resistere alla tentazione di dare "la colpa" ad Allegri. L'errore è un conto, la colpa è ben altro, e vale la pena sottolinearlo in un Paese che non riesce mai a sottrarsi a questa tentazione irresistibile. Soprattutto perchè non può essere banalizzata così una sfida cruciale, importante e affascinante come quella del 3 Giugno.

Il Milan adesso, l'Inter già l'anno scorso e più avanti durante questo mercato: le nuove proprietà dei grandi Club stanno riportando soldi veri dentro il movimento calcistico italiano. Le cronache di Giugno, soprattutto per merito del Milan ma arriveranno anche gli altri, sono piene non di sospiri, di vorrei ma non posso, di prestiti e di parametri zero, ma di annunci, di colpi, di operazioni chiuse a suon di milioni di euro. Milan e Inter soprattutto. C'è e ci sarà una forza d'urto del tutto particolare da parte delle due milanesi. Sono in molti gli analisti e gli osservatori che hanno alzato per le milanesi l'asticella di Roma e Napoli. La bravura delle due squadre del derby del Sud, ai vertici negli ultimi anni di crisi del calcio milanese, viene ancora tenuta come modello di riferimento. Certamente il gioco di Sarri e la crescita di Mertens, certamente Monchi e Di Francesco, sono buone risorse, ma i margini per un grande rafforzamento del Napoli sul mercato non sembrano esserci all'orizzonte (anche se Sarri notoriamente non smania per il mercato) e bisognerà soprattutto vedere come uscirà la Roma dal frullatore del mercato in uscita. Alle spalle della Juve, ci sarà una grande smazzata di carte nel corso dell'estate e all'inizio del Campionato. Non sono Milan e Inter che devono dimostrare di poter raggiungere e superare Roma e Napoli, ma sono quella giallorossa e quella partenopea le due squadre che devono difendersi dal rilancio delle due milanesi.

 

 

Editoriale di Mauro Suma: Gigio guardalo, è il tuo Milan. L'inevitaible egoismo di Totti. Bonucci e United esempi veri

Editoriale di Mauro Suma: Gigio guardalo, è il tuo Milan. L'inevitaible egoismo di Totti. Bonucci e United esempi veri


Ci sono in giro due tentativi di contaminare il momento magico del Milan. Che non è il sesto posto, ma è il mercato di svolta fatto con intensità e coraggio, il buon senso che si legge in tante scelte e in tanti atteggiamenti, l'eccezionale stato di forma dei tifosi. Che non si sono fatti ipnotizzare dalle sconfitte contro Empoli e Roma e sono tornati allo stadio, Belli come il sole (striscione storico, cit.) anche contro il Bologna, che hanno saputo discutere con amore e maturità nel corso della settimana non soltanto e banalmente delle date di Maggio delle vittorie storiche ma anche delle date di grande crescita e di grande dolore sportivo come Istanbul 2005 senza tabù e senza fare i pesci in barile, che scatteranno ai blocchi di partenza al momento della campagna-abbonamenti perchè finalmente sentono pulsare nel petto la voglia di tornare a farlo. Le contaminazioni: sono quelle di chi soffia negativamente sul fuoco ad ogni passo e ad ogni scelta del nuovo Milan ma raccoglie a pieni mani la tenerezza del popolo rossonero compatto come non mai e chi, invece, non vede l'ora di creare il nuovo mostro, il nuovo nemico, il Milan del passato rispetto al Milan di oggi e di domani, un Milan per inciso che può solo andare oltre e che indietro non tornerà mai più. E' questo il problema vero, è qui che il Milan deve saper vedere il pericolo e resistere. Perchè i nemici veri o presunti, le fazioni, i veleni fanno affondare il Milan, come ben sa chi il Milan lo ama e non chi il Milan lo usa. E' storia, è dna, da Rivera-Buticchi agli esempi degli ultimi anni. E' questo, il punto dei nuovi mostri, su cui essere chiari: Silvio Berlusconi e Adriano Galliani sono i primi tifosi del nuovo Milan, non c'è rimpianto e non c'è il trucco, non c'è risentimento e non c'è nulla di nulla di negativo. E' vero, il Milan degli ultimi 5 anni ha lasciato in eredità alla nuova dirigenza tanti problemi e tante difficoltà. Ma non lo hanno fatto apposta. E' dolorosamente successo, le contraddizioni che oggi devono gestire Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli sono le ferite che il Milan si è inflitto da solo dal 2012 ad oggi: ha fatto tanto male a sè stesso, prima di farlo ai tifosi e ai propri successori. Ma non scientemente, non deliberatamente, anzi pagando in prima persona, anche se i cocci sono difficili da rimettere insieme. Su Mino Raiola e su Gigio, per essere altrettanto chiari, non ci sono serpenti sotto le foglie: Raiola era stato il primo ad essere critico nei confronti del Milan degli ultimi anni, con cui Fassone e Mirabelli non hanno nulla a che spartire, quando sosteneva ai quattro venti che non era giusto che Gigio rimanesse in una squadra così malridotta. Ma adesso "quella" squadra, sta diventando "questa" squadra. E quindi la palla passa nelle mani di Donnarumma e dei Donnarumma, belle persone, gente da Milan. Nessuna guerra di posizione deve togliere a Gigio l'opportunità di passare alla Storia come quello che al momento del dunque ha saputo rimanere, come Franco Baresi, come Paolo Maldini. I momenti di attesa non sono intrighi creati ad arte, ma pensieri che spettano ad un bravo ragazzo e a chi gli vuol bene. Ecco come la palla Fassone e Mirabelli l'hanno passata a Gigio, con la trasparenza del loro lavoro. L'ad che parla chiaro e lineare ai tifosi, che parla alle telecamere dopo le sconfitte e non dopo le vittorie, che pensa a Rino Gattuso, a Franco Baresi, a Filippo Galli, ha un vento nuovo dalla sua, quello della gente che torna a sorridere di Milan. Il direttore che sente su di sè tutto il senso di responsabilità del suo lavoro, agli occhi dell'allenatore, agli occhi della Società, trasmette a tutti ogni secondo un valore: lavoro al Milan e per il Milan, sto facendo qualcosa di importante e voglio portarlo a termine, voglio portarlo a vincere, con idee e con cuore, senza se e senza ma. Tutto questo non deve temere confronti, giudizi, nulla. Bisogna solo andare avanti, continuare, insistere. Smentire e disarmare senza parlare, senza polemizzare. Gli avversari fingono di non vederlo il nuovo Milan? Meglio, il Milan è già progetto, è già società. Gli altri quando hanno capito di non riuscire ad arrivare terzi, si sono trovati in assenza di input e hanno mollato. Il Milan, non appena ha capito che sarebbe stata dura arrivare quinto, ha parlato chiaro alla squadra e ha trovato la quadra fra Tourneè ed Europa, fra Cina e preliminari. E' stato il vero segnale, il primo passo, come lo spareggio Uefa dell'86 a Torino. Il resto, tutto il resto, verrà. Lavorando così, senza nemici e senza veleni, non potrà che arrivare.

La Roma non ha nemmeno idea a cosa è riuscita a scampare. La gestione di Francesco Totti è stata tanto dura e dirompente, quanto lo era stata quella del Milan con Gianni Rivera tanti anni fa, nel 1975. Da quella diaspora, il Milan ne uscì a brandelli che vennero ricomposti solo undici anni più tardi. La Roma è stata brava a pagarvi un tributo soltanto mediatico, soltanto ambientale. Nonostante il dito puntato del Re di Roma ("Non potrò più indossare la maglia"), la squadra ha salvato la Champions diretta a meno di apocalissi impossibili e se la caverà soltanto con gli sfoghi pro-Pupone di una parte anche importante della sua tifoseria. E' vero che Totti è unico, lo stiamo paragonando come figura storica e tecnica a Rivera, ma è altrettanto vero che è molto egoista. Non è un giudizio negativo: è il destino ineluttabile di star del genere, di uomini-bandiera come lui, esserlo. Però per amore di Roma e della Roma, con tanti esempi alle spalle, Totti, che pure è stato perseguitato e penalizzato tecnicamente, doveva resistere alla tentazione. Non è accaduto e da lunedì Francesco Totti inizierà la sua nuova carriera di feticcio per i tifosi giallorossi e di spauracchio per i dirigenti giallorossi. Non è il miglior finale possibile, ma poteva essere anche molto peggio.

Il calcio sa e può essere anche bello. Il ristagno generalizzato di insulti e cattiverie, di fazioni e di frecciate, non è l'unico modo di essere del calcio. Lo insegnano la famiglia Bonucci e lo insegna la Manchester dello sport. Leonardo Bonucci sta vivendo con il figlio Lorenzo una storia di tale amore e di tale sensibilità che basta quella per dare un senso alla sua esistenza. Il passare dal bacio a Lorenzo imbronciato durante la festa Scudetto al regalo della cena con Belotti, è splendido da parte di Leo. Non esiste Toro o non esiste Juventus, Bonucci papà sa quello da cui è stata attraversata la sua famiglia con Matteo e vuole condividere tutto con Lorenzo, ogni momento, ogni sensazione,ogni stato d'animo. Dal bimbo di Leo ai bimbi di Manchester, il passo è breve. Lorenzo cresce, Saffie purtroppo non potrà farlo. Ma per lei e per la sua memoria, City e United hanno appianato un derby acerrimo, per lei il cielo di Stoccolma ha accolto le stampelle di Ibra, per lei Mourinho ha saputo fare un passo indietro rispetto ad una impresa sportiva. Forza calcio, avanti così.

Editoriale di Mauro Suma, De Sciglio, esattamente come Pirlo. D'Ambrosio e Nagatomo, che succede? Buffon crea, Roma distrugge

 De Sciglio, esattamente come Pirlo. D'Ambrosio e Nagatomo, che succede? Buffon crea, Roma distrugge

Esattamente gli stessi che oggi massacrano Mattia De Sciglio, fra cinque mesi, nel malaugurato caso in cui passasse alla Juventus, saranno i primi ad accusare il Milan da non aver imparato abbastanza dall'errore di Pirlo. Film già visto e rivisto, scritto e riscritto. E allora vale la pena capirsi e fare un po' di storia. Semplice cronaca, anzi cronaca spicciola. Perchè in un grande Club, a diversi livelli di responsabilità, mancherebbe altro, quando si fa un errore lo si fa gradualmente ma tutti insieme. Ricordiamo perfettamente che dal 2007-08 al 2010-11, Andrea Pirlo, lui smentisca se crede, era stato duramente criticato dai tifosi rossoneri. Come si fa oggi: mail alle tv, post sui social. Ma non solo: autorevoli commentatori radiofonici che lo definivano giocatore logoro, chilometrato, in quegli anni milanisti. Che cosa era accaduto in realtà: che Pirlo, lo stesso Pirlo vicino al Real Madrid nel 2006 e al Chelsea nel 2009, aveva ormai staccato. Voleva mettersi in gioco in un ambiente in cui non fosse oscurato da Kakà, da Shevchenko e da altri big. Per non parlare dei tifosi: ogni lunedì, alla Posta di Milan Channel, un tifoso, Renato da Roma, ci scriveva spietato sempre lo stesso messaggio: "Vi è piaciuto anche ieri salame Pirlo? Basta difendere salame Pirlo". Quando, all'inizio della stagione 2008-09 si infortuna e rimane fuori squadra, molti tifosi rossoneri scrissero a Milan Channel: "Finalmente"! Girammo l'opinione di tendenza all'interessato che ci rispose in diretta: "Se il problema sono io, non hanno che da dirmelo". La stessa cosa dopo l'infortunio dell'Ottobre 2010 che determina la nascita del centrocampo dello Scudetto, Gattuso-Ambrosini-Flamini prima e Gattuso-Van Bommel-Ambrosini poi. E' anche questo il clima della tifoseria che non tiene sul chi va là la società rossonera: se ci fosse stato un clima diverso su Andrea, anche se non devono ricadere sui tifosi le responsabilità di orientare le scelte di un grande Club e ognuno deve prendersi le sue, probabilmente al giocatore di Flero non sarebbe stato proposto un solo anno di contratto ma sarebbe accaduto qualcosa di diverso. Non è colpa di nessuno, ma si sa come vanno le cose: le società hanno le antenne dritte sugli umori dei tifosi. Lo stesso rischio il Milan lo sta correndo per De Sciglio. I tifosi che oggi lo fischiano e lo insultano non lo vogliono più e dicono: cediamolo, ma non alla Juventus. Cari rossoneri, meglio intendersi, nel momento in cui giocatore va sul mercato con poco potere contrattuale interno, poi all'esterno se la cerca lui la squadra. Non la decide una platea inferocita. Quindi, attenzione. De Sciglio non sta facendo meraviglie nel Milan, per gli stessi motivi psicologici, anche diametralmente opposti, che accusava Pirlo. Andrea si sentiva forse troppo oscurato, Mattia si sente oggi troppo allo scoperto. De Sciglio è un ragazzo dolce, corretto, educato, milanista nel midollo. Ma in questi anni con tanti infortuni per lui e di tanti risultati negativi per la squadra, ha sofferto l'esistenza di leader veri nella squadra. Guarda caso, agli Europei 2016 in Francia, dove era coperto e tutelato da Buffon e Bonucci, da Barzagli e Chiellini, ha fatto bene. Quindi, venendo a noi, attenzione: siamo dell'opinione che Mattia vada recuperato alla causa milanista e rimesso alla prova in una nuova squadra rossonera più forte, più solida e più positiva. Perchè se viene lasciato in caduta libera, se va da loro, poi il Pirlo-2 sarà una situazione ineluttabile. E si è già dato in questo senso. O no?

Nagatomo che si ribella e D'Ambrosio che porta alla luce quello che in molti sospettavano. Nagatomo ha fatto un errore in occasione del gol del Napoli e per i tifosi nerazzurri è stato il pretesto per prendersela finalmente con qualcuno. Icardi non si tocca, Perisic pure, Ranocchia non c'è più, Joao Mario e Kondogbia si faranno, Gabigol non ce lo fanno vedere, quindi eccolo bell'è pronto l'agnello sacrificale. Nagatomo. Contro di lui ci si può sfogare. Duro, crudele, ma fa parte del calcio, Yuto è una persona perbene e non ha puntato la pistola contro la tempia di nessuno per rimanere a contratto nell'Inter. Non è stato giusto infierire nei suoi confronti Spezzata la lancia a suo favore, va altrettanto detto che i tifosi vanno capiti e che in casi del genere è sempre meglio reggere, sopportare e stare in silenzio. Poi sono arrivate le dichiarazioni di D'Ambrosio: dopo il 2-2 di Torino, abbiamo mollato. Si era capito. Ma dovevano esserci un allenatore, uno staff e soprattutto una società ad impedire che accadesse. Ecco allora che il pensiero corre allo striscione della Curva pre Inter-Napoli e al grande rimedio Gabriele Oriali. La grande proprietà cinese rappresentata da Suning c'è a livello economico, ma non c'è ancora a livello di struttura. Come è normale che sia. Ma anche come aveva segnalato correttamente il troppo presto abiurato Roberto Mancini.

Quante volte Gigi Buffon è stato apprezzato in campo in misura inversamente proporzionale ad alcune sue uscite: "Se avessi visto il gol di Muntari non l'avrei detto", "Meglio due feriti che un morto", etc. Saremo anche ipocriti, ma sono cose che non vanno dette, perchè se le dice uno come Buffon diventano un codice calcistico, una consuetudine e lo sport nel suo complesso alla lunga ne risente in maniera molto negativa. Però questa settimana, Buffon è stato strepitoso. Invece di mettersi ad esultare per l'impresa di Monte Carlo, ha preso i social e li ha abbelliti, nobilitati, illuminati. La sua lettera sui cugini del Toro e sui valori di Superga è stata inimitabile. Di qualcuno che dicesse basta allo schifo continuo, alla deriva senza fine, ne sentivamo assolutamente la mancanza. Ma nel calcio il bello fa notizia solo nello spazio di un mattino. Abbiamo sperato che facesse finalmente tendenza il karma positivo del vento nuovo di Buffon, ma Roma ci ha richiamati alla realtà. Quei manichini, quell'odore di zolfo della velata minaccia contenuta nello striscione, quella rivendicazione degli Ultras della Lazio, ma anche quel comunicato asciutto e vagamente cerchiobottista della Lazio. Non siamo in grado di capire gli Ultras, lo ammettiamo. La loro è una mentalità che come tale va rispettata, ma capirla è una fatica almeno per noi. E anche se facciamo un errore nella grammatica delle Curve, pazienza. Ma quelle cose nel centro di Roma non sono uno sfottò. Solo solo uno sfregio ad una città eterna, anzi alla Città Eterna. Sono i fatti di Roma a farci pensare amaramente che la lettera di Buffon sia purtroppo una eccezione. Quando, dannazione, diventerà la regola?

Editoriale di Mauro Suma, in Cina adesso sanno chi è Li Yonghong. Gabigol costa come Dybala. E la Juve pescò il castigamatti

Editoriale di Mauro Suma, in Cina adesso sanno chi è Li Yonghong. Gabigol costa come Dybala. E la Juve pescò il castigamatti

Le cinque squadre più conosciute in Cina, le cinque squadre percepite dalle masse cinesi sono Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Bayern Monaco e Milan. E' questa la forza che sarà respiro alla nuova proprietà del Milan. E, conoscendo i nostri chicken, respiro non significa ossigeno. Ma propulsione, spinta in avanti, una azione ad ampio raggio nel corso degli anni. Al Milan, al nuovo Milan, sono abbastanza scafati per sapere tutto quello che si va dicendo nei vicoli. Spiacenti, ma non c'è nessun progetto di tirare avanti qualche tempo e poi vendere. La strategia della nuova proprietà è e sarà quella di un rilancio di altissimo e lunghissimo periodo per il Milan ricevuto dalle mani gloriose di Silvio Berlusconi. Una parte del Milan è stata acquistata facendo leva su una somma in prestito, di gran lunga inferiore rispetto al Manchester United che, a suo tempo, quando i tifosi Mancunians vedevano Glazer come il fumo negli occhi, venne acquistato totalmente in prestito con una operazione che fra esperti si definisce LBO: leverage buy-out. Al Milan non è così e non sarà così. Le strategie sui ricavi che dovranno, secondo le ambizioni del nuovo board rossonero, raddoppiare il fatturato rossonero, non saranno affatto tradizionali e saranno innovative in tutto e per tutto sul piano squisitamente promo-pubblicitario. La proprietà del Milan apre molte, moltissime porte, soprattutto in Cina. Ed è questo enorme, quasi infinito, bacino che unito al rilancio e alla ritrovata competitività della squadra, il primissimo tassello sarà il prossimo mercato, darà nuova linfa al Club rossonero prossimo venturo. A Casa Milan si alzano le spallucce al confronto in servizio permanente effettivo fra buoni e cattivi, fra figli e figliastri, alla corsa a dirla più grossa sul nuovo presidente e proprietario del Milan. Nessun problema, le truffe non sono truffe e sono derubricabili a peccati veniali sanati da semplici multe, mentre Panama Papers è molto generosa come istituzione e non fa torto a nessuno. Non viviamo nella torre d'avorio e sappiamo che, su temi forti, come il cambio di proprietà del Milan, si formano legittimamente schieramenti giornalistici di orientamento opposto. Chi derideva il closing è passato dai cinesi che non esistono a quelli che non esisteranno: è la competizione mediatica baby e nessuno si scandalizza. Ma un risultato c'è già ed è molto importante. Che le contrapposizioni siano all'esterno di un grande Club, in questo caso il Milan, è nella normalità delle cose e fa parte del gioco. Non ci sono e non ci saranno più invece all'interno, ed è questo il vero, grande, balzo in avanti che il Milan prima o poi doveva compiere.

Piccola appendice per tutti i tifosi che ci chiedono e si chiedono, che ci rivolgono e si pongono domande sulla nomina di Fabio Guadagnini a Chief Communications Officer del Milan. Oltre ad essere una conferma del Milan che guarda avanti e che si struttura veloce e compatto, Fabio è stato preceduto da un comunicato chiarissimo che non ammette fraintendimenti. E che ad uso e consumo di tutti i tifosi in buona fede, riproponiamo, con un gentile invito a tutti a leggerlo con la massima attenzione: "A lui faranno capo la Comunicazione Istituzionale e Relazioni Esterne, la Comunicazione Sportiva, la "Milan Media House", Milan TV".

Sarà anche tutta colpa di Pioli, accusa frettolosa, che lascia il tempo che trova e che non ci trova d'accordo, ma su un punto è arrivato il momento di intendersi: Gabigol è costato come Dybala. Nessuna ironia sulla sua presentazione in pompa magna di stampo ronaldiano. Ma bisogna che su questo tema si arrivi prima o poi alla sostanza, alla polpa. Gabigol è costato 30 milioni di euro e percepisce un ingaggio netto di 3.5 milioni netti a stagione. Siccome all'Inter non sono impazziti, il giocatore era stato a lungo accostato anche alla Juventus. Per lui, è insorto, fino alle carte bollate, addirittura il Barcellona. Gabigol non deve vergognarsi di nulla, tanto è vero che è arrivato a Milano dopo aver vinto le Olimpiadi nella stessa squadra in cui erano titolari, oltre a lui, Gabriel Jesus e Neymar. Il divario fra le premesse e il risultato finale è oceanico. Si può giocare poco, si può giocare malino. Ma non giocare mai no. Non ci sta. E' strano. E non viene mai spiegato, se non con qualche perifrasi e con alcune frasi fra il detto e il non detto che non soddisfano soprattutto loro, soprattutto i tifosi dell'Inter ai quali è rimasta una gran voglia, peraltro insoddisfatta, di Gabigol.

Il sorteggio di ieri ha fornito una nuova, grande motivazione, allo spogliatoio bianconero. Nella sua storia, tutte le volte che la Juventus ha affrontato il Monaco nei turni decisivi di Champions League, ha sempre passato il turno ma ha anche poi sempre perso la finale. Al di là delle manie sui corsi e sui ricorsi, ci sono già autorevoli opinionisti che sostengono come la Juventus, largamente favorita, abbia tutto da perdere contro i monegaschi. Non siamo mica tanto d'accordo. Le Semifinali del Louis II e dello Stadium sono sfide vere, roba seria. Ci aiutano i dati ma non solo: con 146 gol segnati in partite ufficiali, il Monaco è la squadra più prolifica della stagione in termini di gol segnati e va ad affrontare una Juventus che ha subìto solo 2 gol (con 8 clean sheet) fino ad oggi nella più importante competizione europea. Ma non solo: una squadra come il Monaco che è prima in Campionato davanti al PSG, che ha eliminato il Tottenham che sta facendo tremare Conte e il Manchester City che ha speso decine e decine di milioni di euro in estate, non può nascondersi. E' un piccolo, imprevedibile castigamatti il Monaco di Jardim e tutti, anche la Juventus, devono starci attenti.

Editoriale di Mauro Suma, Milan, Berlusconi takes it all. Il 4-3-3 di Montella. Mercato, il grande centravanti. Napoli, Mertens a Manchester

Editoriale di Mauro Suma, Milan, Berlusconi takes it all. Il 4-3-3 di Montella. Mercato, il grande centravanti. Napoli, Mertens a Manchester

Il bene di famiglia non è più della famiglia, ma non tutto è perduto. Silvio Berlusconi è entrato, salutatissimo presidente della Storia rossonera, nel mito uscendo dalla quotidianità, il suo caro amico fidato Paolo Scaroni siede nel Cda di Casa Milan, sua figlia Barbara presiede Fondazione Milan e l'amico di una vita Adriano oltre ad essere stato l'unico ad essere stato ringraziato nella storica lettera del 13 Aprile, è anche e soprattutto presente nel cuore del suo grande gruppo, a via Paleocapa, Milano, sede centrale di Fininvest. E poi, scusate se è poco, ha ceduto il Milan alle cifre che voleva lui e alle persone che danno al Milan le prospettive di rilancio che voleva lui. I tifosi del Milan oggi sono felici, perchè si sono riconosciuti nel "Gigio" e nel "Vincenzo" pronunciati da Marco Fassone che per passo, realismo, ampiezza e dinamismo ha soddisfatto i milanisti ad ogni risposta nessuna esclusa. E tra loro, nel nostro piccolo, siamo contenti di aver sempre detto e scritto in questi mesi che questa era una trattativa vera e non strana o farlocca, detto e scritto senza la benchè minima pretesa di dare suggerimenti a nessuno che Franco Baresi fa parte del Milan, detto e scritto che con determinazione e bravura finanziaria Yonghong Li alla fine ce l'avrebbe fatta, detto e scritto che ai nuovi, grazie alla prima stagione tranquilla dopo alcune stagioni di turbolenze, veniva lasciata una squadra buona, con una bella identità e con una spina dorsale di rilievo, detto e scritto che Haixia e Huarong non erano due costellazioni lontane ma le basi di un nuovo grande progetto sportivo. E oggi aggiungiamo la garanzia che, avuta la riprova delle capacità di finalizzazione di Yonghong Li, l'intero establishment Cinese guarderà con più serenità e più convinzione allo sviluppo del progetto Milan da oggi in avanti. Quindi, il sabato si può essere d'accordo o non d'accordo, si può azzeccare o sbagliare, ma nessuno viene preso in giro.

Mettiamoci allora dunque ancora alla prova. Il principale attestato per Vincenzo Montella, da parte della nuova dirigenza e del nuovo management sportivo del Milan, non sono le parole o le dichiarazioni. Sono i fatti. E nel terreno concimato del calciomercato, tutti gli operatori, tutti gli addetti ai lavori sanno che le decine e decine di contatti preliminari del nuovo Milan hanno riguardato da settimane solo e un solo sistema di gioco per "fare" la nuova squadra rossonera: il 4-3-3, esattamente quello in cui crede Vincenzo Montella. Il tecnico campano si è sentito dire dai nuovi dirigenti per filo e per segno tutto quello che ci vuole per continuare ad essere, con entusiasmo, l'allenatore del Milan.

Ma di quale squadra? Una squadra forte, ha sospirato e sottolineato Fassone. Una squadra che a metà del mese di Settembre del 2018 dovrà giocare il Match Day 1 della Group Stage della Champions League, la competizione che il Milan ha vinto 7 volte. La struttura del prossimo mercato del Milan appare abbastanza chiara: un budget da 120 milioni di euro e un programma di 5 nuovi arrivi, dopo i quali il mercato dovrà essere autofinanziato. Le priorità di consolidamento sono tre: Donnarumma, Montella e Suso. La priorità invece per le trattative in entrata è un grande centravanti. Non Aubameyang, che è stato sondato (quindi il calibro del nuovo arrivo sarà quello) ma che non ama i ritorni, per cui ha progetti diversi rispetto al ritorno al Milan. Morata? Attenzione. Sanchez? Attenzione. Altri? Attenzione. Negli altri reparti, Musacchio e Kolasinac continuano ad essere segnalati in fortissimo avvicinamento, anche se il difensore argentino ha dichiarato di voler restare al Villarreal e sul laterale a parametro zero c'è un po' di concorrenza e finchè non c'è la firma bisogna stare con gli occhi aperti. La concorrenza è la stessa che il Milan, supportato dall'agente, starebbe portando su Kessiè ai "danni" della Roma. Il nome di Luiz Gustavo non viene accostato al Milan per caso. Deulofeu? La grande esplosione che ha avuto in rossonero lo potrebbe in effetti riportare a Barcellona, ma il Milan non demorde e nel frattempo pensa anche a Keita e ad un nome nuovo della Ligue 1. In uscita restano da verificare le decisioni del Watford sul riscatto o meno di Niang (18 milioni), gli orizzonti di Bacca e le decisioni finali di Mattia De Sciglio. Due giocatori attualmente in rosa che piacciono molto alla nuova dirigenza sono Calabria e Kucka. Il reparto che comporterà le maggiori riflessioni è quello del centrocampo, perchè Pasalic è un giocatore di proprietà del Chelsea e perchè Bertolacci ha un recente passato di campo e gli orizzonti di mercato davanti a sè entrambi difficili. Ecco perchè le ipotesi riguardanti Pellegrini, insidiato però dalla Juventus, non sono da ritenere campate per aria. Grandi le aspettative infine sui recuperi dagli infortuni di Abate e Bonaventura.

Napoli, c'è una buona notizia: Lorenzo Insigne sarà la bandiera della squadra azzurra. Non sarà un accordo economicamente indolore per Aurelio De Laurentiis, ma "Lorenzo" sa che il Napoli è la "sua" squadra e che quella azzurra è la "sua maglia". Sarà un contratto compreso fra i tre milioni e mezzo e i quattro milioni di euro, ma arriverà. C'è una notizia meno buona invece che riguarda Dries Mertens: nella prossima stagione sarà un giocatore del Manchester United. Il cassiere del Napoli esulta perchè i Red Devils accontenteranno in tutto e per tutto il Club italiano in tutte le sue pretese economiche, ma il belga è comunque un giocatore importante che dovrà in qualche modo essere sostituito. Che la partenza di Mertens possa intaccare e contaminare gli stimoli di Sarri? Sono due caratterini quelli dell'allenatore e del presidente, come sappiamo, per cui mai dire mai. Ma se Sarri dovesse entrare nell'ordine di idee di lasciare e De Laurentiis entrasse nell'ordine di idee di affidare la panchina non più al Maestro con cui sta collaborando oggi ma ad un allenatore normale in grado di schierare in alternanza almeno sia Milik che Pavoletti, ecco che la Roma sarebbe pronta ad accontentare in tutto e per tutto il tecnico visionario, il tecnico toscano, un tecnico unico nel suo genere.