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Editoriale di Fabrizio Biasin. Inter, riparte il casting: il nome per la panchina più dura della A. Il ko della Juve non riapre il campionato, ma rivela una verità.Milan: due appuntamenti, è l'ora dei fatti. W Sarri e la dura legge del talento

Editoriale di Fabrizio Biasin. Inter, riparte il casting: il nome per la panchina più dura della A. Il ko della Juve non riapre il campionato, ma rivela una verità.Milan: due appuntamenti, è l'ora dei fatti. W Sarri e la dura legge del talento

Eccoci lettori di Tmw, a voi giustamente non fregherà nulla, ma l'altra sera c'è stato l'Euro-Festival, una roba di cantanti che curiosamente cantano e giurie che curiosamente giudicano. Il tutto per decretare la canzone più bella del Vecchio Continente. Bene, per l’Italia c’era in ballo un tale molto bravo anche se esageratamente peloso, al suo fianco un tizio di nome Gabbani che secondo i beninformati era ubriaco (buon per lui). Non ci interessa parlare della gara (il “coso” peloso nonostante i favori del pronostico è arrivato sesto, mentre ha trionfato un portoghese con una canzone dall'effetto vagamente lassativo), semmai ci teniamo a parlare degli amici di San Marino, che con il loro voto merdoso (un tre in pagella) ci hanno condannato alla sconfitta.
Dunque, amici di San Marino, voialtri siete poco furbi. Qui non si vuole dire che la canzone dello scimmione andasse celebrata per forza di cose, ma nel vostro caso sì per la miseria. Amici di San Marino, porca zozza, ma stiamo scherzando? Noi capiamo il voto basso dell'Estonia o della Moldavia - Paesi a noi indifferenti - ma non il vostro, sangue del nostro sangue.

Amici di San Marino, per intenderci: qui noi vi si para il culo da sempre.Nel calcio fate figure orrende, ma vi si vuole bene, guai se vi toccano. Quando giocate speriamo sempre nel gol della bandiera. Se i turisti dicono “che bello andare a Firenze e Roma” noi gliela buttiamo là (“andate a San Marino che é un bel posto”. E loro: “Mai sentito San Marino?”. E noi: “Ma è un posto con tante cose da vedere!”. E loro: “Tipo? C’è il mare? Un mezzo Colosseo, un distaccamento degli Uffizi?”. E noi: “No, ma c’è il Monte Titano che è alto 750 metri, merita”. E loro: “Avessi detto l’Everest”. Vi sfottono, capite? E noi a difendervi).

Amici di San Marino, vi abbiamo sempre sostenuto fin dai tempi di “Giochi senza Frontiere” e voi ci ripagate con 3 miseri punti stronca-Gabbani? Non si fa. Sapete quanti punti ha dato Cipro alla Grecia? Tantissimi. Fatevi un esame di coscienza che qui noi ora dobbiamo parlare di calcio, quello che conta, mica i vostri 12 a zero. Cattivi.

QUI INTER

Siccome ogni settimana i giocatori dell'Inter ti consegnano una pala per scavare sul fondo del pozzo, oggi eviteremo di tirare altre carriolate di merda addosso a questo e quello: sarebbe un gioco al massacro francamente “facile” ma totalmente inutile. Diciamo che per il comparto "fa tutto schifo“ possiamo tranquillamente limitarci a fare un riassunto degli ultimi 4 o 5 editoriali e sottoscrivere la scelta dei tifosi nerazzurri, quelli che con mossa sarcastica ed elegante, domenica hanno privilegiato il pranzo al supplizio.
All'Inter non resta più nulla da chiedere a questa stagione disgraziata, destinata a scemare in due partite amichevoli che sanno di clamorosa "presa per il culo": i tesserati nerazzurri prenderanno il loro stipendio da qui al rompete le righe senza un vero perché. Dicono “abbiamo mollato” o “non ci alleniamo al 100%” e allora non si capisce perché dovrebbero essere pagati al 100%. Ecco, forse il cacio per fare il suo bene dovrebbe introdurre i contratti a rendimento, ma non quelli del genere “fai dieci gol e ti do un chilo di soldi in più", semmai quelli “se non raggiungerai la zona-Europa oltre a un livello minimo di decoro, mi vedrò costretto ad applicare la cosiddetta giusta causa". Sogni irrealizzabili, ce ne rendiamo conto.
Il dato di fatto è che mentre nello spogliatoio si gioca allo scaricabarile (è partita la corsa al "chi non se la sente lo dica!" a voler fare intendere "io me la sento, sia chiaro, sono altri che invece proprio no") là fuori è partito il gioco più avvincente di questo fetente maggio nerazzurro: "Scopri chi sarà il tecnico dell’Inter".

Dunque, mentre fino a venerdì scorso al “difficile” Conte ci veniva associato il “probabile Spalletti”, il borsino di questo inizio settimana è il seguente: “Meglio non escludere nessuno”. E quindi occhio a Pochettino e allo stesso Conte (sempre improbabile ma in lievissima risalita). Il dato di fatto è che anche in questo caso la situazione pare complicata anche solo per un fatto: tutti i tecnici citati sono bravissimi, per carità, ma ognuno ha la sua idea di calcio. Prenderne uno piuttosto che un altro non è “uguale, tanto sono tutti bravi”, semmai modifica clamorosamente le scelte da fare sul mercato (che, infatti, al momento è stato congelato). Totale: campionato terminato, mercato congelato, allenatore incerto. La gloriosa Inter ha vissuto momenti decisamente migliori.

QUI JUVE

La Juve inciampa, succede. È tutto ciò gravissimo? Per qualcuno ovviamente sì, sono quelli che non ammettono i “gol presi”, figuriamoci le sconfitte. Sono quelli che non procedono per tappe e preferiscono le sentenze. Sono quelli che Allegri era “un coglione” dopo Doha, “un santo” dopo Barcellona e ora di nuovo un “mezzo coglione” a meno che non vinca tutto.
Sono, in definitiva, quelli che non ammettono gli avversari che, invece, esistono eccome. Ieri l'altro De Rossi ha detto una cosa sacrosanta "In futuro ci renderemo conto di quanto era forte questa Juve...". Ha ragione da vendere. Forse lo faranno anche quelli che ragionano solo per impressioni a breve scadenza, ma anche gli innamorati dei retro pensieri: "Se non avessero dato il rigore a De Sciglio... Se non avessero espulso Acquah...". Queste boiate si possono raccontare per provocare il rivale di tifo, per cazzeggiare, ma crederci sul serio è pratica assai pericolosa.

Ogni squadra ha la classifica che merita, ogni squadra ha meritato e meriterà i successi che riuscirà ad archiviare. Il resto è aria fritta o chiacchiere per nascondere i propri fallimenti. Per questo Allegri sorride quasi mai: solo i fessi festeggiano prima del traguardo. Peggio di questi ultimi ci sono solo gli esosi, quelli dell’“ecco, si sono montati la testa e ora per festeggiare tocca aspettare la partita con il Crotone", quelli che non sono disposti a soffrire "perché tutto è dovuto". E, badate bene, non si tratta solo di "juventini insoddisfatti" ma di "insoddisfatti" e basta: li trovi in tutte le città, in tutte le tifoserie, sono quelli che non riescono a godersela mai. Sono quelli che il giorno della vittoria strombazzano per un po' ma il giorno dopo ti chiedono "sì, bella festa, ma adesso chi compriamo?". Ecco, quelli sono più tignosi del Real Madrid, anzi, sono impossibili da battere e sapete perché? Perché non amano combattere, preferiscono vincere per concessione divina.

QUI NAPOLI

Ebbene, Sarri vuole il grano. C'è qualcosa di male in tutto ciò? No. È grave che l'abbia detto pubblicamente? Forse, ma solo perché la cosa ha disturbato certi perbenisti. Maurizione avrebbe dovuto fare come la quasi totalità dei suoi colleghi e dire "conta il progetto"? Probabilmente sì, si sarebbe risparmiato gli attacchi di quelli che “si vergognasse, pensa solo ai soldi", che poi è quello che fanno anche loro, con la differenza che nessuno sta ad ascoltarli. Sarri sì, eccome se lo ascoltano. Lo fa Aurelio, lo fanno eventuali pretendenti. Si chiama legge del mercato e riguarda soprattutto coloro che sul campo si sono guadagnati rispetto e forza contrattuale.

Sarri ha il dovere di rispettare “Napoli e il Napoli” - e infatti lo farà - ma ha anche il diritto di alzare il dito e "chiedere": quello che è riuscito a costruire in due anni di lavoro non vale il settimo stipendio in ordine di grandezza tra i tecnici di serie A, lo dicono i 90 minuti che hanno distrutto il Torino ma anche la stragrande maggioranza delle partite precedenti. A De Laurentiis certamente non piaceranno certi "appelli pubblici", ma che voglia ammetterlo o no è lui che li ha alimentati con il suo "tutti utili e nessuno indispensabile", che è quasi sempre vero, ma non se vuoi evitare di perdere chi con il suo lavoro ha aumentato il valore della gran parte dei giocatori della rosa.

Lunga vita a Sarri, alla sua tuta e – consentitemelo – al suo linguaggio un po’ così, che sarà anche un filo volgare ma profuma come pochi di schiettezza.

QUI Milan (scusate, ho preso una craniata contro un palo - giuro - vi lascio nelle mani dell'ottimo Francesco Perugini, fidato collega)

Conquistato un buon punto a Bergamo, il Milan sembra avviato a strappare l'ultimo biglietto per l'Europa League. Di sicuro, la società continua a guardare al futuro. Dopo mesi di lavoro preparatorio e settimane di colloqui esplorativi, è il momento per Fassone e Mirabelli di tirare le fila: a scontro diretto archiviato, è in programma l'incontro con l'Atalanta per Kessié. La Roma resta forte dell'accordo con la Dea, il Diavolo vanta la preferenza del giocatore. In agenda ci sono anche gli appuntamenti con il Wolfsburg per Ricardo Rodriguez (e Luiz Gustavo?). Il colpo fondamentale per dare il senso dell'estate rossonera sarà però l'attaccante. I tifosi chiedono Belotti, che dà solo ha segnato più di tutti i 9 milanisti post-Inzaghi, ma di mezzo c'è una clausola da 100 milioni e tanta concorrenza. Con Morata e Aubameyang sempre difficili, l'alternativa resta Kalinic. Sicuramente utile al gioco di Montella, ma poco stuzzicante per i tifosi.

Rieccomi. Serenamente vi saluto. Mi va di lasciarvi con uno sciocco pensiero.
Una settimana fa ci ha lasciato Robert Miles: dj, produttore, compositore. No, non era propriamente Mozart, anzi se vogliamo era decisamente tamarro, ma ha scritto buona musica oltre ad aver allevato la gran parte delle “farfalle nello stomaco” di noi cresciuti negli Anni 90.

Ho scoperto del suo addio su Twitter, la notte dell'esonero di Pioli. Leggevo insulti a tonnellate (questo che insulta quello che insulta quell’altro), insulti del genere “densi come la melassa” perché compressi in 140 caratteri e all’improvviso mi sono ritrovato a pensare a come andavano le cose all'epoca di Robert Miles.

All’epoca di Robert Miles se ti stava sul cazzo uno, glielo dovevi dire in faccia. Andavi da lui, lo prendevi per un braccio e gli dicevi “mi stai sul cazzo per questo e quel motivo”. Al limite lo chiamavi a casa o gli spedivi una lettera. Dovevi avere i coglioni, insomma, perché magari quello ti diceva “cazzo vuoi?” e finiva a mazzate. Mazzate vere, non virtuali.

Oggi no. Oggi prendi il mano il telefono, scegli un profilo più o meno anonimo e scrivi qualunque cattiveria, tanto vale tutto e “chi cazzo se ne frega”.

All’epoca di Robert Miles, se volevi avere una vita sociale dovevi conoscere le persone per davvero. Dovevi andare da uno, stringergli la mano, dirgli “uè, io sono Tizio, ciao” e forse diventavate amici. Oggi la “vita sociale” ha lasciato posto alla “vita social”: parli con tutti (anche con Gasparri, per dire), non conosci quasi nessuno, insulti chi ti pare. E chissenefrega se quello che dici fa male oppure no, problemi degli altri.

All’epoca di Robert Miles, se volevi limonare dovevi avere gli attributi. Buttavi giù mezzo litro di saliva, prendevi coraggio e ti avvicinavi: “Ciao, mi chiamo sempre Tizio, faccio cose, ti pago da bere, limoniamo?”. Cose così. Facevi delle grandi figure di mera, ma lesoddisfazioni erano grandi.

Oggi no, metti il “like” a raffica e prima o poi qualcuno ti risponderà. Sai che bello...

All’epoca di Robert Miles la gente era la stessa di ora, ma i "troppo arrabbiati" restavano nel loro angolino e forse era meglio così.

Ebbene sì, mi sento vecchissimo.

(twitter @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

Editoriale di Mauro Suma, Milan-Inter: derby senza soste. Allegri il cannibale: è a Cardiff, ma pensa a Doha. Chelsea: Antonio Conte come Diego Costa. Inter: i casi Medel e Gagliardin


Editoriale di Mauro Suma, Milan-Inter: derby senza soste. Allegri il cannibale: è a Cardiff, ma pensa a Doha. Chelsea: Antonio Conte come Diego Costa. Inter: i casi Medel e Gagliardini
Il Milan tira dritto in silenzio. Lavora di giorno sotto la luce dei riflettori di Casa Milan e di notte, senza luci e senza riflettori. E forse quando si tireranno le fila del mercato estivo rossonero, si scoprirà che si è trattato di notti produttive. Degna di nota, esattamente un mese dopo il closing, la saldezza di nervi della dirigenza milanista, anche sotto i colpi di un derby sotto traccia che non si vede ma c'è. Eccome se c'è. Prima della partita di Crotone, spunta dal nulla la voce di Donnarumma all'Inter. Nessuno che la riprende e nessuno che la rilancia. Forse che fosse solo una notizia di "disturbo" per il Milan impegnato in Calabria, anche per evitare "scomodi" paragoni nei due risultati? A ridosso della partita con la Roma, ecco invece Mancini al Milan. Un classico, un evergreen di queste settimane. Rispetto al quale, il Milan non costruisce una linea, ma racconta la verità: massima stima, legittima, personale, professionale di chi ha lavorato con lui, ma non esiste. Poi, l'inserimento su Kessiè. Dopo il mancato saluto al derby per un peccato veniale e dopo tutta la tiritera sul recupero di Inter-Milan (a proposito 7 minuti, esattamente come 7 minuti erano stati allo Scida per Crotone-Inter), insomma il derby continua. L'Inter non vuole che il Milan si inserisca fra le prime quattro, così come non lo vuole il Napoli che dice no per Ghoulam e così come non lo vuole la Roma che lascia che si scriva di Montella. Oggi lo sport è anche questo e non facciamo le verginelle. Ma è in questi grovigli che ci si inizia a fare un'idea. E visto che dall'esterno tra sgambettini, sorrisini, battutine e paternali, il clima è questo, è utile prendere atto il Milan non lo patisce. Sta in silenzio ed è tutta polpa, riempie le sue giornate e non solo quelle, lavora per l'Europa e fa la squadra, lascia che ci provino e lascia che straparlino. Senza fare la vittima e senza fare il piacione. Un mese dopo è un Milan preciso, attento e realistico quelle che muove i suoi primi passi. In attesa dei prossimi, naturalmente.

Sta vincendo lo Scudetto, è a 90 minuti dalla Coppa Italia, fa la Finale di Champions League a Cardiff contro il Real Madrid. Eppure, Doha non gli è ancora andata giù come noi ben sappiamo. L'Allegri che stiamo "scoprendo" in questa stagione, è un perfezionista cannibale. In quanti finali di partita, con il risultato al sicuro, si sente da bordocampo la voce, vabbè un po' stridula, del tecnico di Livorno, che urla, richiama, sprona. In una società non dilaniata dalle fazioni e tutta protesa a fornirgli i migliori giocatori possibili come la Juventus di oggi, Allegri si rivela quello che è sempre stato. Un professionista pratico, chirurgico e competitivo. Lo conferma anche quel suo continuo pensare a Doha: non certo per rivalità nei confronti del Milan, sono cose nelle quali Allegri non si perde. Al Mister bianconero non interessano i fronzoli e le beghe, ma solo i risultati. Poi non li festeggia in prima fila, non ci costruisce sopra teatrini, ma li vuole tutti, li marca stretti. Pensare ancora a Doha mentre sei a Cardiff, è una forza. Che, nelle condizioni ideali, il livornese sprigiona. Sappiamo da tempo quanto abbia voluto e sognato in ormai diversi anni di carriera la Champions. Ci sono tanti indizi che ci fanno percepire che Allegri è maturo. Bisognerà vedere che ne pensa il destino sopra Cardiff.

Se non dovesse arrivare Antonio Conte, l'Inter sarà fra Pochettino e Spalletti. il primo è un "pallino" di Walter Sabatini, il secondo sempre con il suddetto Sabatini ha collaborato per molto tempo. Per il Chelsea si tratta di un deja vu. La scorsa estate Diego Costa e l'Atletico Madrid continuavano a sentirsi: ecco perchè, puntuti come sono dalle parti di Stamford Bridge, minacciarono di rivolgersi alla FIFA. Siamo curiosi di vedere come andrà a finire con il tecnico italiano che, oggi, ebbene sì, anche se parla il dialetto salentino in allenamento, prendiamoglielo questo Lukaku se lo vuole. Ogni riferimento al potere contrattuale di Conte è puramente casuale. Dovesse approdare a Milano sponda Inter che lo pressa senza soste, la squadra nerazzurra diventerebbe immediatamente la favorita per il titolo insieme alla Juventus. Non riuscisse a liberarsi Conte, i tifosi interisti inizieranno invece, ebbene sì, a scongiurare l'arrivo di Luciano Spalletti. Che con i suoi atteggiamenti eccentrici e dovuti alla tensione e al nervosismo che gli ha messo addosso Francesco Totti, si è giocato, almeno a livello di luoghi comuni e di umori dei tifosi, un po' di grandi piazze nel Campionato italiano.

Chiunque sarà il prossimo allenatore nerazzurro, dovrà un po' ripartire, oltre che da Icardi e da altre questioni, anche dagli ultimi due casi che sembrano essersi profilati in casa interista. Il primo riguarderebbe Gary Medel, la cui promozione decisa da Stefano Pioli a titolare al centro della difesa fin da Novembre, avrebbe causato all'interno dello spogliatoio qualche forte risentimento nei confronti del tecnico emiliano a lungo andare emerso sempre più in superficie. Quindi Gagliardini: pagato molto, ragazzo serio, partito bene. Però poi, un po' di casi. Prima la risposta critica a Piero Ausilio dopo la sconfitta di Crotone, poi quella presenza variamente commentata dai tifosi allo Stadium per Juventus-Barcellona e ieri la smentita ad un virgolettato sulle fazioni e sui triumviri. Sono momenti che vanno e vengono per un giovane, ma tre casi, grandi o piccoli che siano, anche un po' forzati se vogliamo, in un mese e mezzo restano un po' troppi. Gagliardini deve abbassare la media.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: c’è chi dà i numeri (anche Allegri…). Inter: novità su Conte e la questione “dignità”. Milan: c’è una verità su Mancini (e 2 prime scelte al mercato). Spalletti-Totti: il rispetto non si misura in minuti in campo

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: c’è chi dà i numeri (anche Allegri…). Inter: novità su Conte e la questione “dignità”. Milan: c’è una verità su Mancini (e 2 prime scelte al mercato). Spalletti-Totti: il rispetto non si misura in minuti in campo

Buongiorno e buonasera a tutti, sapete che raramente ho notizie e indiscrezioni da sottoporvi, ma l’altro giorno sono venuto a conoscenza di un segreto che pochi sanno, forse solo gli interessati. Non la farò lunga perché temo che qualcuno possa rovinare lo scoop. Signori, si tratta di qualcosa di grosso, potete crederci o non crederci ma la fonte è certa e per una volta il sottoscritto non teme smentite. Siete pronti? Fedez e la Ferragni si sposano.

Come dite? Lo sanno anche i sassi? Può darsi, ma è sempre meglio una certezza ribadita che una puttanata buttata là.

Per dire, solo negli ultimi 5 giorni ho ricevuto – via Messenger - i seguenti messaggi relativi alla questione “tecnico Inter”:

1) Ciao Fabri, per ringraziarti delle risposte che mi dai volevo renderti partecipe di un'esclusiva che mi è giunta: un mio amico ha avuto l'opportunità di parlare con amici di famiglia molto stretti della famiglia di Conte, e pare che sua madre abbia rivelato a costoro che l'anno prossimo lui allenerà in Italia.
2) Fabrizio c’è un accordo tra l’Inter e Spalletti. Non lo dico io (in fondo neanche ci conosciamo) ma un agente Fifa che conosco ed è molto addentro alle cose. È già d’accordo su tutto: investimenti e durata del contratto. Ci tenevo a dirtelo, spero tu ti voglia fidare.
3) Ciao Biasin, attento a Sarri: suoi conoscenti carissimi parlano di un’offerta dei cinesi “che non si può rifiutare”. Avrebbe già dato un sì di massima, ma prima aspetta la fine del campionato.
4) Zanetti e Simeone sono d’accordo. Volevo dirtelo, la mia fonte è certa e accreditata. C’è stato più di un incontro tra i due: annuncio dopo l’eliminazione dell’Atletico dalla Champions. Fidati Biasin, così magari ne prendi una.

Bene, scegliete pure la vostra opzione prediletta (se mai dovesse fregarvene qualcosa), personalmente approfondirò la questione tra breve, ma non temete: tornerò a parlare di cose serie (Fedez) al termine di codesto editoriale bislacco.

QUI INTER

È tutto molto difficile. Tutto. La situazione dell’Inter, certo, ma anche scrivere qualcosa che abbia senso.

Un mese e mezzo fa siamo partiti da “un rallentamento ci sta”, poi “diamo fiducia”, quindi “l’Inter deve ritrovarsi”, fino a “che schifo di Inter”, “ma la dignità?” e all’inevitabile “tutti a casa, avete rotto il lazzo”.

La gara a trovare responsabili è legittima e doverosa, ma francamente lascia il tempo che trova. Ognuno ha la sua soluzione al disastro (“via Pioli, Ausilio, Zanetti, cinesi, Icardi, anzi tutti che facciamo prima”), ma la certezza è solo una: quello che si è visto a Genova ha generato imbarazzo in ogni tifoso nerazzurro e “l’imbarazzo” – converrete – va oltre i risultati e le classifiche.

Poi certo, è il caso di capire “cosa accadrà”. Pioli dopo un inizio stra-promettente, i cori della curva, gli apprezzamenti di molti (sicuramente di chi scrive) ha perso il filo e tutta la matassa. È il tecnico il primo responsabile? Funziona sempre così, ma come si suole dire “estrarre sangue dalle rape” è cosa complicata. I giocatori dell’Inter, la gran parte, in questo senso sono rape: assenti, demotivati, menefreghisti del genere “è colpa mia ma anche degli altri e quindi alla peggio divideremo i vaffanculo”.

Lo chiamano “amor proprio”, “carisma”, “incazzatura bestiale di chi prova a reagire al momento negativo”. Tutte espressioni che si scontrano con un dato di fatto: a parole son tutti bravi a dire “reagiremo”, ma i fatti certificano che va sempre peggio.

A fine stagione cambierà il tecnico (Conte, vittorioso ieri, scioglierà le riserve dopo aver ufficialmente messo in tasca la Premier e – soprattutto – dopo aver chiarito il futuro con Abramovic), andranno via molti giocatori e si proverà a ripartire da “uomini” prima ancora che “calciatori”, perché solo con quelli si può provare a costruire qualcosa di concreto.

Inutile nota finale: se l’Inter dopo il 7-1 con l’Atalanta avesse vinto tutte le partite, oggi si troverebbe al terzo posto con un solo punto di vantaggio sul Napoli. Avrebbe dovuto vincerle tutte per sperare di qualificarsi alla Champions, segno evidente che il disastro attuale è inaccettabile, ma i “ritardi” datati agosto 2016 lo sono ancora meno.

QUI MILAN

Andiamo sul concreto, poche balle. In campo si è visto un piccolo Milan e, ribadiamo, “ci sorprendiamo di chi si sorprende”. Il Milan atipico era quello di dicembre, così forte caratterialmente al punto di riuscire a nascondere i suoi limiti tecnici. Questa “resistenza” ha portato a vincere una Supercoppa meravigliosa, ma alla lunga i nodi sono venuti al pettine: infortuni, rosa corta, mercato invernale a costo zero, non potevano non lasciare il segno.

Questa è una squadra che andrà ampiamente “ristrutturata” per mano della nuova dirigenza, per qualcuno già sotto accusa. Di più: c’è chi attacca anche Montella, mentre altri (“bomba” esplosa ieri sera) sono certi che “Mancini prenderà il suo posto”. Succede così ovunque: i miti si trasformano in ciofeche in men che non si dica, ci si dimentica in fretta.

Per fortuna chi deve decidere in seno al Diavolo ha nervi più saldi e pur apprezzando il tecnico di Jesi non gli ha mai proposto la panchina, né intende farlo. C’è solo una possibilità che contempla il cambio di guida tecnica al Milan ed è legata a un’eventuale decisione di Montella di cambiare aria: al momento le possibilità sono decisamente ridotte al minimo.

E il mercato? Rodriguez del Wolfsburg è una possibilità concreta: l’accordo con il difensore c’è, quello con il club ancora no. E in attacco? Il sogno resta Morata, ma qui siamo ancora nel campo dei desideri.

Poco? Sì, ma solo se siete del partito di quelli che “’sti cinesi sono arrivati e non hanno ancora combinato niente, che schifo”. E dire che a detta degli stessi, “i cinesi”, neanche dovevano esistere…

QUI JUVE

C’è chi dà di matto. Lo so, scusate, ogni parere andrebbe rispettato, ma l’altro giorno c’è chi davvero l’ha sparata grossa. “Allegri inadeguato, quanti errori nel derby”, “il solito disastro, speriamo che gli errori del tecnico non si paghino a caro prezzo in campionato”. Sono le solite troiate da social network, ma neppure troppo isolate. C’è chi davvero ha il coraggio di attaccare Allegri. Ancora e nonostante tutto. Per un pareggio poi. “Doveva far giocare i titolari”, scrivono. E sono gli stessi che la settimana prima scrivevano “che rischio far giocare i titolari prima del Monaco”. Bisognerebbe far finta di niente, ma risulta difficile.

Allegri ci riesce, oggi affronta la squadra del Principato con numeri impressionanti: quelli del campo? Non solo. Il dato che vogliamo mettere in risalto è relativo ai “prezzi”: la Juve che stasera scenderà in campo è stata pagata complessivamente 287,5 milioni di euro (costo dei cartellini), oggi ne vale 359 (+71.5). Il Monaco ha fatto anche meglio (da 121 a 271) ma partiva su un livello decisamente più basso. Merito della società bianconera, merito del suo allenatore, uno che ha “osato” pareggiare un derby in casa e oggi si gioca l’accesso alla seconda finale di Champions in tre anni: perdonate chi lo attacca perché non sa quello che dice.

Chiudiamo con due valutazioni personalissime (e, quindi, decisamente opinabili).

La prima: c’è chi attacca Spalletti e dice “che vergogna non concedere a Totti l’ultima apparizione a San Siro”. Ebbene, forse il tecnico toscano non sarà un mostro di simpatia (ma non possiamo saperlo, a meno che qualcuno non pensi che le conferenze stampa valgano come “mangiarsi una pizza assieme”), di sicuro il rispetto per il Pupone (e per la Roma) passa anche dal non trasformare ogni singola partita in una sorta di "ostensione del Santo" o in una versione pallonara de “l’ultimo concerto dei Pooh”. E’ più rispettoso trattare Totti ancora come un calciatore piuttosto che concedergli 5 minuti con il solo scopo di “tenere buone le masse”.

La seconda: Sarri è fortissimo, ma non ditelo a nessuno.

Saluti a voi che avete portato pazienza fino a qua. Come promesso è giusto dar spazio al fatto della settimana, ovvero a “un tale” che chiede a “una tizia” di sposarlo e ci tiene a farlo sapere a tutti. Sono cose importanti. (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

Un tempo dovevi «chiedere la mano», ma non alla Ferragni, a suo papà. E doveva andarti bene, ché se il padre si imbufaliva tornavi a casa con l’anello in saccoccia e, magari, un calcio in culo. Era un filo esagerato, ma l’eccesso al contrario lo è anche di più. Effetti collaterali e strane impressioni generate dalla baracconata di Fedez, cantante innamorato:

1) Tendenzialmente la faccenda «io voglio sposare te» rientra nella categoria «fatti tuoi». Se la spiattelli ai 4 venti poi non ti lamentare se tutti ti rompono l’anima per qualunque boiata (cosa che Fedez fa puntualmente). 2) Se anche te ne freghi della riservatezza, rifletti su una questione: del tuo amore, a qualcuno, potrebbe non fregare una mazza. 3) Non solo «non frega una mazza», ma genera incomprensioni. Colloquio possibile tra fidanzatini al momento del «vuoi sposarmi». Lui: «Vuoi sposarmi?». Lei: «Solo se il brillocco è grande come una pesca tipo quello di Fedez». Lui: «Eh, un po’ meno...». Lei: «Lui ha praticamente affittato l’Arena di Verona, tu mi hai portato in pensione a Venezia, barbone». Cose così. 4) Temiamo molto il diffondersi di altri possibili «live»: quello del concepimento, quello della prima colazione («oggi noi biscotti secchi!»), il temibile «momento cacca», quello dell’eventuale divorzio («Abbiamo chiuso con un assegno mensile da 53323milamilioni. Mettete “like” se siete felici per noi!»).

5) Fedez, ti perdoniamo tutto, ma non il calzino bianco.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: il segreto di una macchina perfetta (e una guida sul Monaco). Inter: terremoto in panchina, occhio ai nomi (e alle priorità). Milan: il pessimismo sui cinesi, la mossa sul mercato e 2 appunti a Montella. Napoli: n

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: il segreto di una macchina perfetta (e una guida sul Monaco). Inter: terremoto in panchina, occhio ai nomi (e alle priorità). Milan: il pessimismo sui cinesi, la mossa sul mercato e 2 appunti a Montella. Napoli: non scherziamo su Sarri

Come ogni anno dal lontano 2006 è iniziato il drammatico torneo di calcetto dedicato ai giornalisti: si chiama “Press League”, lo organizza un tizio di nome Luca Mastrorocco che poi è il papà di “Zona Gol” (questa citazione dovrebbe valere almeno due arbitraggi “comodi”: Luca, ci conto).

Ebbene: io vi consiglio di venire a vederci giocare (tutti i sabati mattina, zona Famagosta a Milano). E sapete perché? Perché siamo fortissimi? Perché siamo un esempio per le generazioni presenti e future? Giammai: perché facciamo mediamente cagare e si ride molto.

Cioè, noi che pontifichiamo su terzini e attaccanti, che facciamo "le pagelle" e la morale a questo e quel tecnico, che parliamo di fair-play e “pulizia” nel calcio, in realtà, siamo le prime bestie.

Sabato si è svolta la prima giornata e, come sempre, abbiamo dato sfogo ai nostri più barbari istinti: espulsioni per falli belluini, proteste, menischi rotti, arbitri mandati affanculo, mezze minacce a colleghi tipo “oh, figlio di Brera, ci vediamo fuori”, tentativi di corruzione e “accomodamenti” con l’organizzatore (vedi sopra), furti bestiali di Gatorade, annunci urlati ai 4 venti "per provocare" del genere “facciamo il sacchetto per i portafogli che di questi non mi fido”, spogliatoi ridotti male, altri vaffanculi, richieste di recupero del tipo “oh arbitro del menga, hai il cronometro nel culo?”, scarsa conoscenza delle regole (arbitro: “La rimessa si batte con i piedi ben fuori dal campo, hai capito?”. Giornalista: “Sì”. Arbitro: “Fìììììììììììì! Cambio rimessa!”. Giornalista: “Cosa fischi arbitro infame!”. Arbitro: “Avevi i piedi dentro al campo!”. Giornalista: “Che regola cretina. E pure l’arbitro non è da meno”. Arbitro: “Ti ammonisco”. Giornalista: “Uh, che paura”. E lui ti ammonisce).

Ecco, tutte queste cose non so se sono capitate anche ai miei colleghi, ma a me sì. Vi aspetto a Famagosta.

QUI INTER

È uscito il comunicato dell’Inter: sono tutti in castigo. Per carità, le torture cinesi erano altra cosa, ma è anche vero che si attendeva un segnale della società e il segnale è arrivato. Ritiro punitivo fino alla partita contro il Napoli, fiducia a Pioli, palpabile incazzatura nei confronti dei giocatori.

“Sono solo parole” cantava la rossa Noemi. Aveva ragione, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Quelli che “che comunicato del cavolo, non servirà a nulla” sono gli stessi che “la società non dice niente, che inetti”. Li chiameremo “eterni arrabbiati”. Hanno le loro ragioni, è evidente, ma occhio a mettere tutti sullo stesso piano.

C’è chi dopo lo schifo di Firenze è riuscito a definire “colpevole” perfino Mauro Icardi, perché “è vero, ha segnato tre gol, ma non gliene frega niente”. Motivazioni importanti e fondate, insomma. La moglie ha sbagliato a twittare? Certamente sì, ma in campo non ci vanno i procuratori. In campo vanno i giocatori e se tutti avessero non solo le qualità, ma anche la voglia e l’abnegazione del capitano nerazzurro, forse, certe figure assumerebbero contorni meno fantozziani.

E poi c’è Pioli, “salvato” nel comunicato ufficiale, ma comunque in "doverosa" discussione.

Il tecnico emiliano conserverà “la cadrega”? Probabilmente no o magari sì: non è questo il punto. Il punto è che in troppi stanno perdendo la dimensione delle cose. Il massacro mediatico subito dal tecnico si somma alla rabbia di gran parte dei tifosi. Molti dicono cose certamente condivisibili (“di fronte al sì di Conte e Simeone sarebbe giusto cambiare guida tecnica”) altri (anche tra i colleghi) si limitano all’insulto, alla cattiveria gratuita (“è un provinciale”, “non è capace”, “sbaglia le formazioni”). La gran parte di questi ultimi sono intimamente convinti che al posto di Pioli, loro, farebbero certamente meglio, ma allora non si capisce perché, invece, siano costretti ad altri lavori mediamente noiosi tipo “il giornalista” o altro.

I beninformati ci raccontano che Pioli dopo la figura di palta della sua squadra al Franchi, avrebbe offerto le dimissioni, poi respinte dalla società. Sarà andata così per davvero? Si è trattato di una provocazione o l’atto di un tecnico che non vuole restare “al dispetto dei santi”? Non lo sappiamo, però sappiamo quali sarebbero le conseguenze di una cacciata del tecnico senza ulteriori prese di posizione: ben presto tornerebbe a trionfare l’anarchia.

Molti mi chiedono “perché difendi Pioli? Hai interessi di qualche genere figlio di mignottaccia?”. Che ci crediate o meno, vi dico che no, non ne ho. E non ne avevo neanche ai tempi di De Boer, quello che all’epoca in molti accusavano perché “non sa neanche l’italiano” e ora rimpiangono perché “andava difeso”.

Già, “andava difeso”.

Ecco, l’olandese e l’emiliano andavano e vanno difesi non perché siano i tecnici più bravi al mondo – ci mancherebbe - ma perché 1) Hanno dimostrato di essere persone serie (e non è poco). 2) Non sono loro il problema, o comunque non quello principale.

Cambiare “tanto per” (dopo Conte, Simeone, Sarri e Jardem oggi è il turno di Spalletti) significa riconsegnarsi nelle mani del destino già scritto: al primo inciampo, trovato il colpevole.

Questo significa che Pioli deve restare "a tutti i costi" o che il comunicato dei nerazzurri racconti “tutta ma proprio tutta la verità”? No, ovvio. Pioli ha ridotto di molto le speranze di conferma, ma non prendete come oro colato le parole di chi spaccia certezze (“arriva Simeone, ma Conte è sullo sfondo, e Jardem dipende da come va la Champions, ma Spalletti è caldo e Sarri ha rotto con De Laurrentiis quindi…”) perché in questo momento servono solo ad aumentare la confusione. E davvero non se ne sente il bisogno.

QUI MILAN

Per una volta lasciamo perdere le questioni "cinesi", il "compreranno? Ma chi compreranno...", i dubbi di chi teme il peggio "perché quello là non c'ha un soldo" eccetera eccetera.

Ch i scrive sa che il piano di mercato è già partito, che la volontà è quella di rinforzare ogni reparto con un acquisto (difesa, centrocampo, attacco, oltre a un esterno), che girano troppi nomi secondo il "solito" schema ("tu spara a raffica, prima o poi qualcuno lo prendi") e che Mirabelli parla poco ma difficilmente a vanvera ("mi stupisco di chi si stupisce se mi vedono negli stadi: è il mio lavoro").

Ci sono giocatori che interessano realmente (sì, anche Keita) e possibilità di portarli a Milano nonostante il budget non consenta di proporre offerte stratosferiche. Come? Utilizzando il caro vecchio metodo che, sceicchi a parte, tutti sfruttano: ovvero rateizzando.

Molti storceranno il naso ma, come vi dicevo, per una volta eviterei di combattere l'infinita battaglia con i "pessimisti a prescindere" e parlerei di campo e di Montella.

Il tecnico rossonero ha commesso errori domenica? Forse sì, ma non tocca certamente a noi dirlo. Va profondamente attaccato, criticato, pungolato? No, almeno per chi scrive.

Dice il tecnico: "Dove pensavate si potesse arrivare con questo gruppo?". E non sbaglia. A inizio stagione tutti noi "espertoni" collocavamo i rossoneri tra il quarto e il settimo posto, ora ci meravigliamo se la squadra combatte per l'Europa League. La partita con l'Empoli è stata certamente un disastro ma - come sempre dovrebbe accadere - certe valutazioni non dovrebbero limitarsi "al giorno prima".

Ci sentiamo di muovere due soli appunti al tecnico rossonero.

Il primo: il segreto di Pulcinella legato al futuro di De Sciglio mal si sposa con la scelta non solo di schierarlo tra i titolari, ma anche di affidargli la fascia da capitano. Il ragazzo è bravo e onesto, ma quando certi matrimoni hanno superato la data di scadenza è meglio per tutti evitare di accanirsi.

2) Locatelli. La premessa è sempre la stessa: il qui presente non passa le giornate a Milanello, né sa se ci sia un qualche problema legato allo scarso utilizzo del giovane centrocampista. Il dato di fatto, però, è che si è passati da un estremo all’altro: il “nuovo Rivera” di ottobre è diventato “un ragazzo come tanti” oggi, al punto di non poter giocare al posto dei vari Sosa o Mati Fernandez, generosi ma assai poco spendibili per 90 minuti interi. Da un tecnico coraggioso come Montella ci si aspetta più… “coraggio”. Appunto.

E qui vi devo lasciare. Una rottura di balle clamorosa mi porta lontano dalla tastiera.

Vi lascio in ottime mani: oggi l'editoriale lo completa il "fido" Claudio Savelli, uno che di calcio ci capisce molto ma molto più di me. Prendetevela con lui.
QUI JUVE

L'unico rischio per la Signora era quello di pagare dazio in campionato delle fatiche di Champions. Spesso, dopo le grandi imprese e i conseguenti, meritati complimenti, la minaccia è il calo dell'attenzione e della tensione. Macché, la Juve sembra talmente perfetta da non accusare alcun calo, né psicologico né fisico, anzi, l'impressione è che stia crescendo sotto tutti i punti di vista, come forgiata dalle vittorie (il lussuoso 0-0 del Camp Nou è come se lo fosse) che si susseguono senza interruzioni. La strategia di Allegri, secondo il quale prima c'è il “dovere” di acquisire il vantaggio e poi il “piacere” di gestirlo, è ormai propria di questa squadra se è vero che la partita casalinga con il Genoa è di fatto durata 18 minuti appena, giusto il tempo necessario ai bianconeri per andare sul 2-0 e mortificare qualsiasi buona intenzione della squadra di Juric. Ormai questo approccio feroce alle partite è una consuetudine per i bianconeri ed è un certificato di grandezza autentico: nessuna in Italia può essere all'altezza della Juve perché oltre a non avere giocatori dello stesso valore, nemmeno possiede questa capacità di ipotecare molto presto i risultati.

La Signora ha vinto le ultime 33 partite casalinghe allo Stadium in Serie A, mantenendo la porta inviolata in 22 occasioni. Dalla prima di campionato nel nuovo impianto (4-1 contro il Parma nel settembre 2011), ha collezionato 95 vittorie, 14 pareggi e appena tre sconfitte, con 248 gol segnati e 56 subiti. Con numeri del genere, il dominio bianconero è un'ovvia conseguenza, così come il 6° Scudetto consecutivo che è solo in attesa della certezza matematica per essere assegnato alla Signora.

Il doppio vantaggio immediato sul Genoa serviva per guadagnare tempo per il riposo in vista della sfida di venerdì con l'Atalanta e alla successiva semifinale di Champions con il Monaco (l'andata mercoledì 3 maggio al Louis II). A proposito della prossima rivale europea della Signora, alleghiamo in fondo all'editoriale una piccolissima e poco pretenziosa guida per capire di che pasta è fatta questa squadra in odore, anche lei, di triplete.

QUI NAPOLI
Chi dice che il Napoli avrebbe più punti se giocasse un calcio meno bello ma più pragmatico mente sapendo di mentire. È un ragionamento che va oltre il mezzo passo falso con il Sassuolo. La differenza della squadra partenopea è proprio il gioco che le ha donato Sarri (selezionato tra i 50 migliori allenatori al mondo dall'Equipe), non avesse quest'arma a disposizione avrebbe certamente molti punti in meno. Il Napoli non può giocare come la Juventus perché non ha quel tipo di giocatori, Insigne non è Mandzukic come Albiol non è Bonucci e così via, ci sono qualità profondamente diverse nelle due squadre e i rispettivi allenatori sono abili nell'assecondarle in modi altrettanti differenti ma aderenti all'una e all'altra. Ultimamente si sta perdendo la percezione del lavoro straordinario di Sarri, che ha portato il Napoli al massimo delle sue potenzialità già l'anno scorso, e quest'anno l'ha confermato su quel livello senza Higuain e, di fatto, senza il suo sostituto Milik: era un'impresa tutt'altro che scontata. Ora il Napoli deve decidere cosa vuol fare da grande, come ha fatto intendere lo stesso Sarri: può “accontentarsi” di questa dimensione, con il rischio che le altre squadre (le milanesi?) nel frattempo la raggiungano, oppure può ambire al salto di qualità definitivo per provare a raggiungere la Juve. Detto che giocare meglio di così è impossibile, il gap deve essere colmato a livello di società, e quindi migliorandone tutti gli aspetti (compreso quello economico), e a livello di rosa, ovvero inserendo quei tre-quattro giocatori davvero “superiori” alla già ottima media degli azzurri. Serve gente che ha già vinto e che quindi sa trascinare la squadra nelle partite e nei momenti difficili, per intenderci servono i Khedira, i Mandzukic, i Dani Alves che negli ultimi anni si è assicurata la Juve, spendendo tra l'altro cifre nulle (il tedesco e il brasiliano sono arrivati a parametro zero, ma con uno stipendio “adeguato” al loro blasone) o ragionevoli. Il Napoli ha già abbastanza giovani da far crescere che con ogni probabilità diventeranno giocatori straordinari, ora servono i grandi campioni: tocca a De Laurentiis, eventualmente, convincersi di questa esigenza.
Prima della buonanotte, come promesso, ecco la mini-guida tascabile al Monaco di Jardim, prossimo avversario della Juve in Champions, scritta a suo tempo su “Il Senso del Gol”.

Buona lettura, se vi va.

(Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol @pensavopiovesse Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Il Monaco in parole povere: la forza gioiosa e naturale del talento, in campo e in panchina. Manifesto di un calcio senza vincoli, ordinato nella fase difensiva, diretto in quella offensiva. Non ci sono dubbi, nel Monaco, perché Jardim è un allenatore che basa la squadra su poche certezze, ma perfettamente assimilate. È una squadra pura, attacca e difende con la stessa efficacia perché non preferisce l'una o l'altra cosa.

I punti di forza: da Mbappé a Mendy, da Fabinho a Silva, sono questi i giocatori nuovi del calcio europeo. Inoltre, è tornato il vero Falcao. Jardim è il valore aggiunto, la lettura delle partite è efficace perché valorizza le armi a sua disposizione. È un tecnico, il portoghese, che scava nelle debolezze dell'avversario e modella la sua squadra allo scopo di segnargli più gol possibili. Sei gol al City in due partite, altrettanti al Borussia: l'obiettivo è farne uno in più dell'avversario, senza calcoli, ed è una filosofia che può agitare uno scontro diretto. Una variabile fuori contesto, che solo il Monaco può permettersi perché è nella sua natura, perché è il modo che ha trovato Jardim per rendere la sua squadra all'altezza delle grandi.

Le debolezze: la gioventù è un rischio quando la posta in palio si alza. È un vento che travolge finché non trova muri solidi. I centrali di difesa non sono all'altezza degli altri giocatori, se sollecitati individualmente, rischiano. E poi, il contesto. Giocare a Monaco non è come affrontare il Camp Nou, è uno stadio più piccolo, più freddo, il pubblico non è abituato a determinare gli andamenti con la sua presenza. Infine, l'appagamento. Il Monaco è già oltre la sua dimensione reale, potrebbe essere contento così. Lo è la dirigenza, che ha messo in vetrina i talenti migliori, lo sono i giocatori stessi, che si sono affermati come gruppo ma anche come singoli.

Fabrizio Biasin TMW

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: 113 motivi per temere il Barcellona e 1 solo (ma decisivo) per non avere paura. Inter: il futuro di Pioli e la scelta dei nerazzurri. Milan: 2 nomi concreti per il mercato (e l’agenda di Fassone).

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: 113 motivi per temere il Barcellona e 1 solo (ma decisivo) per non avere paura. Inter: il futuro di Pioli e la scelta dei nerazzurri. Milan: 2 nomi concreti per il mercato (e l’agenda di Fassone). Un appunto a Orsato

Da tre giorni non faccio altro che pensare ai celebri ricercatori dell’Amaro Montenegro, alla loro perseveranza nell‘individuare e mettere in salvo l’Antico Vaso. Li invidio molto, perché si danno sempre un gran daffare e cascasse il mondo non falliscono mai.
Questi signori dopo aver affrontato mille peripezie trovano sempre l’Antico Vaso, ma poi non stanno lì a tirarsela, a dire “oh, io ho trovato l’Antico Vaso, tu niente?”, semmai festeggiano in grande semplicità con litrate corpose di amaro che dispensano ad amici e conoscenti.
Vorrei sentirmi realizzato come uno dei ricercatori della Montenegro, davvero, altro che “fare il giornalista”.

Questo sfogo è rivolto a tutti quelli che “vorrei fare il tuo mestiere perché è sempre meglio che lavorare”, il ché è vero ma non sempre.
Vi racconto brevemente la mia Pasqua.
La mia Pasqua inizia venerdì Santo. Venerdì Santo molti di voi hanno lasciato le rispettive abitazioni per andare chi al lago, chi al mare, chi dall’amante. Altri sono semplicemente rimasti sul divano e hanno scritto “tanti auguri a te e famiglia” a molti conoscenti. Sono scelte.
Io no. Sono andato alla conferenza di insediamento dei cinesi del Milan. A codesta conferenza si è parlato di molte cose, nessuna che contemplasse grigliate pasquali, menu per pranzi luculliani, gite in amicizia. Si è parlato solo di “prestiti con interessi di un certo tipo”, o “protezionismo cinese” o “bilanci e mercato”. Neanche lo straccio di un amaro, insomma.
All’uscita dalla conferenza uno mi ha anche detto “stronzo giornalista” e io gli ho risposto “perché scusa?” e lui mi ha detto “non ho tempo di parlare con te, parto per il fine settimana pasquale”.
A quel punto sono tornato in redazione. Il venerdì Santo è terminato alle ore 23 circa, dopo aver scritto cose abbastanza inutili. All’uscita dalla redazione non c’era nessuno: parcheggi mediamente vuoti, poco traffico, tutti via. E uno dice “che fortuna, Milano deserta è bellissima…”. E tu: “Mah, insomma. Tu dove sei?”. E lui: “A Santa Margherita a sbocciare, son mica scemo”. E lì ti senti molto solo.
Sabato mattina mi sono svegliato presto: c’era il derby. Appena sono sceso in strada ho capito perché a Milano non c’era nessuno: erano tutti in metropolitana, linea lilla, direzione San Siro. Sulla linea lilla il regolamento impone che non ti devi lavare. Cioè, io il regolamento non l’ho letto ma tutti sapevano di agnello, forse per l’approssimarsi della Santa Pasqua. Dopo soli 50 minuti di ressa in metropolitana sono arrivato allo stadio e ho pensato “oh, saranno anche tutti al mare, al lago o con l’amante, ma io mi vedo lo straordinario derby cinese!”.
Circa novantasette minuti dopo avevo idee diverse e il telefono rovente. Amico 1: “Te la sei presa nell’Orsato eh?”. E un altro: “Ti giro via mail i dati sui bilanci della Elliott negli ultimi 10 anni. Sono molto interessanti”. E un altro ancora: “Tanti auguri a te e famiglia”. Anche in questo caso niente amari. Appena ho poggiato il telefono in tasca, uno mi fa: “Vaffanculo a te e Pioli”. Se avesse avuto l’Antico Vaso tra le mani me l’avrebbe spaccato certamente in testa, quindi ho scelto di accelerare il passo verso la redazione.
La giornata è passata tra prese per il culo oratoriali, articoli scritti a fatica, umiliazioni pubbliche, dirette tv di fianco a colleghi che non te la fanno pesare, tipo Mauro Suma. In compenso, tornato a casa, ho trovato subito parcheggio (“che bella Milano quando tutti sono via e tu, fortunato, puoi goderti la pace e il silenzio offerti da questa straordinaria città”. Sì, vaffanculo a te e ai tuoi cari).
La domenica di Pasqua è trascorsa tra pranzi in famiglia a dover fronteggiare attacchi pallonari (“Icardi è una sega”, “Per me no”, “Icardi è un fallito”, “Per me no”) e allegati molto maturi ricevuti su WhatsApp tipo teste di Zapata che escono dall’uovo di Pasqua o foto di Orsato che intima a Gesù di non uscire dal Sepolcro al grido di “non ancora! Conto fino a cinque!”. In serata consueta diretta tv a parlare di calcio e di Icardi (“che è una sega”, “per me no”, “è un problema”, “per me no”), quindi comodo parcheggio sotto casa perché, ovviamente, non c’era un cazzo di nessuno.
Lunedì tipica gita di Pasquetta? No, redazione fino ad ora, ovvero le 23. In compenso tra breve tornerò a casa e non troverò parcheggio a causa del “grande rientro” e di quelli che “beato te che ti sei goduto la Milano deserta, certi silenzi che solo la città sa dare. A proposito, sono stato su Marte, quanto è finito il derby?”. Ed è proprio in questi momenti che pensi a come sarebbe bello vivere nella comune della Montenegro, là insieme ai ricercatori che con la scusa di ‘sta fava di Antico Vaso se ne fottono di Orsato, dei parcheggi, della linea lilla e passano intere giornate perennemente strafatti di amaro zuccherino. Credete a me, quelli sì che hanno capito tutto.

QUI INTER
L’Inter ha perso, anzi pareggiato, ma conta davvero poco. Quello che è successo nel finale del primo derby cinese stronca ogni velleità a qualsiasi livello: inutile parlare di classifica, prospettive, inutile provare a ragionare.
Il gol di Zapata condanna una squadra certamente immatura e stravolge ogni analisi. Se Orsato avesse fischiato al 96’: “Che bravo Nagatomo, una partita di grande applicazione la sua!”.
E, invece: “Ma che cazzo gioca a fare Nagatomo che è un pippone?”.
Se Orsato avesse fischiato al 96’: “Oggi bene Kondogbia, gran ruba palloni nel momento di difficoltà!”.
E, invece: “Kondogbia 40 milioni buttati al cesso”.
Se Orsato avesse fischiato al 96’: “Dai, finalmente Pioli ha vinto uno scontro diretto, a momenti Biabiany fa il gol del 3-1, comunque la squadra ha dimostrato che segue ancora il suo allenatore”.
E, invece: “Pioli cazzo ha messo Biabiany? Doveva entrare Gabigol! Tecnico incapace, fuori dalle balle, non regge la pressione”.
Tutto giusto, in fondo contano i risultati, non i “se”.
A meno di un finale di stagione miracoloso Pioli lascerà il posto a “un big”, uno di quelli che “garantiscono i risultati”. Tipo Mancini, per dire, che poi è diventato “quello da cacciare”. O tipo De Boer, che dopo 15 giorni si è trasformato nel “problema”.
Ecco, molti mi scrivono “cazzo difendi Pioli? Cazzo difendevi De Boer?”. A questi rispondo facendo notare che non difendo Pioli oggi, così come non difendevo De Boer ad ottobre. Il sottoscritto, banalmente, prova a difendere l’Inter dall’isterismo di chi appena capisce che non potrà esultare per una qualche vittoria, trova nell’attacco al tecnico un’alternativa alla noia. Senza un minimo di equilibrio anche il prossimo allenatore finirà sulla forca come è successo a tutti i precedenti. Tutti tranne Mourinho, che ha avuto la lucidità di andarsene da vincente.
L’Inter era ed è una squadra con ancora troppi difetti, ma anche qualche punto fermo. Icardi, per esempio. Anche con lui si va “sull’altalena”. Si è passati dal definirlo “sopravvalutato e assetato di denaro” a considerarlo “unico degno”. Tutto per quel legittimo minuto e mezzo in più di recupero concordato da un arbitro assai autorevole.
Ecco, Orsato. Bravo, bravissimo. Lo dicono tutti e in fondo è davvero così. Solo che a volte l’eccesso di “autorevolezza” rischia di trasformarsi in pizzico di “arroganza”. L’arbitro non deve essere “amico dei giocatori” ma neppure “maestra isterica delle elementari”. L’Inter ha pareggiato il derby per colpa sua (e questo va detto ad alta voce), ma certe decisioni (il mancato rosso a Locatelli per fallo su Nagatomo, la scelta di rendere “effettivo al millesimo di secondo” il tempo di recupero) sono buoni argomenti per chi crede che il regolamento del gioco del calcio sia al giorno d’oggi decisamente “imperfetto” perché troppo “interpretabile”. E se il regolamento è “interpretabile” il capitano di una squadra ha diritto di chiederti “perché?” e tu hai il dovere di non dire “conto fino a 5”. Il rispetto è legittimo, ma è giusto che sia reciproco.

QUI MILAN
E closing fu. Sapete già tutto perché per una volta non si tratta di “fidarsi di giornalisti o amici degli amici”, bensì di ascoltare direttamente chi ha in mano le sorti del club.
Fassone ha parlato ed è stato certamente molto chiaro.
Ora, si può decidere di iscriversi a due partiti. 1) Quello di coloro che si fidano. 2) Quello di coloro che non si fidano.
Partiamo da “quelli che si fidano”.
A loro, Fassone ha raccontato di un presente ricco di impegni: appuntamenti con Montella per decidere “come impostare il Milan”, con Raiola per parlare del rinnovo di Donnarumma, con le banche per pagare i debiti della stagione in corso, con i giocatori su cui puntare per il futuro e i rispettivi club per “quagliare”.
Sappiamo che già 4 profili sono stati “sondati”. Si fanno i nomi più disparati: da Luiz Gustavo a Benzema, Morata, Aubameyang. Qualcuno dice persino Vidal. Ecco, l’obiettivo sbandierato (“il ritorno in Champions nella prossima stagione”) ha già scatenato quelli che “associamo ogni tipo di nome ai rossoneri, così se arrivano saremo stati bravi noi, viceversa avranno illuso loro”. Tutto molto “comodo”, insomma.
Chi scrive non ha certezze sui nomi, ma sa due cose: 1) se il closing fosse arrivato a dicembre, Fassone e Mirabelli avrebbero avuto chance di arrivare a Fabregas. 2) Kovacic è un nome che interessava in passato e interessa ancora. Stop.
E veniamo a quelli che “non si fidano” e “tutto andrà malissimo”. Ecco, ai disfattisti a prescindere diciamo che, forse, questo, non è davvero il momento di "dubitare", semmai di continuare a "capire" e fare domande senza inutili preconcetti. Ma se invece di fare domande si procede solo per sentenze ("finirà tutto malissimo!”) allora si continuerà a raccontare una “storia imperfetta”.
Avevi paura che il closing non arrivasse e che tutto sarebbe andato a farsi benedire? Hai quantomeno esagerato nelle tue valutazioni. Pensi che ora il destino sia quello che tutto finisca nelle mani dei cattivissimi signori del fondo Elliott? Chiedi, e ti spiegheranno qual è il loro disegno (fiducia nel fatto che in Cina allenteranno il “protezionismo”, possibilità di farsi anticipare dalle banche i quattrini relativi ai futuri diritti tv - la cosiddetta “cartolarizzazione” -, possibilità di quotare il club in Borsa, volontà di investire da subito ingenti somme sul mercato…). Il fatto che siano tutte questioni noiose e un po’ complicate (ahimè, lo sono) non significa che per forza nascondano misteri e cattive intenzioni.

QUI JUVENTUS

Domani è il giorno del “partido”, in realtà più per gli avversari che per la Signora. Il Barcellona ci prova: stuzzica, “spaventa”, intimidisce, ma dall’altra parte trova una squadra pronta alla sfida. Al Camp Nou Luis Enrique apparecchierà un 11 iper-offensivo, con 8 uomini “d’attacco” e 113 gol stagionali complessivi in campo.
Allegri fa spallucce e ha le idee chiarissime: niente barricate, volontà di fare gol e zero paura. Il coraggio, in particolare, deriva dalla capacità del tecnico toscano di “capire le partite”. Se ci sarà da soffrire la Juve sarà pronta a farlo così come è successo a Napoli in campionato, quando i bianconeri dopo essersi resi conto che sul piano del palleggio Sarri avrebbe dettato legge, si sono messi con pazienza a difendere. Che poi è la cosa che riesce meglio alla Signora da un lustro a questa parte.

Saluti e baci, se avete ancora tre minuti vi lascio con una favola meravigliosa, il racconto di un calciatore che “era fottuto”… e ora invece no (Efisio Collu per ilsensodelgol. Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

Se è scritto che deve arrivare, la gloria prima o dopo arriva. Solo, non dove te l'aspettavi te.

Prendi per esempio la storia di Nick Powell, fumigante esterno del Cheshire classe '94.

A diciott'anni è in cima al mondo. Ha fatto una stagione assurda in League Two col Crewe Alexandra, culminata in una bomba sotto l'incrocio da fuori area in finale play-off. E' arrivato lo United coi soldi in bocca - 6 milioni di sterline, non banane - e se lo è portato via di peso. Sui giornali esce che Ferguson stravede per lui, che sarà il nuovo Scholes, che al settore giovanile non ne vedevano uno così dal famoso '92. Pronti, via e lo buttano dentro: 15 settembre 2012, in casa col Wigan (il Wigan segnatevelo perché è importante), cambio al 71': fuori Giggs dentro Powell. Il quale Powell, ovviamente, non impiega che qualche minuto a segnare. Finisce 4-0, vai con la festa.
Fin qui la roba bella. Perché da lì Powell smette di vedere il campo e procede a trascorrere il resto della stagione tra panchina e tribuna. Perché quel gol finirà per essere l'unico segnato in quattro anni di contratto con lo United. Nella bellezza di nove presenze tra campionato e coppa con la maglia dei Red Devils. Perché per il resto il tabellino del carriera del nuovo Scholes reciterà: un anno di prestito al Wigan (risegnatevelo) così così; un anno al Leicester disastroso; un anno all'Hull peggio che al Leicester. Un'altra storia di un altro predestinato che un'altra volta a fare il salto non ce l'ha fatta.

E arrivi a a giugno 2016, scadenza del contratto con lo United, la società non rinnova. Arrivederci. A nemmeno ventitrè anni, Powell è un ex giocatore sul mercato degli svincolati. Sembra che debba andare al Wolverhampton, ma niente. Poi pare lo stia per prendere il Blackburn, ma niente. A un certo punto si vocifera di un ritorno di fiamma dell'Hull, ma niente. Finché alla fine non spunta fuori - indovinate - il Wigan, che deve fare la lotta salvezza in B e non è che può permettersi di andare tanto per il sottile. Lo prende a zero, gli fa un triennale e via. I tifosi non la prendono benissimo. E tutti i torti si dimostrerà che non li avevano, dato che Powell al giro di boa della stagione si presenta con il non esattamente terremotante score di quindici presenze e una rete.

Dopodiché si rompe. Guaio muscolare in coppa col Nottingham Forest a gennaio, stagione finita. Per rendersi conto di quanto modesto risulti l'impatto della tegola sul Wigan, basti dire che la dirigenza - dopo avere brevemente accarezzato l'idea di rimpiazzarlo prendendo dalla Lazio Ravel Morrison, altro notevole esemplare di predestinato venuto male - decide che non vale la pena nemmeno di sostituirlo. Anche perché nel frattempo la stagione si è messa male: lo spettro della retrocessione incombe, e ci sono emergenze più urgenti da tamponare se si vuole provare l'impresa impossibile.

Senonché Powell si mette sotto. Cure, fisioterapia, riabilitazione: in nemmeno tre mesi è abile, arruolato e convocato. A far numero in panchina, ma sempre meglio di niente.

8 aprile, Wigan in casa col Rotherham. Al 74' sta 2-2, e la panchina del Wigan chiama il cambio. Fuori Gilbey, autore del gol del pareggio, dentro Powell. Il pubblico non gradisce e rumoreggia. Non sanno che da lì a una ventina di minuti ci sarà da rumoreggiare sul serio: il Wigan fa il 3 a 2 al novantasettesimo, gol di Powell.

13 aprile, Wigan in casa col Barnsley. All 66' sta 0-2, e la panchina del Wigan chiama il cambio. Fuori Obertan, dentro Powell. Il pubblico nemmeno rumoreggia perché cosa vuoi rumoreggiare a questo punto. Non sanno che negli undici minuti che seguono dovranno prendere fiato e rumoreggiare non una, non due ma tre volte. Perché Powell pianta dentro una tripletta da maratona di pippe (nell'ordine, punizione fortunosamente deviata, tap-in su goffo intervento del portiere, rigore assai dubbio: paginone di Playboy scansate) e regala la vittoria alla squadra, rilanciandone potentemente le ambizioni salvezza.

Da reietto che era, Powell diventa un eroe nazionale in divenire, e c'è da stare sicuri che da qui a fine campionato il posto in squadra non glielo leva nessuno. Poi si vedrà. Hai visto mai che a diventare davvero il nuovo Scholes si fa ancora in tempo?

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: l'ora del Barça e la scelta (imprevedibile) di Allegri. Inter: il giusto processo, un responsabile e troppi "infiltrati". Milan, ecco il closing: ci sono 10 cose da dire (e 4 arrivi dal mercato...). Napoli: ma Ins

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: l'ora del Barça e la scelta (imprevedibile) di Allegri. Inter: il giusto processo, un responsabile e troppi "infiltrati". Milan, ecco il closing: ci sono 10 cose da dire (e 4 arrivi dal mercato...). Napoli: ma Insigne?

Eccoci. A un paio di mesi di distanza mi tocca riproporre “l’angolo delle markette”, ovvero “fatevi pubblicità aggratis alla faccia di Tmw”, ché in tempi di magra tutto fa brodo.

1) Partiamo con Andrea Negro, cantautore contemporaneo.
Dunque, Andrea Negro mi scrive da mesi. Il suo ultimo album, L’Alieno, è una bellezza, ovviamente lo scriverei anche se non lo pensassi. Trovate il singolo a questo link: http://www.deezer.com/album/14247282
Dialogo con Andrea Negro. Due mesi fa: “Ciao Fabrizio, faresti una recensione a L’Alieno?”. Io: “Ok, vai tranquillo”. Un mese fa: “Avevi promesso, fai ‘sta cazzo di recensione?”. Io: “Giuro”. Settimana scorsa: “Ooooooohhhh infame, la recensione!”. E quindi ecco qui il singolo.
Non giudico perché io di musica (come di calcio del resto) non capisco una fava, ma lascio a voi.
Ps. Le parolacce ovviamente le ho aggiunte io.

2) Fra Luca Santato
Fra Luca Santato è un missionario, una persona seria. Non mi ha chiesto assolutamente nulla, diciamo che per una volta sono io che provo a fare qualcosa di utile.
Mi ha scritto così:

“Carissimo signor Fabrizio Biasin,
sono un frate cappuccino missionario in Mozambico, le scrivo per ringraziarla del suo editoriale che settimanalmente leggo sul sito Tuttomercatoweb.
Vivendo in Africa ho praticamente perso gran parte dei miei appuntamenti sportivi visto che il calcio mi è sempre piaciuto fin da piccolo, ma volentieri leggo il suo articolo per aggiornarmi con la sua ironia e puntualità sulle vicende calcistiche italiane, ogni tanto riesco a trovare qualche video su youtube dove si raccontano le puntate del programma calcistico dove anche lei è ospite.
Io personalmente tifo per la Juventus ma mi è sempre piaciuto tutto il calcio. La ringrazio perché leggere ciò che scrive è un modo per sentirmi più vicino all'Italia.
Arrivederci e scusi del disturbo.
Fra Luca Santato, frate cappuccino italiano originario di Verona.

Gli ho detto, come un pirla: “Grande Fra, dimmi come butta in Mozambico!”. E lui, tra le altre cose, mi ha risposto così: “Lo Stato del Mozambico è grande tre volte l’Italia, è un Paese molto povero e si sta lasciando alle spalle una guerra civile molto sanguinosa. Tra i vari lavori che cerco di svolgere qui c'è quello degli orfanotrofi. Purtroppo troppi bambini orfani o abbandonati in condizioni di salute molto gravi tipo già piccolini con l'Aids. Ora vivo nella città di Quelimane, è il capoluogo della Zambesia. Ma dalla settimana prossima andrò a vivere a Milange al confine con il Malawi. Anche lì noi frati teniamo un orfanotrofio e un scuola agraria per i ragazzi del posto. Ti aggiornerò volentieri anche con foto.

E io: "Fra, caccia il link di un sito che magari qualcuno si interessa e vi dà una mano".
E lui: "Non ce l'abbiamo".
Cioè, capite? In un mondo dove il "numero verde" non si nega a nessuno questi sono talmente "sani" che non provano neanche a chiedere un euro.
Troveremo il modo

3) Carlo Tinanzi
Carlo: “Posso mandarti una lettera per Suning?”.
Io: “Prego, ma io mica lo conosco”.
Carlo: “Basta che la pubblichi”.
Io: “Va bene, non mettere parolacce però”.
Carlo: “Caro Suning, avevi detto che riportavi l’Inter nel mondo. E io vedo ancora Nagatomo. Caro Suning non dire le cazzate. Caro Suning avevi detto che vincevamo tutto e abbiamo perso a Crotone. Non mi prendere per il culo Suning, perché io pago il biglietto e ho l’abbonamento delle televisioni a pagamento. Pioli è un provinciale. Basta con i Santon e questi, prendi i campioni. Devi fare il repulisti, altrimenti non andremo d’accordo. Caro Suning, se io comando all’Inter vedi come trottano al derby. Con immutata stima”.

Ha mantenuto la promessa: niente parolacce.

QUI INTER

È tutto uno schifo, mi pare evidente. Ma è molto facile anche ottenere consenso: basta scrivere, appunto, “è tutto uno schifo”. Fanno schifo i giocatori che non si impegnano, l’allenatore che non li stimola, i dirigenti che non c’hanno capito niente.
Lo scrivono in tanti, anzi, quasi tutti, e quindi è certamente così.
Fanno schifo tutti, anche io. Io che quando (raramente) si vince me la tiro assai e “ABBIAMO vinto” e quando invece si perde “SONO tutti stronzi”. Molto comodo.
Comodo anche limitarsi ad analizzare il “giorno prima” e dimenticarsi quello che si diceva/scriveva anche solo un mese fa. Dopo il 7-1 all’Atalanta erano tutti belli e bravi, da confermare e baciare. Oggi sono tutti da rinchiudere, uno soprattutto: Pioli.
È normale, funziona così da che mondo e mondo, e infatti non ci si deve stupire. Le sconfitte con Samp e Crotone non si possono e non si devono dimenticare, l’atteggiamento della squadra neppure, e il processo è cosa buona e giusta. Ma, forse, bisognerebbe guardare le cose “a più ampio raggio”: il peccato originale di questa maledetta stagione non è stato commesso allo “Scida” di Crotone, semmai l’estate scorsa. Società ed ex tecnico, per un milione di motivi e reciproche responsabilità, decidono di temporeggiare e così facendo mettono una zavorra enorme alla stagione: mentre gli altri rifiniscono la preparazione, l’Inter sceglie il nuovo allenatore.

Il resto sono (soprattutto) “conseguenze” che a suo tempo hanno impedito a De Boer di organizzare il suo lavoro (magari con un mercato diverso) e oggi non permettono a Pioli di vivere con meno isterismo il momento difficile.
Pioli ben lo sapeva: doveva essere perfetto per evitare il massacro, è stato solo “bravino”.
Ora parte la caccia alle streghe: c’è chi dice che almeno 7 tecnici siano in lizza per la panchina, c’è chi giura che lo spogliatoio sia diviso tra “clan degli italiani” e "altri" (il clan degli italiani! Un inedito clamoroso!), c’è chi vuole la testa di Ausilio, chi quella di Zanetti, chi quella di Icardi, chi quella di quattro o cinque giocatori a caso. Signori, sapete che c’è? È normale e comprensibile, del resto funziona sempre così: è normale che siano tutti incazzati, è normale che si spediscano i pelandroni in ritiro, è normale che si pretenda una reazione sabato nel derby, è giustissimo che si definisca fallimentare una stagione che doveva riportare i nerazzurri in Champions League e al momento non contempla neppure l’Europa “dei piccoli”.
È tutto normale, o quasi. Quello che non è normale è che nel momento più difficile della stagione ci sia chi, tra gli ex, invece di “sostenere” (o anche solo “tacere”) infierisca sul cadavere nerazzurro per risolvere antiche questioni personali. Ecco, questo no, non è normale. Le divisioni interne sono l'antico male in casa nerazzurra, chissà che Zhang non trovi presto rimedio a colpi di bastone (in senso figurato, per carità).

QUI MILAN

Inutile perdere tempo, legittimo attivare ogni tipo di scaramanzia: il famigerato closing è distante solo qualche ora (ufficiale la data del 13).
Direte voi “era così anche a dicembre e pure a marzo”. Avete ragione. Per questo utilizzeremo tutti i condizionali del caso, pur in un quadro che ci raccontano essere “privo di nubi all’orizzonte”.

Saremo didascalici e, come sempre, riporteremo quel che abbiamo raccolto (che non è verità assoluta, ma neppure “cazzate a caso buttate là”).

Ieri Han Li era a Milano. Si è incontrato con i vertici Fininvest e ha offerto rassicurazioni sul completamento di tutti gli step fino al closing.
In contemporanea ad Arcore andava in scena il classico pranzo Berlusconi-Galliani. I beninformati hanno medie certezze: il patron, pur lusingato, dirà no all’offerta dei cinesi di accettare il ruolo di presidente onorario. L’idea di “esserci senza poter incidere” non lo attrae.
Con l'addio di Berlusconi, il ruolo di presidente dovrebbe essere preso dallo stesso Yonghong Li.
Fassone continua a lavorare senza sosta per analizzare ogni riga di ogni singolo foglio ed evitare “inciampi” dell’ultim’ora. L’ultima settimana è stata vissuta dal futuro ad sul doppio fuso Cina-America ed è servita per sistemare ogni dettaglio.
I documenti necessari per rispettare le norme antiriciclaggio sono completi.
Giovedì ad Arcore sono previste le firme che definiranno il passaggio di consegne, venerdì la conferenza stampa ufficiale

Quindi il “campo”
A partire dalla prossima settimana Fassone e Mirabelli parleranno con Montella per "conoscersi ufficialmente" e definire le linee da seguire al prossimo mercato.
Dei 303 milioni prestati dal fondo Elliott, 120 serviranno per gestire la prossima stagione: 70 per le spese “vive”, 50 per il mercato. "Solo 50?", diranno giustamente i più. Nelle testa di chi gestirà acquisti e cessioni c’è l’intenzione di far “fruttare" i 50 con acquisti "rateizzati" (un po' come accadde all'Inter nel periodo-Thohir).
Quattro giocatori sono già stati individuati e verranno sottoposti al tecnico Montella. Mi piacerebbe potervi dire i nomi, ma col piffero me li hanno riferiti. La certezza è che 4 profili per altrettanti posti da titolare sono stati "selezionati".
Da settimana prossima le priorità saranno i rinnovi dei contratti in scadenza nel 2018, Donnarumma su tutti.

Mancano solo poche ore e sapremo. Questa che per qualcuno è stata una "guerra mediatica" tra chi tifava per il "si farà" e chi diceva "son tutte cazzate" è in realtà il passaggio di consegne più importante della storia del calcio italiano. Arrivano i cinesi con le loro idee e speranze (in particolare quella che il governo cinese allenti nel breve periodo il famoso "protezionismo"), se ne va il presidente che più di tutti ha fatto la storia del calcio in Italia: 29 trofei in 31 anni non sono davvero uno scherzo.

Ps. Esiste anche un undicesimo punto assai "pepato" e intrigante, ma di questo scriveremo settimana prossima, promesso.

QUI JUVE
Chi sogna legittimamente nuovi trionfi al momento è la Juve, ma chiariamo subito una cosa. Sbaglia chi dice che la Signora è obbligata a vincere la Champions per giustificare l'acquisto Higuain. L'acquisto del Pipita è stata una grande operazione, finanziata dalla cessione di Pogba tra l'altro, ma il divario finanziario con i migliori tre o quattro club d'Europa resta. I bianconeri oggi occupano il posto che spetta loro in Europa, ora dipenderà tutto dalla squadra che scenderà in campo. E dalla voglia di rivalsa dopo la beffa di Berlino. Chi scrive pensa che il salto di qualità di questa squadra dipenda soprattutto dal suo allenatore e dalla capacità dello stesso di "gestire le emozioni". La Juve capitata tra i grandi "quasi per caso" due anni fa, ha lasciato spazio a una squadra convinta dei propri mezzi.

Le parole del tecnico («non rinuncio ai 4 attaccanti») completano un percorso fatto di partite vinte sul campo e crescita fuori. La Signora rispetta il Barcellona ma lo guarda dritto negli occhi: sconfitte e remuntade trovano terreno fertile solo tra chi ha paura.

QUI NAPOLI
Chiudiamo con il Napoli di Sarri che, annichilita la Lazio dei miracoli, s'è assicurato la prossima Champions League. È un altro capolavoro di Sarri, capace di salvare la stagione nonostante il ko di Milik, e poi di farci credere che gli azzurri avrebbero potuto giocarsela persino con il Real Madrid. Il bel gioco è il punto di forza di questa squadra, ora però il tecnico è a un bivio: accontentarsi di strappare applausi o provare a fare di più.
Saper vincere male, giocando partite magari brutte ma efficaci contro le piccole: se la sua squadra crescerà anche in questo e se De Laurentiis avrà il coraggio di rinforzarne la rosa (a proposito, rinnovare questo Insigne non è una possibilità, ma un obbligo), l'anno prossimo si potrà parlare davvero di un Napoli in corsa per lo scudetto.

Fine. Pepito Rossi si è fatto male. Nel nostro piccolissimo, su Facebook, abbiamo raccontato perché – e per qualunque squadra si tifi – domenica ci siamo fatti male un po' tutti.
(Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

L'anno scorso insieme a un manipolo di ubriaconi ho assistito a Levante-Real Sociedad.
Una partita di merda che non vi dico tra una squadra a metà classifica (Real) e una praticamente spacciata (il Levante, poi retrocesso).
Per 90 minuti i tifosi di casa osannarono un italiano arrivato tre mesi prima per provare a realizzare un miracolo.
"Ros-si! Ros-si!", neanche fosse Valentino.
E lui, guarda un po', fece gol.
La cosa che neppure la maledetta iella potrà mai togliere a questo ragazzo è che ovunque sia stato ha ricevuto gli onori riservati ai più grandi.
E questa, converrete, è cosa rara.
Prenditela con calma Pepito, non devi più dimostrare niente a nessuno.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: attenti al piano di Allegri (e a chi lo odia). Inter: svanisce il sogno, al via i processi (ma dalla Cina Ausilio torna con tre nomi). Milan: due novità verso il closing (e una pacca a Gigio). Napoli: l’idea di Sa

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: attenti al piano di Allegri (e a chi lo odia). Inter: svanisce il sogno, al via i processi (ma dalla Cina Ausilio torna con tre nomi). Milan: due novità verso il closing (e una pacca a Gigio). Napoli: l’idea di Sarri per la Coppa


Arieccoci amici della facile-lettura. So che molti di voi in questo momento sono bei sereni sulla tazza. Me lo scrivete in tanti: “Ti leggo al cesso, non offenderti”. Questa per me è davvero una grande soddisfazione. Tirate l’acqua, da bravi.

Ma ci sono cose molto più importanti che non possono essere ignorate.

La fame nel mondo? No, il caso Volpe-Magalli.

La Volpe ce l’ha con Magalli. Magalli non ha rispetto per la Volpe. Se non sapete di cosa stiamo parlando siete persone sane, meglio per voi.

Il dato di fatto è che le cose cambiano a seconda del “punto di vista”.

Prendete Paletta-Donnarumma. Da 24 ore il Paese si è diviso. “Ha ragione Donnarumma, non si passa il pallone nello specchio della porta, te lo insegnano nei Pulcini!”. “No, ha ragione Paletta: Donnarumma piede a banana!”. Son problemi.

Oppure Napoli-Juve e “l’accoglienza in città”. Ci si divide. “Bravi i napoletani, solo fischi e sfottò ma nessuna esagerazione!”. E dall’altra parte: “Che vergogna il pullman che deve cambiare strada! Che vergogna la Juve che non riesce a fare la rifinitura pre-partita! Che vergogna tutto!”. Punti di vista.

O i cinesi del Milan. “Sono dei truffatori merdosi!”. “No, ci salveranno dalla dittatura berlusconiana!”. Ognuno la pensa come vuole, tutti hanno la verità in tasca.

E sapete che c’è? Va bene così. Si chiama “diritto di fare e pensare ciò che ci pare nel rispetto della libertà altrui”.

Solo che a Milano c’è il Salone del Mobile. Che non è un grosso magazzino con dei divani, ma una specie di mostra di cose molto moderne e alla moda per persone di un certo livello. E poi c’è il Fuorisalone, che è un insieme di feste e festicciole legate al Salone, che ti consentono di ubriacarti molto con la scusa della “serata molto chic alla quale non potevo mancare”.
Ebbene, noi “poco alla moda” non siamo invitati a codeste feste, ma osserviamo con grossa invidia chi vi partecipa.

Ecco, ieri in centro a Milano ho visto un uomo con la gonna. E voi direte: “Che male c’è, siamo mica nel Medioevo”. Avete ragione, solo che mi sono sincerato e ho scoperto che no, costui non era scozzese. Era solo un “uomo con la gonna”.

Ora, voi direte “minchia che bigotto Biasin” e forse avete ragione, ma io proprio non ce la faccio. Per intenderci, mi reputo uno del genere “vivi e lascia vivere”, ma l’uomo con la gonna non lo capisco.

Perché metti la gonna, uomo? Per essere alla moda ed entrare alle feste del Fuorisalone? Per essere ben refrigerato lasssotto? Per attirare l’attenzione? Non capisco.

Decisamente frastornato ho chiesto alla mia collega esperta di moda. E lei: “Che male c’è? Siamo nel 2017. Il problema non è lui che metta la gonna, ma tu che ne parli”. Mi son messo riflettere sulla questione, ma poi è iniziata Inter-Sampdoria.

QUI INTER

Alla fine il castello è crollato. L’Inter perde con la Samp, dice addio alle residue speranze di arrivare al terzo posto e innesca tutta una serie di “processi” che Biscardi ci farebbe 34324 puntatone.

“Icardi non può sbagliare certi gol, pensa troppo alla Wanda!”. “Pioli l’avevo detto che era inadatto!”. “Gabigol perché non gioca, con lui in campo sarebbe cambiato tutto!”. “Via tutti, dentro altri!”.

Un grande classico.

Ci si meraviglia? Neanche un po’. Funziona così da che mondo e mondo.

La sola consolazione per i nerazzurri è legata a Zhang e alla sua voglia di emergere (ne scriviamo in fondo all’editoriale).

Sappiamo che Ausilio è stato a Nanchino, sappiamo che in Cina ha presentato alla proprietà una lista di giocatori “che piacciono” (i nomi sono noti: Manolas, Ricardo Rodriguez e Berardi i favoriti) e un’altra di “sacrificabili”. Sappiamo che ha elencato a chi ha il grano le caratteristiche di coloro che potrebbero arrivare e i relativi costi di massima; sappiamo che l’intenzione del patron cinese è quella di accontentare il più possibile allenatore e tifosi, ben sapendo che prima si dovrà convincere l’Uefa a ridiscutere i paletti del fair-play.

Si può fare? Sì, si può, ma il dato di fatto è che in questo momento tutti sono concentrati proprio sull’”allenatore”. Oggi è il giorno del “tutti tranne Pioli”, si parlerà di Conte, Simeone, salteranno fuori altri nomi (è scontato) e nessuno aspetterà un secondo in più per impiccare “il traghettatore”. Funziona così, almeno tra quelli che non riescono a vivere il calcio per quello che è.

QUI MILAN

Si parla molto dell’errore di Donnarumma e la verità è che la questione non è “ha sbagliato Gigio, anzi no Paletta”, semmai “ma non avete proprio nulla di cui parlare?”. L’errore di Pescara non cambierà di una virgola la carriera del portiere rossonero, destinato al meglio per concessione divina. L’inciampo, semmai, certifica un fatto: se Donnarumma non è perfetto, il Milan rischia di non portare a casa i tre punti.

Un dato di fatto piuttosto stucchevole se si pensa che anche i più talebani sanno perfettamente che il Milan ha i suoi problemi, ma nessuno con cui prendersela (almeno in campo).

Si aspetta il 14 aprile, forse il 13. Che poi è il giorno dell’arcinoto closing. Sappiamo che i soldi per completare il passaggio di consegne ci sono, sappiamo che il prestito da 303 milioni stanziato dal fondo Elliott contempla anche i quattrini necessari per gestire la prossima stagione.

Sappiamo altre cose? Sì. I negativi a prescindere disegnano scenari apocalittici del genere “Mister Li non troverà il denaro per ripianare il debito contratto e il Milan verrà svenduto al mercatino delle pulci”. Ci può stare, così come ci può stare che dall’alto discendano le bibliche cavallette e per tutti noi siano cazzi amari.

Domanda: se uno chiede un prestito da 300 milioni è viene dipinto come un “gran furbo” è più facile che sappia quello che fa o che abbia scelto di suicidarsi, economicamente parlando? Staremo a vedere.

Il dato di fatto è che la “macchina del closing” è ben avviata ma (visti i precedenti) va seguita metro dopo metro. Ad oggi sappiamo che non esiste alcun paletto nell’accordo Li/Elliott per quanto riguarda acquisti e cessioni (il futuro patron e i suoi collaboratori potranno decidere in libertà), conosciamo il nome di una possibile nuova colonna del cda (Paolo Scaroni, ex Eni) e confermiamo che lo stesso fondo americano non imporrà alcun nome al cda stesso.

La convinzione di Li (e quella di molti altri investitori suoi connazionali) è quella che nel breve/medio periodo il protezionismo cinese lascerà spazio al libero mercato, con conseguente ritorno dei “famosi” investitori che non si sono – come dice qualcuno – “sfilati”, semmai restano “congelati”. Ma siccome il rischio è sempre quello di eccedere “dall’altra parte” (troppo ottimismo), continuiamo ad affidarci alla logica: Li non spenderà fantastiliardi da subito, ma investirà nell’ottica di un miglioramento costante che gli possa consentire di fare quello che vuole fare, ovvero un affare (quotazione in Borsa, cessione “alla Thohir"). Quanto romanticismo “alla Berlusconi” c’è in tutto questo? Zero, neanche un briciolo. Quanta, invece, è l’“elettricità” legata al cambiamento? Tanta, o almeno quella sufficiente per decidere di non guardare più indietro.

QUI JUVE

Nella logica manzoniana del “dagli all’untore” è ovviamente ripartito il processo ad Allegri, allenatore indegno. Il pareggio di Napoli non è passato come “dimostrazione della capacità del tecnico di sapersi adattare alle situazioni”, semmai come “prova della sua piccolezza”. Che poi è la piccolezza del tecnico che in Europa ha i numeri migliori di tutti. Quelli del possesso palla o dei tiri fatti? No, quelli relativi ai punti in classifica, ovvero i più importanti.

Dire "se la Juve gioca così, contro il Barcellona sono cazzi suoi" è – perdonate la volgarità - una puttanata, perché ogni partita da che mondo e mondo è diversa dall’altra.

Riuscire a portare a casa il risultato nelle difficoltà è dimostrazione di grandezza, così come “dimostrazione di maturità” è quella dei tifosi che capiscono “i momenti”. La Juve che ha faticato a Napoli sarà diversa da quella che tornerà a Napoli domani e sarà ancora diversa da quella che giocherà prima con il Chievo e poi con il Barcellona. Il periodo degli “scontri diretti” e delle partite ogni tre giorni da che mondo e mondo ci consente di distinguere i tecnici bravi da quelli eccellenti: la storia insegna che Allegri raramente sbaglia. Se invece l’obiettivo è giocare sempre come gli Harlem Globetrotters beh, scusate, ma per quello hanno inventato la playstation.

QUI NAPOLI

Quindi il Napoli, bellissimo domenica al San Paolo ma non per questo appagato. L’errore in questo momento sarebbe quello di dire “siamo i più belli”, che è stra-vero per quello che si è visto sul campo (che squadra ragazzi…), ma conta nulla se al gioco non si associano i risultati. Sarri lo sa, per questo sarà contento solo in caso di impresa nella sfida-bis di Coppa Italia.

Chiudiamo baracca con un’ultima segnalazione. Ieri il patron interista Zhang ha acquistato i diritti tv 2018-2023 della Bundesliga per il mercato cinese. Ha speso 235 milioni di euro, due spicci. È solo una delle tante cose che ha fatto negli ultimi 365 giorni, ovvero da quando sono uscite le prime voci di un suo interessamento alle faccende interiste.

Buona lettura se vi va (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Ciao.

Il 5 aprile di un anno fa giornalisti molto bravi scoprivano che tale Mr. Zhang - cinese, 54 anni, sguardo austero, volendo anche un bell’uomo - era interessato all’Inter. “Come semplice partner di Thohir”, si diceva.

Si presentava come patron della Suning Commerce Group (valore aziendale: 11,7 miliardi di euro. Patrimonio personale: 7,43 miliardi di euro. Posizione nella classifica Forbes: 162° al mondo).

Col crescere delle “voci” aumentava l’eco di quelli che “i cinesi sono il male, occhio ai cinesi, i cinesi fanno fallire tutto, i cinesi puzzano, cacca e pipì”.

Benissimo. Eccoli qui i cinesi “cacca e pipì”, raccontati in maniera disordinata ma assai completa in quello che definiremo “cazzutissimo primo anno italiano di un cinese con le idee abbastanza chiare”.

Sottotitolo: “Zhang non ti assume alla partita di calcetto, meglio se gli mandi il curriculum”.

Ringraziando Claudio Savelli per la sommaria raccolta dati (molte cose ci saranno certamente sfuggite), vi invitiamo a leggere d’un fiato quanto segue, tenendo ben presente l’assunto “i cinesi sono il male, cacca e pipì”.

COSE CHE HA FATTO ZHANG IN MENO DI UN ANNO (IN RIGOROSO ORDINE SPARSO)

1) Ha investito 270 milioni di euro per l’acquisizione del 68,55% dell’Inter.

2) Ha preso in carico 310 milioni di monte debiti.

3) Ha finanziato 180 milioni per restituire il prestito a Thohir (131,6 milioni + interessi).

4) Ha speso 125 milioni per la sue prime due, semi-improvvisate, sessioni di mercato (Candreva 25 milioni; Gabigol 30 milioni; Joao Mario 45 milioni; Gagliardini 25 milioni).

5) Ha aperto il primo store ufficiale Inter-Jiangsu a Nanchino. Lì sono trasmesse le partite dell’Inter giocate in Italia alle 12.30 o alle 15 (il prossimo derby, per dire).

6) Ha lanciato la nuova app “Suning Sports” sull’iTunes cinese per diffondere news ufficiali sull’Inter.

7) Ha ideato e messo in atto la prima presentazione ufficiale di un giocatore diffusa tramite i canali social ufficiali di un club italiano (Gagliardini).

8) Ha scelto di diffondere Inter Channel in Cina attraverso PPTV (tv di proprietà Suning che detiene i diritti per la trasmissione in Cina di Liga e Premier League) e a livello globale con Infront.

9) Ha acquisito i “naming rights” dei centri sportivi Inter “La Pinetina” ad Appiano Gentile e “Interello”, rinominati rispettivamente “Suning Training Centre in memory of Angelo Moratti” e “Suning Training Centre in memory of Giacinto Facchetti”.

10) In contemporanea ha rinnovato e migliorato tutte le strutture di allenamento.

11) Ha sponsorizzato i cosiddetti “kit da allenamento” (sui quali Pirelli non possedeva l’esclusiva) con contratto di quattro anni a 15 milioni di euro a stagione.

12) Ha provveduto al rinnovo pluriennale con i seguenti sponsor ufficiali: Deutsche Bank, Kimbo, Frecciarossa, Cavit, Technogym, Radio Italia e Lete.

13) Ha stretto collaborazioni con sei nuovi sponsor ufficiali: Infiniti (automobili), Prozis (nutrizione), Keylog (servizi di pulizia), Locauto (noleggio auto), Manpower (risorse umane), Expert (vendita al dettaglio di prodotti elettronici).

14) Ha avviato una partnership con Swm Motors. Il modello di auto X7 di Swm Motors è "Official Car di F.C. Internazionale per l’area Greater China".

15) Ha sottoscritto una partnership con “TLC Corporation”, uno dei principali produttori di televisori al mondo: creazione di una linea di prodotti con marchio Inter e collaborazione pubblicitaria.

16) Ha ulteriormente sviluppato il progetto “Inter Academy”: aperti nuovi centri in Argentina (Cordoba), Giappone (Tokyo), Cina (Pechino, Nanchino, Shanghai).

17) Ha stretto un accordo con la Camera di Commercio Italiana per avviare scambi economici e commerciali tra i due paesi e offrire nuove opportunità di business per le imprese, in un quadro di cooperazione con le prime 5 imprese italiane attive nei settori food: cibo, bevande, vino, birra, olio commestibile.

18) Invitato a Verona dai rappresentanti dell'Italian Trade Commission, ha avviato una collaborazione con “Vinitaly”. In contemporanea ha già sviluppato un accordo con le distillerie Gujing per vendere in Cina vini speciali a marchio Inter.

19) Ha chiesto ed ottenuto di disputare l’imminente derby di Milano il sabato alle ore 12.30 (prime-time cinese) per conquistare un pubblico potenziale di 600milioni di spettatori nel mondo (Stracittadina più seguita di sempre).

20) Ha avviato il progetto di ristrutturazione di San Siro, in alternativa è pronto a presentare idee per un nuovo impianto ad uso esclusivo dell’FC Internazionale. E’ in attesa che qualcuno gli dia dei segnali.

Sapete quante parole ha detto Mr. Zhang mentre faceva tutte queste cose? Solo due: “Fozza Inda”.

Per questo motivo l’hanno preso per il culo.

Continuate pure.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: polemiche a raffica, un arrivo e un solo vero pericolo. Milan: la svolta, le ultime sul closing e i segreti di Mr Li. Inter: si sogna un colpo da sceicchi (ma occhio alle bufale)! Napoli sospeso tra Sarri e Higuai

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: polemiche a raffica, un arrivo e un solo vero pericolo. Milan: la svolta, le ultime sul closing e i segreti di Mr Li. Inter: si sogna un colpo da sceicchi (ma occhio alle bufale)! Napoli sospeso tra Sarri e Higuain

In quel tempo c'era la pausa per la Nazionale. E la pausa per la Nazionale portava polemiche sterili e invenzioni di mercato. E tu chiamavi i direttori sportivi e chiedevi "si parla molto di mercato, dimmi tutto!". E loro: "C'è la pausa per la nazionale, siamo in vacanza, vatti a fare un giro anche tu, ti conviene".
E allora l'ho fatto. Ho preso un volo low cost.
Sui voli low cost il volo costa poco per definizione. A volte nulla. "Vieni, te lo regaliamo, siamo buoni". E dovresti farti delle domande, ma non te le fai.
Il problema è il sottotitolo, il non detto: "Benvenuto su questo volo low cost, sappi che proveremo a fotterti dei soldi e se non ci riusciremo ti romperemo il cazzo fino alla morte".
Postulati per voli low cost
1) Non importa quanto grande o ordinata sia la tua valigia, proveranno comunque a farla passare come “bagaglio fuori misura” o “bagaglio di troppo” (“Lei ha due bagagli a mano, deve pagare”. “Ma quello che tengo nella mano destra è mio figlio Mario, 4 anni”. “Quattro anni? Peserà almeno 20 kg, qui scatta il supplemento”).
2) Non importa quanto sonno tu abbia, “loro” riusciranno a tenerti sveglio (“prova i nuovi gratta e vinci in volo! Non vinci un cazzo ma provali! Prova il toast in volo! Costa 15 euro ma ti regaliamo anche un gratta e vinci! Compra i nostri profumi, etti di salame, armi, reni, stecche di sigarette in volo! Compra qualcosa maledetto!”).
3) Non importa quale tratta tu stia percorrendo, l’assistente di volo penserà comunque di essere il nuovo Fiorello (“Ciao amici! Un applauso al comandante che ha appena superato l’esame dall’oculista ahahahahahha!”. Nessuno ride. “Non ridete? E allora faccio partire il nastro del gratta e vinci”. E lo fa partire davvero).
4) Non importa quale posto ti abbiano assegnato, in quella zona si congelerà (“Mi scusi, qui fa molto freddo, si può fare qualcosa?”. “Sì, le posso portare un plaid, lo vuole?”. “Grazie, che gentile!”. “Fanno sette euro”. “Ma, come… Allora no…”. “Ci metto sopra anche un gratta e vinci in volo. È chiaramente un affare”. “No grazie, non insista”. “Benissimo, le serve un rene?”).
5) Non importa che atterraggio di merda abbia concluso il comandante, ci sarà sempre un minchione pronto a far partire l'agghiacciante "applauso al comandante". Forse perché è gratis.

E comunque, nonostante tutto, grazie voli low cost: senza di voi il mondo sarebbe più grande.

QUI MILAN

Ben ritrovati. Siamo alla millesima puntata della novella closing. Nell’altalena degli umori (“oggi fa tutto schifo”, “oggi è tutto bello”) siamo giunti a un svolta (magari fino alla prossima, per carità, ma di svolta si tratta).
In attesa del 14 aprile (data fissata per chiudere la questione) vi riporto quello che ho scoperto e sono riuscito a capire, per quel che può valere.
Yonghong Li non è un minchione. Magari non ha i soldi di Berlusconi o quelli di Trump, ma neppure cena a scatolette. E voi direte: “E sticazzi?”. Risposta legittima.
La premesse aveva un senso per rispondere a quelli che “oddio, in che mani rischia di finire il Diavolo!”. Nelle mani di un affarista, magari anche spregiudicato (non disdegna affatto la Borsa), ma non certo in quelle di un “truffatore a prescindere”.
Brevissimo ritratto del broker cinese, se mai ve ne fregasse qualcosa (fonte Tobia De Stefano - Libero): Li è il principale azionista del Guizhou Fuquan Group, molto forte nel business minerario. Ha una partecipazione del 20% nella più grande azienda di produzione di bottiglie di plastica del Paese (i principali clienti sono la Pepsi e la Coca Cola) e ha grossi interessi nell’immobiliare: tra le altre cose, è tra i proprietari di uno dei maggiori centri commerciali di Guangzhou (la città più ricca della Cina meridionale). Patrimonio stimabile: circa 700 milioni di dollari.
E voi direte: “Che ci fai con 700 milioni se solo il Milan ne costa di più”? Obiezione accolta.
Yonghong Li, semplicemente, tenta di fare un affare, la qual cosa non significa per forza “è un disperato” né “il Milan è nella merda” per tutta una serie di motivi che vi riporto così come mi sono stati spiegati.
A) Effettivamente il piano A (soldi provenienti da una tonnellata di investitori cinesi) è andato a puttane. La causa – provata e raccontata da persone molto più autorevoli di me – dipende dal "protezionismo" del governo cinese che a fine 2016 ha bloccato l’esportazione di capitali e bla bla bla. Cose che ormai sapete a memoria.
B) Nonostante questo e quel problema, il 3 di marzo “i cinesi” erano arrivati a raccogliere buona parte del grano, eccezion fatta per il “fettone” da 180 milioni, promesso da uno dei finanziatori poi clamorosamente “evaporati”.
C) Con il rischio concreto che tutto saltasse (corpose caparre comprese), Marco Fassone è “sceso in campo” direttamente per stringere contatti con i fondi Elliott e Blue Skye. L’ad in pectore deve avere avuto argomenti convincenti se è vero come è vero che spendendo il nome dello stesso Li è riuscito a farsi erogare un prestito da 300 milioni (180 per chiudere il closing, il resto in vista della gestione della stagione sportiva 2017-18).

Il punto C) deve far gridare di gioia i tifosi del Diavolo? No, ci mancherebbe, ma neanche buttarli nello sconforto per tutta un’altra serie di motivi.

D) Il prestito erogato dal fondo hedge Elliott e dalla società di investimento specializzata nelle ristrutturazioni aziendali Blue Skye comporta effettivamente interessi che oscillano tra il 7 e l’11,5%, ma questo non significa “oddio è la fine”, semmai che nella peggiore delle ipotesi il Milan diventerà proprietà del fondo stesso, un po’ come accadde alla Roma con Unicredit.
E) I 120 milioni che tendenzialmente dovrebbero servire per gestire la prossima stagione non sono molti, ma neppure così pochi. Con una liquidità – spariamo a caso – di circa 60 milioni si possono ipotizzare acquisti di discreto livello. Se, per dire, compro Musacchio a 25 e dilaziono il pagamento in tre anni, verso meno di 10 milioni per il bilancio in corso e me ne restano più di 50. Morale: difficile ipotizzare acquisti alla Messi e Ronaldo, più logico aspettarsi una gestione oculata e – lo sperano i diretti interessati – il più possibile "virtuosa" (primo appuntamento il rinnovo di Donnarumma, mentre De Sciglio è con un piede e mezzo alla Juve. Tra i papabili in entrata, invece, c’è Kolasinac dello Schalke).
F) La leggenda metropolitana del “sono soldi di Silvio che rientrano” forse inizierà a perdere qualche sostenitore. Tutto si può dire ma non che questa operazione (difficile, se vogliamo persino strampalata) non esista. A meno che non si ritengano gli americani di Elliott (per citare solo una delle serissime parti coinvolte) complici di una mega-truffona internazionale. Su, per cortesia…

Chi scrive capisce perfettamente che questo non è quello che un tifoso del Milan vorrebbe sentirsi dire (“compreremo tutti! Vinceremo subito ogni cosa!”), ma un quadro molto più “realistico” e con un obiettivo molto ben evidente.
Mr Li, con tutti i doverosi distinguo, è un altro Thohir. Così come l’indonesiano dell’Inter ha navigato in acque tempestose e traghettato i nerazzurri nel porto Suning, l’uomo di Hong Kong proverà: 1) a coinvolgere nuovi soci cinesi (se, come pensano i più, il governo di Pechino nel prossimo futuro allenterà le restrizioni). 2) Tenterà la quotazione in Borsa. 3) Cercherà nuovi partner confidando nello sviluppo del calcio in oriente.

È tutto questo elettrizzante? No, non lo è, ma comunque è “qualcosa”. E “qualcosa” – pur con tutti i rischi del caso – è molto più di “andiamo avanti così che tanto a galla si resta” perché è vero, “a galla si resta”, ma prima o poi viene la fastidiosissima pelle cotta.

QUI JUVE

Abbiamo passato una settimana carica di veleno. Strano. Si è parlato di Barzagli che a luglio era un eroe e ora l’ultimo dei furbetti; di Agnelli che ha incontrato, anzi no, anzi sì “ma non da solo” questo e quel capo curva; di Allegri che se ne va, anzi resta, anzi va ma solo se perde col Barcellona; di Dybala che rinnova, anzi no, anzi sì, ma solo per essere venduto meglio ecc ecc…
Poche idee e molto confuse.
Al momento abbiamo solo qualche convinzione (o quasi, non si sa mai) che buttiamo là in ordine sparso:
1) Sul mercato i bianconeri sono vicinissimi a De Sciglio. Lo so, si dice da una vita, ma questa volta pare cosa fatta.
2) Agnelli è stato “leggero”, ma il problema non è suo, semmai di tutti. L’unico tra i patron che non si è comportato come il presidente della Juve (o comunque uno dei pochi) si chiama Claudio Lotito, per tutta risposta gli hanno dovuto assegnare la scorta. Questo non giustifica il “peccato di ingenuità” del presidente bianconero, ma neppure la gogna pubblica.
3) Su Allegri salgono le possibilità che possa restare al suo posto anche la prossima stagione. Ovvio, dipenderà da come andranno le cose sul campo da qui a fine stagione, ma il dato di fatto è che difficilmente tecnico e società, separandosi, avranno certezze di andare a star meglio.
4) E Dybala? Sono ancora tanti i punti interrogativi su quel che accadrà. Resta probabile l’adeguamento del contratto, ma è inutile nascondere l’insistenza spagnola e in particolare quella di Florentino Perez (si parla di un incontro avvenuto in un ristorante di Alba prima di Napoli-Real). Il rischio è quello che in società possano decidere di cambiare strategia: sì al rinnovo per poi trattare comunque la cessione a cifre ancora più allettanti. Le alternative? Bernardeschi, nonostante il “problema” Fiorentina, resta un obiettivo concreto.

QUI INTER

Nelle ultime due settimane al nome “Inter” sono stati associati i seguenti calciatori: Mertens, Verratti, Sanchez, Ricardo Rodriguez, Muriel, Strootman, Manolas, De Vrij, James Rodriguez, Di Maria, Berardi, Bernardeschi, Schick, Samir, Lamela, fino a Conte, Simeone e a tutti i loro parenti.
In uscita: forse Perisic, forse Brozovic, forse Kondogbia, tutta la difesa, tutti i terzini, praticamente chiunque tranne Icardi e Gagliardini, ma solo perché è appena arrivato.
Se tutto questo accadesse l’Inter non avrebbe non i soldi, bensì il tempo materiale per depositare i contratti.
Cose concrete? Ci sono stati sondaggi e chiacchiere per Sanchez, De Vrij, Manolas, Muriel e Schick. Ma si tratta di “chiacchiere e sondaggi”. Perisic e Brozovic andranno via? Se mai accadrà – il primo assai difficilmente – sarà per prendere sostituti di livello superiore. E Verratti? Ecco, questo è un sogno difficilmente realizzabile non tanto per le volontà di Zhang, ma per quelle dello sceicco del Psg e dell’Uefa (il fair play finanziario a giugno sarà meno pressante, ma non scomparirà per magia a meno che non si ridiscuta il “contratto”).
Trattasi di brutte notizie? No, semmai di “non notizie”. L’Inter si sta muovendo per migliorare l’attuale rosa, per farlo meglio ragionare ed evitare di andar dietro al bulimico “prendiamoli tutti”.

QUI NAPOLI

Si avvicina il doppio confronto con la Juve, anticipato dall’assegnazione della Panchina d’Oro al buon Sarri. Diciamolo: premio meritatissimo. Il tecnico del Napoli deve e può ancora migliorare in certe cose (la gestione di una stagione “europea” e quella di una rosa “allargata") ma è indiscutibile che nell’ultimo anno e mezzo abbia “apparecchiato” il calcio più bello, moderno, veloce. Onore a lui e a una squadra non perfetta, ma capace di annoiare praticamente mai.
Il resto è… Higuain, il suo ritorno in città. Al San Paolo lo “accoglieranno” in 50mila, probabilmente anche di più. Arriveranno i fischi, le pernacchie, gli sfottò. Molti, invece, semplicemente ignoreranno colui che c’era e ora non c’è più. Il modo forse più “rumoroso” per far sentire l’amarezza, probabilmente anche quello più intelligente.

Vi lascio con una considerazione personale, certamente inutile ma legata a quello che sta accadendo a livello social. Che poi, anche “chissenefrega”, ma la sensazione è che ormai il mondo virtuale sia diventato il nuovo Colosseo. Alla prossima (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Signori, sono tutti stronzi. Non so se ve ne siete accorti, ma nell’era social ormai è così.

Barzagli si fa l’impepata al ristopizza e poi va al Peter Pan? È stronzo. Gli juventini che lo difendono? Stronzi pure loro. Gli anti-juventini che lo attaccano? Mega stronzi.
Io quasi-quasi ci faccio un tweet.

Sono stronzi quelli della federazione che dicono “motivi personali”, il presidente federale è stronzo per definizione e il ct puoi star certo che è uno stronzone perché avalla e tace.
Io una cinguettata a sfregio contro Ventura la faccio, checcazzo. Ventura Gian Piero? Certo, ma pure Simona. Stronza.

Sono stronzi quelli dell’Antimafia, quelli della mafia, i pm che combattono e quelli che chiudono un occhio. Sono stronzi quelli che vendono i biglietti agli ultrà, i curvaioli, gli ipocriti che non si accorgono che “lo fanno tutti”, i moralizzatori che si indignano perché “dove stiamo finendo” ma poi a casa picchiano la moglie se la pasta è scotta.
Sono stronzi i giornali che ne parlano perché “sono di parte”, quelli che non ne parlano perché “sono di parte”, i peggiori poi sono quelli che ne parlano ma solo nelle pagine interne, quelli sono proprio i più stronzi. E allora io ci faccio un tweet: “Nessuno ne parla!”. E tu: “Io veramente ne ho parlato”. E gli altri: “Stronzo! Fatti i cazzi tuoi!”.
Sono stronzi gli allenatori che hanno fatto vincere la Panchina d’Oro a Sarri e non ad Allegri, quindi è stronzo Sarri, ma anche Allegri che si è fatto battere da Sarri. E Di Francesco che è arrivato terzo? È il più stronzo. Quasi-quasi lo scrivo su Facebook: “Di Francesco fallito, Giampaolo suo marito!”.

Sono stronzi quelli che la domenica scendono in strada per accogliere il Papa a Milano, ma quelli che restano a casa per fare gli snob lo sono anche di più. Sono stronzi tutti, soprattutto quelli che si fanno il selfie col Pontefice e lo mettono su Instagram. Sì, quelli sono i peggiori: ora pubblico un foto-editoriale su Instagram per dirlo a tutti.

Sono stronzi quelli che fanno la battuta sull’ora legale, quelli che non la fanno, è stronzo Raz Degan, “cazzo dici, è più stronza la De Grenet”, è stronzo Iannone che cade perché sta con Belen, è stronza Belen, è stronzo Nesli perché non si è mai visto un rapper a Masterchef, è stronzo chi appare, chi non appare, chi crede al closing del Milan, chi non crede al closing del Milan, è stronzo Donnarumma che bacia la maglia, è stronzo Donnarumma che firma il gagliardetto, è stronzo chi mette, chi omette, chi esagera con l’omelette. È stronzo chi guarda Montalbano, chi guarda Amici di Maria De Filippi, chi guarda Ballando con le Stelle, ma i più stronzi sono quelli che non guardano perché si sentono migliori degli altri e invece sono stronzi.

E allora butto là un tweet indemoniato, posto una cattiveria, ti sputtano, mi vendico, sputo veleno, ti odio, vai a fare in culo, magari pure con l’hashtag: #vaiafareinculo. Che se per caso l’hashtag “prende” ti faccio fare la figura dello stronzo e se invece non “prende” chissenefrega, stronzo te e chi non te lo dice.

I social sono la nuova “dinamite di Alfred Nobel”: era nata con le migliori intenzioni, è diventata arma di distruzione (di maroni) di massa.