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Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: attenti alle sorprese, anche pericolose! Milan: ecco i soldi per il Gallo. Inter: 3 novità e altrettante "pillole di fiducia". Napoli: la giusta scelta (ma c'è un pericoloso neo...)

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: attenti alle sorprese, anche pericolose! Milan: ecco i soldi per il Gallo. Inter: 3 novità e altrettante "pillole di fiducia". Napoli: la giusta scelta (ma c'è un pericoloso neo...)

Ciao. Questo dovrebbe essere il 450esimo editoriale da me scritto su Tmw. Ho fatto dei calcoli di massima.

Iniziai nel 2008, avevo ancora i capelli, ho saltato quasi mai. Anzi no, una volta fui costretto alla resa a causa di un attacco di acetone perforante. Scaliamo pure a 449.

Riflettevo su una cosa: ma quante puttanate avrò mai scritto? Tantissime, un’infinità. E dove vanno a finire tutte queste parole inutili? Esisterà una grande fogna virtuale che le raccoglie tutte? Son domande.

Comunque non è vero che avevo i capelli. E anche la storia dell’acetone è una balla, avevo judo.

E non è vero neppure che sono arrivato a 450. Ho tirato a indovinare.

Sono preso da attacco di nichilismo. Ma non so cosa voglia dire.

Ciao.

EDITORIALE

Ho paura.

Di Twitter.

Cioè, ve lo giuro. Ho paura. Forse capita anche a voi, forse invece ve ne fregate, ma io ho paura.

Sarà che su Twitter non puoi fare le modifiche e quindi se sbagli a pubblicare sono cazzi acidi. Sarà che un tempo codesto social pareva un salotto virtuale assai carino, di quelli dove leggi le notizie in anteprima e dici la tua. Ma oggi no: soprattutto durante il calciomercato è diventato l’inferno. Piovono i vaffanculo, gli insulti, le minacce. Tutti attendono “l’inciampo altrui” per dirgli “coglione!”, per fargli notare che ha fatto una figura di merda.

“Hai fatto una figura di merda, lo sai coglione?”.

“Molto gentile messere, me lo segno”.

Il problema comunque non è Twitter, è il mercato.

Se scrivi una notizia “positiva”, puoi stare sereno. “Inter, c’è uno spiraglio per Di Maria!”. Fa niente se è vero oppure no, molti apprezzeranno (“Grande!!!”, “Il Toppleier!!!”, “#minchiadimaria”, “metto il cuoricino fratello!”).

I problemi arrivano quando la verità combacia con una notizia sgradita. “Pare che non ci sia la possibilità di arrivare a James Rodriguez perché guadagna 231232 fantastilioni”. Lì sei fottuto: “Stronzo!”, “Menagramo!”, “#figliodimaiala”, “Bustacchi di bombatomicadimercato.it dice che si fa. Sfigato”.

Il mercato è diventato più importante del calcio: questa cosa è angosciante. Cioè, alle masse interessa solo “comprare”: un terzino, un tornante, il nipote di un portiere d’albergo, chiunque. L’importante è che si compri.

“L’Inter ha preso Tabuzzi! Ha speso anche dei milioni!”.

“Quanti?”.

“35”.

“Allora è buono! Dai cazzo!”.

Oppure:

“Il Milan ha preso Budoni!”.

“E chi è?”.

“Un portiere. Farà il quinto”.

“Cazzo! Compriamo tutto! Bene!”.

Una bestiale bulimia che acceca e distoglie l’attenzione sulle cose che dovrebbero contare di più. Nessuno si chiede: “Come schiererà i suoi Montella con tutto sto popò di giocatori?” o “Spalletti dove farà giocare Joao Mario? E Eder?”. Frega una ceppa, perché ormai il calcio giocato è quella cosa fastidiosa tra una sessione di mercato e l’altra.

Possiamo noi combattere contro cotanta voglia altrui di “compravendita”? Assolutamente no, non sappiamo niente di niente, siamo bravi a predicare e stop. Ma al posto nostro lo farà quel secchione di Claudio Savelli (@pensavopiovesse) in calce a questo pezzo.

Savelli ne sa, doveva fare il tecnico pallonaro, invece ha scelto di fare il giornalista. Savelli a volte parla con De Zerbi. Gli rompe le balle. Lo ama proprio, dice che è il più bravo di tutti. Credo sia vero.

QUI MILAN

Eccoci. Mentre sto scrivendo, il Milan non ha ancora comprato nessuno. Ma terminerò tra dieci minuti, quindi “non è detto”.

Questa battuta non fa ridere nessuno, ma ha un suo senso.

Se un paio di mesi fa Fassone avesse detto: “Riflettiamo su uno tra Aubameyang, Belotti e Morata” sarebbe partita una colossale pernacchia virtuale. Oggi non vola una mosca. Chiamiamolo “effetto-Bonucci”, ovvero l’acquisto più incredibile (almeno quanto a modalità) da tanto tempo a questa parte.

Quello che sta accadendo va oltre ogni genere di previsione, ma non è né più né meno rispetto a quello che i dirigenti rossoneri hanno sempre raccontato nei tempi difficili del pre-closing.

Stanno semplicemente mantenendo una promessa e, anzi, sono riusciti ad andare oltre.

Molti si chiedono: come farà il Milan a prendere anche l’attaccante? Ce lo siamo chiesti anche noi e abbiamo fatto qualche telefonata.

Il prestito “salva-closing” di Elliott è servito a impostare il mercato e a mettere a posto la situazione con Fininvest e le banche. Cose risapute. La stessa Elliott - che ha “diritto di controllo” su spese e investimenti - pare che di recente abbia dato l’ok ai dirigenti del Diavolo per reperire e immettere sul mercato altri 50 milioni di euro, ovvero la somma necessaria per arrivare all’attaccante (alla quale si possono sommare i quattrini incassati dalle cessioni).

Settimana scorsa vi raccontavamo del tentativo che il Milan avrebbe portato entro fine mese per arrivare a Belotti. Ebbene, manteniamo il punto. Fassone e Mirabelli prendono tempo e sono fiduciosi di poter arrivare a un accordo con Cairo sulla base di 60 milioni più contropartite (Niang, Paletta). Morata è un’alternativa assai costosa, Kalinic quella più credibile. La certezza è che il Diavolo al momento non ha fretta.

E il resto? Ci limitiamo a un pensierino finale.

Questa è un’Ansa del 3 novembre 2013:

“Barbara Berlusconi ha chiesto al presidente Silvio Berlusconi un deciso cambio di rotta nella gestione della società. I motivi sarebbero stati individuati nella mancata programmazione, nell’assenza di osservatori che trovino i migliori talenti prima che diventino top player e in una campagna acquisti e cessioni estiva sbagliata e che non ha tenuto conto delle indicazioni della proprietà convinta che negli ultimi mercati il Milan abbia speso molto e male”.

La conseguenza di codesta velina furono la nascita dell’ibrido dirigenziale a “due-teste” con successivi 3 anni e mezzo persi a far la guerra non agli avversari sui campi da gioco, ma negli uffici.

Le parole di Mirabelli di ieri (“i giocatori bisogna conoscerli”) e i fatti a cui stiamo assistendo, dicono che la Berlusconi avrà commesso errori a sua volta, ma aveva ragione da vendere.

QUI INTER

Prima le cose importanti, ovvero la "ciccia" di mercato.
La trattativa per Dalbert è virtualmente chiusa per 20 milioni, si sta lavorando con il Nizza per formalizzarla nei prossimi giorni anziché ad agosto come richiesto dai francesi (che vorrebbe il terzino per il terzo turno preliminare di Champions). Per Keita Balde si lavora con la Lazio sulla base di 22 milioni più 3 di bonus, ma Lotito proverà nei prossimi giorni ad offrire per l'ultima volta il rinnovo di contratto al giocatore: i nerazzurri sono assai fiduciosi. L'ultima idea riguarda Vecino: piace a Spalletti e la dirigenza nerazzurra sta addirittura pensando di pagare la clausola rescissoria da 24 milioni (in due rate) per prelevarlo dalla Fiorentina.
Nella serata di ieri, infine, è andato in scena un incontro tra Spalletti, Ausilio e Sabatini: il tecnico avrebbe fatto il punto sulla situazione prima della partenza per la tournée in Cina.

Fine del minestrone. Il resto è semplicemente un punto di vista: una breve considerazione vecchia di qualche giorno che, forse, puo aiutare a digerire i giorni difficili “dell’attesa”.

Veloce memorandum dedicato a chi “fa tutto schifo”.
Dire che Zhang “non vuole fare” è una cazzata bestiale, Zhang al limite “non può fare” quel che gli pare.
1) L’accordo con l’Uefa impone la chiusura del bilancio a ZERO anche nel 2018.
2) Questo NON SIGNIFICA che non si possa fare mercato, si farà e sarà “ricco”, ma con tutte le cautele del caso (un occhio agli ingaggi spropositati, alle cessioni ecc ecc).
3) L’Inter NON HA bisogno di comprare 10 giocatori. Questo non è il mio minchionesco pensiero, ma quello di Spalletti, che in accordo con il club pretende pochi innesti purché, OVVIAMENTE, siano di qualità.
4) Il Milan fa quel che gli pare e compra a raffica perché: A) Dispone di capitali. B) NON è ancora sotto il controllo dell’Uefa (ad ottobre 2017 discuterà la situazione, ad aprile 2018 chiuderà il suo accordo). C) Ha (aveva) necessità di ricostruire la sua rosa PROFONDAMENTE e con rapidità.
Fine.
Gli entusiasmi e le depressioni di luglio lasciano il tempo che trovano, lo dice la storia.
E comunque siate positivi anche solo per un motivo: “essere negativi” nella gran parte dei casi della vita non serve a un cazzo.

QUI JUVE

Al di là dei retroscena e dei discorsi economici, la Juve cedendo Bonucci ha lanciato un segnale importante soprattutto a se stessa e ai suoi giocatori. Ha sottolineato che nessun bianconero conta di più della società. Che i giocatori passano, pure i dirigenti, ma la Juve rimane. Che chi non vuole più essere parte di questa squadra è libero di andare e che esiste sempre un modo per sostituirlo. Che ogni estate è stato lasciato un promemoria - via Pirlo e Tevez, via Vidal, via Pogba, via Bonucci - e che noi ogni volta abbiamo disquisito se la Juve fosse migliorata o meno. Poi il campionato iniziava e finiva con la Signora in vetta. Ha infine dimostrato che nonostante uno spogliatoio con qualche crepa aperta almeno dallo scorso febbraio (quando Bonucci litigò con Allegri), è riuscita a vincere due titoli, perdendo il terzo in finale. Evidentemente, oltre alla qualità dei giocatori, va sottolineata quella di chi gestisce il club ogni giorno e non solo durante il mercato (Agnelli, Marotta, Paratici, Nedved). A tal proposito, prima di avere dubbi sulla bontà degli affari di giornata – Szczesny e, in particolare, De Sciglio, per 12 milioni ciascuno - e quelli in dirittura d'arrivo – Bernardeschi - bisogna quantomeno concedere il beneficio del dubbio.

Poi, certo, c'è chi suona l'allarme: se il Barcellona dovesse perdere Neymar (il Psg vuole pagare la clausola da 222 milioni!) potrebbe tentare di "consolarsi" con Dybala. Paura? Beh, di sicuro l'argentino la clausola non ce l'ha...

QUI NAPOLI

È tutto molto veloce, ultimamente, quando si parla di Napoli. C’è chi dice “che cazzo di mercato fa il Napoli, che roba è?”. Personalmente credo sia un piccolo capolavoro.

È vero che c'è da risolvere ancora il problema Reina (occhio al City...), ma per il resto tutto sembra ben cristallizzato.

Se il mercato rossonero regala legittimi “picchi di godimento” ai suoi tifosi, l’”anti-mercato” partenopeo è un semi-inedito da analizzare con attenzione. Stessi giocatori, maggiore consapevolezza e conoscenza reciproca: a volte per vincere non serve comprare e vendere, basta guardarsi negli occhi e dire “tutti d’accordo?”.

Come promesso vi lascio allo sproloquio di Savelli. Parla di allenatori. Trattasi di cose che non c’entrano una beatissima con il mercato e sono solo “calcio”.

Buttate tre minuti, io dico che ne vale la pena (@FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

In questi giorni dovremmo pensare agli allenatori, i dirimpettai del mercato. Loro, avvolti nel cono d'ombra proiettato dalla giostra quotidiana delle trattative, pensano a come si possano mettere insieme tutti questi nuovi giocatori, richiesti o meno, graditi e non, forti o scarsi. I mister, dislocati tra le montagne o in Oriente, impegnati a incastrare allenamenti tra le esigenze economiche dei club, sono la bilancia del mercato, che non conta nulla senza qualcuno che ne governi poi i frutti con logica. La stagione del calcio è già iniziata, per loro, sui campi, a razionalizzare la nube di giocatori in arrivo sì, o forse no.

E dunque, se pensiamo all'Inter, ad esempio, pensiamo soprattutto a Luciano Spalletti. Al suo sforzo sincero di guadagnarsi la fiducia dei tifosi e nel frattempo di trasmettere loro la sua professionalità. Spalletti si espone, spiega, rassicura gli interisti ma nel frattempo insinua il dubbio che il mercato possa deluderli, ed è, questa incongruenza, la sua chiave. Luciano sta trasformando le eventuali difficoltà dell'Inter sul mercato nel principale motivo di simbiosi tra lui e l'ambiente. Lo fa perché ha studiato l'Inter e ha capito di dover evadere dalla dimensione dell'allenatore: qui, chi ha avuto successo è stato il pioniere di una rivoluzione faticosa nata dalle difficoltà, delle sconfitte, delle delusioni. Ben venga il mercato con i grandi giocatori, deve aver pensato (e preteso) Luciano, ma qualora non dovessero arrivare è bene trasformarlo subito in una premessa “utile” all'avventura, anziché dannosa.

Se pensiamo alla Juve, invece, pensiamo a Massimiliano Allegri. Che si è guadagnato finalmente la Juventus, una sorta di privilegio ultimo che ha raggiunto con il rinnovo del contratto. Per tre anni l'ha allenata, ma era come se fosse in debito con chi lo aveva scelto consegnandogli una squadra già vincente, che lo avrebbe in maniera fin troppo scontata portato al trionfo. Dopo tre scudetti, tre Coppa Italia e due finali di Champions si è infine invertita la gerarchia: se prima era Allegri ad aver bisogno della Juve è ora la Juve stessa ad aver bisogno di Max. Per questo allenatore, entrato in punta di piedi nel mondo bianconero quasi fosse un intruso, è una grande vittoria. La più grande. Ora è però chiamato alla sfida più difficile, cioè quella di diventare un allenatore a lunga scadenza, non è banale pensare di poter essere il perno della Juve. È, per Allegri, una sfida affascinante e difficilissima, ma siccome è un romantico di natura, ne godrà e ne uscirà rafforzato, comunque vada.

Se pensiamo al Milan, pensiamo a Vincenzo Montella. A colui che ha saputo aspettare. Che ha sacrificato per una stagione intera la sua deliziosa idea di calcio perché i giocatori a sua disposizione non ne erano all'altezza. È stato saggio, Vincenzo, e grazie al suo atto di umiltà ora può godere dell'arrivo di tanti, ottimi calciatori. Chissà se qualche mese fa si aspettava un mercato di questa portata. Il suo segreto è stato cogliere il periodo di transizione societaria del Milan come un'occasione per completare se stesso, dovendo costruire una squadra “necessaria” ha approfondito aspetti che prima solo lo sfioravano (la fase difensiva). E si è in una certa misura compiuto, arrivando ad essere un allenatore pronto per stabilirsi ai massimi livelli a soli 43 anni. La sua grande sfida è questo Milan tutto nuovo, da assemblare in fretta e rendere all'altezza dell'ambizione di chi lo sta costruendo.

Il Napoli, invece, è aggrappato a Sarri. Ne dipende, ma ha scelto volutamente questa condizione. Le ambizioni da scudetto di questa squadra sono giustificate da un mercato introverso, geloso, che ha blindato i migliori giocatori e, di conseguenza, li ha legati in un destino comune. Si è così saldato il legame tra la squadra e i suoi tifosi e tra i tifosi e l'allenatore. Perché mantenere in rosa tutti i calciatori, preferendo loro a potenziali volti nuovi, significa soprattutto affidarsi pienamente a Sarri e al suo lavoro. Vuol dire credere ciecamente che l'ultimo passo verso lo scudetto va compiuto tramite la fatica quotidiana di questo allenatore. È un segnale meraviglioso, quello lanciato da De Laurentiis: si sta valorizzando fino all'estremo la maestria artigiana di Sarri. Dovrà quindi essere quest'ultimo il top-player del Napoli.

Quindi la Roma, quindi Eusebio Di Francesco. Attorno a lui si percepisce un fastidioso alone di solidarietà penosa, “povero Di Francesco arrivato nella Roma quando cedono i grandi giocatori”, come se il mister fosse la vittima scelta dalla società carnefice, l'allenatore promosso dalla provincia che non avrebbe osato contraddire le manovre del club. Invece Eusebio, fino a prova contraria, rappresenta una scelta logica perché porta competenza e ambizione al servizio di un gruppo rinnovato. Ha una voglia di vincere pari a quella della Roma, è un treno che viaggia alla stessa velocità. C'è quindi aderenza ad un progetto di ripartenza. Di Francesco è in sostanza l'uomo migliore per iniziare un viaggio nuovo e complesso, dove è necessario potersi fidare di qualcuno.

E infine bisognerebbe pensare a Stefano Pioli e a Simone Inzaghi, chiamati a gestire gli umori ruvidi di Fiorentina e Lazio. Banalmente, dovranno essere rapidi e astuti, per dare logica a due progetti ancora incomprensibili, consapevoli, loro, di essere i simboli tra gli allenatori nell'ombra del mercato. Un meraviglioso lavoro infernale ben retribuito

 

 

Editoriale di Fabrizio Biasin, Donnarumma sposa il Milan (ma c'è poco da festeggiare). L'Inter non ha fretta, ma 3 colpi sono concreti (non Di Maria). La Juve si scatena! E lo scudetto del Napoli non è «una cagata pazzesca»

Ciao. Siccome è morto Paolo Villaggio io, oggi, non me la sento tanto.

“Eh, ma la professionalità?”. Avete ragione, sono una merdaccia.

Vedete, so che molti di voi sono parecchio giovani e di Fantozzi hanno solo sentito parlare, so che i film ormai sono materiale archeologico, so che ognuno c’ha i miti suoi e non è che deve stare lì a sbandierarli, ma io il mio l’ho perso ieri e, quindi, portate pazienza.

Ora, prima di dedicarci all’importante calciomercato (non voglio rovinare il 4 luglio a nessuno, ma mi tocca farvi notare che non accade quasi una mazza, anche se vogliono farci credere il contrario), voglio rivolgermi a coloro che hanno la fortuna di non aver mai visto lo straccio di un “Fantozzi”.

Siete fortunati, perché potete vederli per la prima volta. Fidatevi, sono capolavori, almeno i primi 5 (Rocky, per dire, al 4 aveva già ampiamente rotto i santissimi). Qui non si vuole spoilerare nulla, ma di seguito vi regaliamo tutta una serie di immagini che valgono più di qualunque analisi sociominchiologica e spiegano perché, davvero, “ne vale la pena” (chi ha visto, sa).

Pomodorini (“Fuori, freddi. Dentro, palla di fuoco a 18 mila gradi!”), Zizì e l’Ippopotamo, «vi sveglio io mezz’ora prima di Ortisei!», la cagnetta Titina e la tenda rossa, la contessina Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, la polentata, «cazzi quella gomena!», il mezzo marinaio, «ah! Tiro al piattello!», Ristorante «Al Curvone», italpetrolcemetermotessilfarmometalchimica, «cosa credevi, che sarei andato a puttane?», il consiglio dei dieci assenti, il rutto libero, l’accento svedese, Giovannona Coscialunga, «ogni giorno all’entrata e all’uscita lui dice a sua moglie vecchia stronza e...» «Puttana!», triplo filotto reale ritornato con pallino, «prendo la vecchia!» (uacciuaru), «batti lei», proibizioni di madri, «c’è qui Franco che dice che ci porta in un posto che conosce solo lui ahahaha!», cultura spicciola, «A Pinerolo!», capocordata Calboni («Scussssate»), Cecco il panettiere, Loris Batacchi «capoufficio pacchi», la triglia, «...e ora, direttamente dal lago di Tiberiade...», «cameriere, com’è l’acqua?» «Ma quale acqua...», nove taxi («una media di due e un quarto a persona»), «A ui ue la fortuna viene a me, ui ue ua, la fortuna non va là», «27, il numero dei miei anni», sorteggione in sala mensa, «ma lei è una iena!», vedova Ricci, «Filini stia più attento, chemmale», «L’anno scorso vinsero gli ammogliati per 3 infarti a 2 annegati», il Maestro Canello e «l’ora illegale», «e comunque a tutti loro i miei più servili auguri per un distinto Natale e uno spettabile anno nuovo».

Potrei andare avanti per chilometri, ma so che vi siete già rotti le balle. In ogni caso, se anche di tutte queste cose non vi frega nulla e temete solo che prima o poi toccherà crepare anche a voi, beh, allora ricordatevi sempre che la cosa più difficile in natura non è affatto la morte: è il tordo.

QUI INTER

Sarò rapidissimo.

Come spesso ripeto, quando mi metto a cazzeggiare o a parlare di filosofia legata al calcio (“l’Inter per migliorare deve fare così, anzi no deve fare cosà e bla bla bla”, significa che non ho notizie e posso solo pontificare. Oggi non svelerò il Terzo Segreto di Fatima, ma ho raccolto indicazioni sullo stato attuale delle cose e ve le riporto per come mi sono state raccontate.

L’Inter in questo momento non ha fretta, né tantomeno angoscia: ha messo a posto le cose con l’Uefa ma questo non significa che abbia necessità di accelerare sul fronte “prendiamoli tutti!”. Su Di Maria siamo nel campo delle favole, stessa cosa per Vidal. Restano concrete le piste Borja Valero, Nainggolan e Dalbert, ma nulla è imminente (al momento si spinge soprattutto sul brasiliano). Spalletti in particolare non vede l’ora di poter iniziare il suo lavoro per poter valutare uno a uno i giocatori che l’anno scorso hanno clamorosamente fallito. Per molti questa è una rosa mediocre (gli stessi l’anno scorso la definivano “da primi tre posti”), lui è convinto che basteranno pochi (ma ben assestati) acquisti per creare finalmente una squadra.

Niente fretta, niente “spettacolarizzazione”, che non significa “non vogliamo fare come altri che mettono tutto in piazza”, semmai “dopo quello che è successo nell’ultimo anno meglio scegliere la via del silenzio”. E direi che non è un’idea sbagliata.

QUI MILAN

Eccoci qui. Il Milan e Donnarumma hanno trovato l’intesa (e diciamo Donnarumma perché siamo dei signori). Il portiere secondo i beninformati guadagnerà 6 milioni nei prossimi 5 anni, che fanno 30 a lui e 60 per il Diavolo (il lordo pesa assai).

Punto numero 1) Questa notizia non è mia, ci tengo a dirlo. Bravi i colleghi che ci sono arrivati ma a me alle 23.15 era giunta la seguente comunicazione: “Siamo vicini ma stiamo ancora trattando”. Evidentemente hanno trattato.

Punto numero 2) Donnarumma è fortissimo. Lo dico sul serio. Non sono tra quelli che pensano “si smarrirà”, a mio parere è destinato a un carrierone.

Punto numero 3) Sei milioni all’anno sono una troiata. Scusate se sono così diretto, ma io diversamente non riesco a scrivere. Si tratta di una follia economica e – sempre secondo il sottoscritto – gestionale. Ha vinto ancora Raiola, e non c’è niente di male, ma almeno non facciamola passare per una “scelta di cuore”.

Punto numero 4) Se è vero come pare che l’incontro ha partorito la doppia clausola (50 milioni se il Milan non andrà in Champions, 100 se invece ci andrà), perdonatemi ancora una volta, ma qui non siamo di fronte a una “scelta di cuore”, ma a una via di fuga bestiale. Non si va in Champions? Porto soldi ma, amici cari, mi levo dalle balle.

Punto numero 5) “Il Psg avrebbe offerto 12 milioni all’anno e quindi Donnarumma è stato davvero bravo”? Preferisco non commentare.

Punto numero 6) Di tutte queste cose le masse si dimenticheranno alla terza parata. È giusto così, in fondo il suo lavoro è parare, non giocare al “Libro Cuore”. In ogni caso consentitemi di affermare che il Milan ha perso una grande occasione: quella di minare un sistema. Sono un romantico del cazzo e assai poco realista? Probabilmente sì.

E chiudiamo raccontando il lieto fine: vince Gigio, vince la sua famiglia (fratello compreso), se vogliamo vince anche la dirigenza del Milan che a questo rinnovo voleva arrivare a tutti i costi. Vincono tutti, eppure resta netta la sensazione che non sia tutto “bello” e “da raccontare”.

Ps. Vi prego di credere che la mia non è banale “invidia da interista”, io un 18enne a sei milioni all’anno e con Raiola alle calcagna lo vedo più come una minaccia (economica e ambientale) che come un’opportunità. Ma sono banalissime opinioni personali, per carità.

QUI JUVE
La Signora è immobile, la Juve non compra, Marotta è in difficoltà. Certo, ma in una settimana o poco più i bianconeri chiuderanno Szczesny (serve l'ok di Neto al Valencia, più vicino ora che si è risolta la questione Donnarumma), Danilo (mancano “solo” 5 milioni col Real), un centrocampista tra Matuidi e Aurier e probabilmente Bernardeschi. Quest’ultima è la situazione più delicata, perché i Viola – dopo il caos con Borja Valero – proveranno fino all'ultimo a trattenere il fenomeno azzurro. Riusciranno i viola a resistere a un'offerta da 40 milioni? Al momento sembra difficile…

QUI NAPOLI
A Napoli si continua a litigare sul futuro di Reina. Leto è l'alternativa, ma la sensazione è che il portiere azzurro resterà ancora a lungo sul Golfo. Da leggere con attenzione le parole di De Laurentiis al Mattino. Il patron ha finalmente pronunciato la parola scudetto, che può essere però un'arma a doppio taglio.
“Questo” Napoli è “maturo”: ha tenuto tutti i big e inserito Ounas. La squadra è assolutamente pronta e preparata, ma meglio evitare pressioni, soprattutto in pieno mercato. Sarri continui a fare il suo lavoro (gli riesce benissimo) e provi magari anche a vincere qualche partita in più in modo “sporco”. Il resto verrà da sé.

E finiamo qui. L’altro evento della settimana (dell’anno?) del quale vi avrei voluto parlare è il concertone di Vasco. Ero uno dei 220mila, sono stato fortunatissimo. L’altro giorno ho scritto di quel che mi ha lasciato l’evento, della bellezza degli italiani, per una volta straordinari esempi di “efficienza” e buona educazione sia tra gli organizzatori che nel pubblico: spesso ci definiamo “Fratelli d’Italia” accazzo, non in questo caso. Qui invece vi racconto la mattina prima dell’evento, per come l’ho vissuta io.
(@FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Il lucido e meraviglioso delirio andato in scena sabato è chiaramente «colpa» d’Alfredo ma - per cortesia - ognuno dei 220mila presenti al concertone si assuma le sue responsabilità.
(Storia del tragitto «Stazione di Modena-Parco Enzo Ferrari»).
Il treno arriva, ovviamente in ritardo. La gente smadonna un po’, ma neanche più di tanto, in fondo oggi «è normale che tutto sia anormale».
Sul binario 2 scendono a folate, sorta di formiche nel formicaio, un po’ alla rinfusa ma festanti. Sono le 7.12 del mattino, colori e odori (soprattutto odori) si mischiano all’entusiasmo dei «vascaioli»: cantano come delle bestie, ballano, hanno sete. E infatti bevono (birra). È un fiume scomposto che ben presto rientra negli argini: i responsabili della Protezione Civile indicano il percorso da fare rigorosamente a piedi (il trasporto pubblico è stato sospeso alle 21 di venerdì), loro eseguono bei sereni. Si tratta di camminare mezz’ora sotto il sole, ma per molti «la passeggiata» sarà una «festa nella festa» da far durare il più possibile.
Chiara indossa la bandana con scritto «Fammi godere» (assai elegante), al suo fianco un fidanzato obeso con t-shirt evocativa («stasera non bevo»). Sono seduti sul marciapiede, cantano Bollicine insieme a «due di Avellino». Si sentono osservati, l’obeso si accorge e specifica: «C’è scritto “stasera” e infatti sono alla terza» (esibisce bicchierone - rigorosamente di plastica - grondante schiuma). Dieci metri più avanti una piccola folla sosta in una piazzetta. Mangiano gnocco fritto e salumi. Alle 7.20 ci vuole coraggio. Ivan di Brugherio è definitivo: «Bisogna fare la fonda, orcatroia!». E poi l’acuto, «eeeeeeehhhh» a imitare il tipico verso di Vasco. Nell’aria risuona Splendida giornata, arriva direttamente da una cassa messa a disposizione da non-si-sa-chi al secondo piano di un palazzo.
Un gruppo di Bari canta a squarciagola Siamo soli e capisci che lo fa non perché è tristanzuolo, ma per acchiappare un tris di morettone. I pugliesi in coro: «Siamo sooooooli». Le morettone, con risposta assai pronta: «Noooon mi vaaa!». Un grande esempio di broccolaggio all’italiana finito male.
Cento metri più avanti un palazzo piuttosto moderno ospita una mostra dedicata al Blasco, fuori c’è il delirio: musica altissima e balli di gruppo sulle note di Delusa. Un bar invita all’acquisto: «Qui acqua». Tal Sergio di Rimini esce incazzato: «Quattro euro la bottiglietta! Se gli chiedevo un amaro che cazzo succedeva?». E poi, a imitare quello di Brugherio che a sua volta imitava il Vasco: «Eeeeeeeehhhhh» (il verso va per la maggiore).
In effetti i prezzi sono alti, ma quando sono le 8.35 - e a meno di 500 metri dalla zona del pre-filtraggio - alla gente frega nulla del tariffario. «Siamo qui per la Messa Cantata!» grida all’unisono un branco di Perugia che si distingue per la sobria maglietta: «Solo la patata è meglio del Blasco».
Un imitatore di Rossi si esibisce a bordo strada e accetta volentieri offerte: «Tu si che sei speeeecialeee». Poi rotea la mano come solo Vasco sa fare. E infatti non se lo fila nessuno. Sono tutti molto più attratti dal cartello con freccia, affisso a un muro: «Canapaio Modena, via Cesare Costa 89. Servizio guardaroba durante il concerto». In molti fanno volentieri una deviazione.
Ci si avvicina con ampie falcate al Park, lo smistamento procede senza grossi intoppi, passano due macchine della polizia e una piccola folla eterogenea provoca: «Voglio una vitaaa spericolataaaa!». Sono di Genova, Cuneo, Frosinone, Catania, Portogruaro, hanno cappellini con domande da esibire («Buoni o Cattivi?»), mostrano vecchi autografi di Vasco trasformati in tatuaggi, sostengono di avere il «fegato spappolato», si dicono l’un l’altro «eeeeehhhhhh« anche se non si conoscono. C'è tanta Italia, tutta Italia. Ci sono pochi stranieri, anzi, quasi nessuno, forse perché Vasco è prodotto «dop» di quelli non esportabili.
Si sono fatte le 9, molti ciondolano senza fretta in giro per le strade, noi entriamo all’«Enzo Ferrari». Clamorosi santi in paradiso ci consentono di accedere all’«area palco», sul prato ci sono già 60mila cristiani, tanti hanno dormito lì su giacigli improvvisati e hanno sete vera («dateci acqua»). Prendiamo coraggio («quando ci ricapita») e saliamo sul palco. (Primo passo) ci manca il fiato, (secondo passo) gente a perdita d’occhio, (terzo passo) folla inferocita: «Levati dai coglioniiiiiii!!!». Timida replica «a stemperare»: «Eeeeehhhhh"». Quelli non abboccano: «Oh, levati dai coglioniiii». Ubbidiamo: mancano 12 ore all’arrivo del Dio pagano chiamato Vasco.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: c’è un nome per sostituire D.Alves (ma fa a “pugni” con D.Costa…). Milan: attenti alla novità “per forza” su Donnarumma (e Conti…). Inter: tutto quello che Spalletti ha chiesto dal mercato. Napoli: Raiola ci ha fa

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: c’è un nome per sostituire D.Alves (ma fa a “pugni” con D.Costa…). Milan: attenti alla novità “per forza” su Donnarumma (e Conti…). Inter: tutto quello che Spalletti ha chiesto dal mercato. Napoli: Raiola ci ha fatto un regalo




Per iniziare salutiamo tutti assieme Luigi di Sciacca, filibustiere siciliano incontrato sabato sera a Como.

“Ciao, tu scrivi chilometri di robe su tmw. Ti leggo per addormentarmi”.

Gli ho offerto un birrone bello fresco perché mi sembrava un complimento. A mente fredda rivorrei i 3 euro e 50. Grazie.

Luigi di Sciacca non ha mica tutti i torti: qui ci si dilunga troppo. E allora oggi cambio metodo: meno chiacchiere ma un ritmo più incalzante, un ritmo alla “procuratore di Conti”.

Del procuratore di Conti non ricordo il nome, ma ho capito il metodo: “Sì fa come minchia dico io”.

In questo momento del pezzo, per esempio, non avrebbe molto senso scrivere f vvnunuvv q vrv nqoui, ma noi lo possiamo fare perché usiamo il metodo “procuratore di Conti” e facciamo come ci pare.

O che bel castello marcondirondirondello o che bel castello marcondirondirondà.

La filastrocca è imposta e se per caso avete intenzione di protestare ce ne sbattiamo altamente e non ci presentiamo al ritiro.

.

Il punto qua sopra vi disturba? E allora? Cancellatelo. Noi usiamo il metodo “procuratore di Conti” e, più in generale, il metodo “calcio moderno”.

Nel calcio moderno hanno recentemente introdotto le seguenti pratiche: la minaccia di morte, il mobbing, i vaffanculo reciproci, il “ce lo dico alla maestra”, la conferenza-non conferenza a Montecarlo, l’annuncio a mezzanotte a reti unificate, il lancio di dollari mentre gioca la Nazionale, il procuratore di Conti, i diritti tv che non li vuole neppure Tele-Mortazza, le chiappe abbrustolite di Wanda, Ronaldo che non vorrebbe pagare le tasse e quindi invece di dire “pago” dice “mi levo serenamente dai maroni”, Dani Alves che se ne fotte e dice quel che gli passa per la testa, altro.

Nemico del calcio moderno è il calcio antico, che prova a resistere strenuamente e chissà se ce la farà.

“La balena senza culo sa contar fino a 21: 1, 2, 3, 4 eccetera”. Cosa c’entra “la conta” a questo punto dell’editoriale? Niente: ma è un rigurgito del metodo “procuratore di Conti”.

Parlavamo del calcio antico. Ieri Nicola, tecnico del Crotone, ha terminato la sua biciclettata: 1200 km da Crotone a Torino. Aveva dato la parola, l’ha mantenuta, lungo il percorso si è ricordato di chi non c’è più, ha fatto beneficenza, si è sbattuto per far capire che il calcio non è solo “clausole rescissorie e cazzi vari”. Complimenti a lui. E complimenti pure ad Alessandro Lucarelli: nel 2015 piangeva (letteralmente) per aver assistito alla “morte” del suo Parma, vittima di gente quantomeno stramba. È rimasto aggrappato a un sogno, lo ha realizzato domenica: il Parma è tornato in serie B. Onore anche a lui.

E ora una bella sigla di cartone animato Anni ’80 che ci sta come il cacio sui maccheroni:

Ken, sei tu, fantastico guerriero, sceso come un fulmine dal cielo.
Ken, sei tu, il nostro condottiero, e nessuno al mondo adesso è solo.

Fine del metodo “procuratore di Conti”.

QUI MILAN

Eccoci qua. Siccome sono certo che siate stufi di sentir parlare del caso-Donnarumma, eviterò di dire la mia.

Meglio parlare di “fatti”: il Milan ha aumentato l’offerta per Conti (23 milioni più contropartite e senza pagamenti dilazionati), Perin e Neto “lottano” fra di loro ma devono fare i conti con “quel che era, sembrava non essere più, ma forse sarà”.

Bene, ho resistito tre righe: ecco il caso-Donnarumma.

Il caso-Donnarumma è qualcosa che va “oltre”: oltre la logica, il buonsenso, oltre la normale natura delle troiate del calcio.

È normale che si parli di milioni da dare a un ragazzino neanche fossero olive denocciolate? Beh, è bravo, quindi sì, è (quasi) normale e non bisogna indignarsi.

È normale che non ci sia un “limite” a qualunque cosa graviti attorno a questa faccenda? No, non lo è.

Non c’è un limite al buongusto, alla voglia di tirare la corda, all’imbarbarimento della comunicazione tra chi è certo di una cosa e chi del suo opposto e per far valere la sua tesi “grida” il più possibile, non c’è limite al senso di irresponsabilità per chi ha scientemente scelto di lasciare un ragazzo di 18 anni in balìa degli eventi, “ma tanto è forte e sereno, lo vediamo agli allenamenti dell’Under 21 che se la ride”.

Ma davvero pensate di poter dire “è sereno”? Mettereste la firma sotto la frase “il ragazzo supererà senza alcun problema questo momento di trambusto, normale passaggio nella carriera di un giocatore importante”? Ne siete sicuri? Buon per voi che avete certezze e sangue freddo.

Qui il dato di fatto è che chi ha scelto di arrivare a questo punto, forse, si è spaventato. Raiola non lo ammetterà mai, ma si è spaventato perché non è per nulla scemo e si è accorto che sta accadendo qualcosa che va oltre le normali leggi del compra-vendi. Ha aggredito verbalmente Mirabelli perché non conosce la formula “veniamoci incontro”, ma la “conferenza” era solo il modo per dire “ok, stop, facciamo un passo indietro”.

Dall’altra parte anche la società ha capito. Ha capito che quello che sta accadendo sulla pelle di un 18enne non è normale, che l’offerta da 5 milioni a stagione è stra-generosa ma a un certo punto è meglio far finta di niente e dire “Siamo qua, se volete possiamo parlarne ancora”.

“Parlarne” non significa tornare assieme per forza, ma magari trovare un modo per sistemare un puttanaio colossale che produce soldi, ma anche tanto imbarazzo. Ci si può dire addio, ma in altro modo.

Come dite? Non credete alla sensibilità delle parti in causa? A quella di Mino e di Fassone-Mirabelli? Ci sta. Ma allora, voi come me, dovete credere fermamente a quella dei genitori del portierone dell’Under 21. Nessuno di noi li conosce, ma per forza di cose quello che sta accadendo li porterà a prendere una posizione, a pretendere “pace”, anche a costo di smenarci qualcosa. Il calcio e i suoi quattrini (per quanti possano essere) non possono arrivare prima della libertà di un ragazzo di 18 anni di girare per Milano o in qualunque altra città risieda un tifoso incazzato. Come dite? È Il tifoso “pericoloso” la anormalità? Vero, è così, ma il calcio e chi gli sta attorno è da sempre “anormale”, per questo certe decisioni devono “prevedere tutto” e passare da compromessi (tra l’altro milionari).

Presunte minacce, forzature, conferenze, annunci, pressioni di ogni genere: se anche Gigio fosse il ragazzo più forte sul pianeta, suo padre e sua madre non potrebbero comunque far finta di nulla, non accorgersi che così non va bene e loro figlio viene prima di un contratto, per quanto importante esso sia. Facciano un passo avanti (loro) e indietro (tutti gli altri, ma proprio tutti): solo così si può riportare nei binari un treno senza senso.

QUI INTER

Succedono cose, anche se non sembra. L’Inter tratta Borja Valero ma sembra quasi non freghi niente a nessuno. Sono i paradossi del mercato: se un giocatore lo paghi dai 20 milioni in su allora “beh, buono questo!”, se invece ti costa 7 milioncini allora “mah, è bollitino…”. Come se nessuno avesse visto una partita della Fiorentina negli ultimi due anni.

Il giocatore spagnolo è richiesta esplicita del nuovo allenatore Spalletti, Rudiger anche, ma non è l’unica opzione presa in considerazione dal club. Skriniar? Un’altra possibilità, ma non alle cifre riportate qua e là (e con Caprari di mezzo). Dalbert invece resta un obiettivo concreto, del genere che fino a ieri “mah, chi cazz è questo qui?” e oggi “se ce lo facciamo fottere dalla Juventus siamo matti!”. È la normalità delle cose.

L’Inter – intesa come chi ci lavora – è serena, molto di più rispetto a una parte di tifosi legittimamente preoccupati, forse anche troppo.

La filastrocca del fairplay che “pretende” 30 milioni entro il 30 giugno e poi permetterà ai nerazzurri di far partire il mercato in entrata la conoscete tutti. Tocca fidarsi, soprattutto bisogna dar retta al tecnico che alla prima ad Appiano ha detto tante cose, forse più importanti di quelle legate al mercato. Il giorno della presentazione il signore di Certaldo non ci ha fatto capire quel che “sarà”, ma certamente quel che “non sarà”.

Non sarà un’Inter di pelandroni, di mezzeseghe, di gente che ti guarda negli occhi e ti dice “boh, abbiamo mollato ma non sappiamo perché”, non sarà l’asilo nido perché quello verrà abolito in partenza (“chi non sposa il progetto deve andare via”), non sarà la squadra dell’allenatore-amico (“non mi interessa essere amico dei giocatori”), delle leccate di culo, delle apparenze, dell’amore. Non sarà nient’altro che un’Inter divisa a metà tra l’Inferno di chi ci ha provato e non ce l’ha fatta (ma si potrà guardare allo specchio) e il Paradiso di chi finalmente è tornato “nella sua dimensione”. Nessuna alternativa e tanti cari saluti al Limbo del “boh, è andata male, eppure noi siamo bravini...”. Ecco, con Spalletti, scordatevi il maledetto Limbo.

QUI JUVE

La Juve ha fretta, soprattutto quella di allontanare le rotture. Dani Alves sta diventando una rottura? Meglio risolvere il problema. Il City lo vuole? Faccia la sua offerta. È l’atteggiamento, se vogliamo spocchioso, di un club che se lo può permettere e che, soprattutto, ha necessità di trovare in fretta alternative di livello. Danilo del Real piace assai, ma è brasiliano e “cozza” con Douglas Costa, a sua volta extracomunitario. Per quest’ultimo l’offerta al Bayern Monaco è succosa: 40 milioni più bonus che non sono proprio bruscolini.

Poi tocca tamponare: il Chelsea insiste per Alex Sandro, Bonucci ha i suoi bei spasimanti inglesi, escono voci di presunti litigi a fine primo tempo della finale di Champions tra lo stesso Bonucci e la coppia Barzagli-Allegri. Bisogna, insomma, slalomeggiare tra le rotture di balle che giocoforza toccano a tutti i club, anche i più organizzati. La garanzia in questo caso si chiama “Juventus” che è una paraculata inutile per terminare il pensiero, ma anche il “dato di fatto” di un club che negli ultimi sei anni quanto a “gestione” è diventato modello da esportazione.

QUI NAPOLI

L’esatto momento in cui Fassone annuncia “Donnarumma e il suo procuratore hanno scelto di non rinnovare” a molti è venuto in mente Marek Hamsik.

Marek Hamsik non è un santo, ma a suo tempo ha detto “no al colesterolo” ma anche a Raiola e oggi si gode l’amore totale di una città. Grazie Mino per avercelo fatto ricordare.

Non è poco, soprattutto gli vogliamo bene perché ci permette di dire qualcosa di bello e sentito sul Napoli in attesa che De Laurentiis comunichi quali sono le sue intenzioni: restare forti e basta o fare il salto in avanti sul mercato per provare a chiudere alla grande il triennio sarriano? Attendiamo fiduciosi.

Fine. Per la serie “Biasin per il sociale”, quel rompicoglioni di Claudio Savelli (@pensavopiovesse, ricordiamolo, fido scudiero) ci ha preso gusto e anche questa settimana vuol dire la sua sulla faccenda “Raiola e comunicazione”. Siccome lo spazio online non costa, concedo volentieri a lui il proscenio e chiedo scusa per questi rigurgiti di serietà che fanno male a tutti noi minchioni (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

L'aspetto più inquietante del caso-Donnarumma è paradossalmente collaterale, all'apparenza secondario, eppure di fondamentale importanza. Per tutti. Questa storia, se vista da un punto di vista “diverso”, sta addirittura diventando un'occasione da cogliere. È obbligatorio premettere ciò che ormai è evidente, cioè che il mancato rinnovo del giocatore sembra essere diventato il pretesto per il duello dialettico tra Raiola e il Milan. I protagonisti degli ultimi giorni sono loro, non Donnarumma.
Questa sfida, per le modalità con cui si sta sviluppando, è un invito a ragionare sul senso dell'informazione, del giornalismo, sui suoi doveri e diritti. Partiamo dalla fine: è stato giusto da parte dei media “selezionati” accettare l'invito all'“intervista” in casa-Raiola a Montecarlo? O sarebbe stato meglio disertare? L'errore non è del protagonista, lui ha fatto il suo gioco, il suo mestiere: ha scelto gli spettatori di un monologo (pur debole e contraddittorio), qualcuno che ascoltasse e riportasse le “sue” ragioni. Ma il compito del giornalista è solo questo, oppure andava preteso un dialogo, un contraddittorio? Era poi giusto accettare l'imposizione dell'orario di pubblicazione (o messa in onda) del servizio? I media “eletti” hanno fatto il loro mestiere, perché avevano un “dovere di cronaca” da onorare, oppure hanno facilitato il gioco di Mino e in cambio si sono ritrovati con una pagina pronta, un servizio preconfezionato? La linea di demarcazione è sottilissima, ma è una questione decisiva per il futuro dell'informazione nel nostro Paese: non riguarda solo il calcio.
È altresì utile ricordare che ogni estate Raiola trova il modo per aumentare l'eco della sua immagine servendosi delle vicende dei suoi assistiti: in principio fu Balotelli, qua e là i traslochi di Ibra, poi la cessione di Pogba, stavolta il rinnovo di Donnarumma. Il prossimo potrebbe essere Kean. Non è quindi casuale la gestione che ha Raiola della propria figura di procuratore, è organizzata con l'evidente scopo di accrescere il valore economico dell'azienda che rappresenta. Però ha bisogno della stampa e delle televisioni per compiersi nella sua missione. Da solo, Mino Raiola, sarebbe “solamente” un agente di calciatori richiamato al suo mestiere: rappresentare gli sportivi di fronte ai loro datori di lavoro, non se stesso ai nostri occhi. È quindi giusto fornire con una tale facilità gli strumenti che dovrebbero essere a disposizione dei cittadini (per diffondere informazioni, quindi cultura) ad un solo uomo, che evidentemente li utilizza per fini personali? A questo punto dovrebbe essere evidente l'errore, partendo dal presupposto che l'informazione va garantita solo se è veramente tale.
Molti risolverebbero la questione affermando che l'organo di informazione debba assicurare il diritto di parola ad entrambe le parti in causa e che quindi i migliori abbiano dato spazio anche alla voce del Milan (di Mirabelli, di Fassone). Ma se fosse stato il Milan stesso a richiedere quello spazio non sarebbe una pretesa uguale a quella di Raiola? Per rispondere a tutto questo dovremmo parlarne, approfondire e discuterne, forse è l'unica cosa che conta veramente in questa brutta storia. Dovessimo farlo, ne ricaveremmo di certo qualche grammo di civiltà.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve e il mercato segreto: 2 colpi fatti, N’Zonzi a un passo e… una sorpresa. Milan: la scelta di Donnarumma e i prossimi colpi del “Diavolo che non esiste”. Inter: novità su Lucas e in difesa non c’è solo Rudiger! E il

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve e il mercato segreto: 2 colpi fatti, N’Zonzi a un passo e… una sorpresa. Milan: la scelta di Donnarumma e i prossimi colpi del “Diavolo che non esiste”. Inter: novità su Lucas e in difesa non c’è solo Rudiger! E il Napoli...


Ciao. Se state leggendo qui vi interessa il mercato del calcio, al limite la mia salute mentale. Ma forse più il mercato. Oggi facciamo un ripasso sulle formule lessicali utilizzate da tutti noi che discutiamo di acquisti e cessioni.
Se non vi imbattete almeno una volta al giorno in una delle seguenti espressioni/tipologie significa che siete persone con vite interessanti. Beati voi.

Ecco a voi la nostra personalissima top 5 dei fenotipi più presenti al mercato 2017 del calcio chiacchierato

1) “Come vi avevo anticipato”.
La formula “come vi avevo anticipato” è la più utilizzata in almeno 156 Paesi del mondo. Ci sono due generi di giornalisti o esperti che scrivono “come vi avevo anticipato”: A) Quelli che non hanno anticipato una beata mazzafionda e confidano nella scarsa memoria altrui. B) Quelli che hanno anticipato e però temono che la gente pensi “sei uno stronzo che non ha anticipato” e quindi preferiscono ribadirlo. In entrambi i casi vivono male la condizione di “anticipatori”. Io faccio parte di entrambe le categorie.

2) Quelli che copiano il tweet vecchio
Quelli che copiano il tweet vecchio per far vedere che loro “l’avevano detto” sono in genere i meno furbi. Il fatto è che se un giorno fanno vedere che loro “l’avevano detto” e gli altri 31213 giorni no, ti portano clamorosamente a pensare che gli altri giorni “non l’avevano detto”. La versione più incattivita del genere fa riferimento a “quelli che copiano il tweet vecchio altrui” per sputtanarli e dire “avevi scritto una troiata, fallito”. Questi ultimi sono i più fetenti. Io per non sbagliare faccio parte di entrambe le categorie.

3) Quelli della “smitragliata”
Quelli della “smitragliata” sono decisamente i più apprezzabili. Per spiegarvi la tipologia procederemo con un esempio.
Esempio
Giorno 1) Parla l’esperto: “Secondo le mie fonti l’Inter è su: Pluto, Pippo, Paperoga, la Banda Bassotti, Eta Beta, Minnie, Qui di Qui Quo Qua, Ciccio di Nonna Papera, Nonna Papera, Paperinik, Gastone, Paperone, Gamba di Legno, l’Uomo Lupo”.
Giorno 127) Il comunicato ufficiale: “L’Inter rende nota l’acquisizione delle prestazioni dell’Uomo Lupo. Il giocatore Classe 1346 ha firmato un triennale”. L’esperto: “Dell’Uomo Lupo io l’ho detto il giorno 1!”. Quelli della “smitragliata” non vanno confusi con quelli del “Come vi avevo anticipato” (a differenza di questi ultimi sono più sereni: vincono sempre), né con quelli del “tweet vecchio” (difficilmente “ripubblicano” perché sanno che di fianco c’è scritto “Gamba di Legno” e rischiano l’autogol).

4) Quelli del “vaffanculo come salvezza”.
Quelli del “vaffanculo come salvezza” sono temibilissimi e da non sottovalutare. Trattasi di quelli che appena gli fai notare “Mi scusi esperto, ma lei aveva detto che oggi sarebbe successo questo e invece questo non è successo” ti rispondono “eccolo, l’infame, bastardo, pensa te questo, arriva lui a dirmi come devo fare il mio lavoro, ma vai affanculo leone da tastiera”. Quelli del “vaffanculo come salvezza” spesso accompagnano l’espressione “leone da tastiera” o la più recente “webeti”. In questo subdolo modo confondono le acque: all’improvviso non si parla più della loro topica, ma di quanto è stronzo “l’altro”. Quando tu gli rispondi “mi scusi, non volevo essere offensivo” molto probabilmente loro ti hanno già bannato e spedito nell’oblio del web. Questa tecnica deve essere utilizzata con cura, guai ad abusarne, altrimenti poi i bannati si trovano a discutere tra di loro e dicono “minchia che stronzo quello, mi ha bannato”, “Eh, anche a me, è una merda e non sapeva dell’Uomo Lupo”. Ma tu non te ne accorgi perché li hai bannati tutti. Personalmente uso questa tecnica almassimo 5 volte per sessione di mercato, tipo tartufo bianco di Alba.

5) Quelli del “ho le fonti”
Quelli del “ho le fonti” hanno sviluppato la loro tecnica in molti anni e, generalmente, devono averne azzeccata almeno una nel corso dei secoli. Se ne hanno azzeccata almeno una, ci sarà sempre qualcuno che gli ricorderà “tu quella volta dicesti dell’Uomo Lupo prima di tutti! Me lo ricordo!” e loro risponderanno dicendo “se hai una buona fonte…”. Quelli del “ho le fonti” possono osare più degli altri perché hanno sempre la possibilità di buttare la palla in corner.
Esempio
“Sono certo che Paperoga verrà al Milan. Fidatevi”. “E perché dovrei fidarmi?”. “Bello mio, ho le fonti”.
Metti che Paperoga non va al Milan. “Avevi detto che Paperoga sarebbe venuto al Milan!”. “La mia fonte aveva detto così, ma sono le regole del mercato, le cose cambiano…”. Quando quelli del “ho le fonti” sono un po’ sputtanati, in genere abbinano la tecnica del “vaffanculo come salvezza”: “La mia fonte aveva detto così, comunque sei un maleducato, sono qui a farmi il culo per te tutto il giorno! Il lavoro va rispettato! Vaffanculo!”. E ti bannano. Questa doppia-tecnica è molto pericolosa e riservata agli esperti di mercato più scafati. Al momento è l’unica che non ho ancora sperimentato.

Nb. Se anche voi volete diventare esperti di mercato ricordatevi due cose: 1) Non serve neanche la terza media. 2) Iniziate sempre dalla tecnica “smitragliata”, servirà a farvi muovere i primi passi nello straordinario mondo del mercato.

(Questo potpourri di troiate sono state ispirate da uno scritto assai più serio che il mio fido collaboratore Claudio Savelli (@pensavopiovesse) mi ha inviato ieri. Lo trovate in fondo all’editoriale).

QUI INTER

L’allarme rosso è risuonato e, francamente, non ha ragione di esistere. In molti, troppi, non si concentrano su “quel che sta facendo il club nerazzurro”, bensì su “quel che non sta facendo rispetto al Milan”. Se il vostro assunto è “due club della stessa città sono grandezze inversamente proporzionali” (più lavora bene una, meno lavora bene l’altra), allora fermatevi qui: avete vinto. Se invece siete convinti che l’Inter sia un club autonomo, allora abbiate fede: i nerazzurri sanno quello che fanno.
Il mercato non è una finale olimpica dei 100 metri, semmai somiglia più a un tremila siepi: devi ovviamente correre come bestia, ma devi soprattutto utilizzare la tua strategia, che prescinde da quella degli altri.
Ora, detto che la similitudine con i 3000 siepi è venuta una cagata, la situazione del club è assai più chiara di quel che possa sembrare. Certe cose sono state dette e ridette, ma c’è chi ancora non le ha assimilate, ergo, ribadiamo:
1) Entro il 30 giugno il club deve rientrare di 30 milioni.
2) Il “problema con l’Uefa” non dipende da Zhang, ma da chi c’era prima di lui.
3) Il giocatore incaricato per risolvere il “problema” non è “per forza Perisic”, ma sul croato ci sono due certezze: A) Ha mercato, un compratore, e può portare una grossa plusvalenza. B) Vuole lasciare Milano ed è stato molto chiaro a proposito. Altro possibile uscente è Kondogbia: in Ligue 1 continua ad avere pretendenti, ma in quel caso la plusvalenza sarebbe utopia.
4) Nel frattempo l’Inter lavora al mercato in entrata (non è vietato), ma senza fretta. A) Dalbert è affare caldissimo: l’intesa con il giocatore c’è, il Nizza fa resistenza sulle cifre ma è solo questione di tempo. B) Col Psg si è riparlato di Lucas Moura, ma “chiacchiera” non significa trattativa (e infatti non c’è trattativa). C) Rudiger è uno dei centrali difensivi valutati dal club, ma assolutamente non l’unico. D) Bernardeschi è fuori dai parametri dei nerazzurri: ad oggi non esiste una trattativa. E) Eder non andrà via: Spalletti e il club lo ritengono fondamentale per far capire agli “altri” cosa significhi “spirito d’appartenenza”.

Per il resto c’è chi ragiona sulle prime parole di Spalletti, tecnico entrante.
È stato bravo, diretto, chiaro, “carismatico”? Sì, lo è stato: conterà nulla, ma è meglio di niente.
Quando ha parlato di “primedonne” ce l’aveva con Icardi o con la compagna chiapputa? No, ma è normale che venissero a galla quelli che “tra tecnico e capitano i rapporti saranno complicati, è certo”.
Spalletti chiederà una tonnellata di giocatori o “pochi ma buoni”? La sensazione è che si procederà per la seconda strada, la più logica tra l’altro: tre, massimo quattro giocatori di prima fascia nella speranza che le “delusioni 2016/2017” si riscattino.
È tutto ciò deprimente? Solo e soltanto se pensate che “comprare tutto” sia la soluzione. Beh, spesso e volentieri non lo è.

QUI MILAN

Oggi dobbiamo dare brutte notizie ai tifosi del Milan, in fondo non poteva durare a lungo. Signori, André Silva non è un giocatore del Diavolo. E sapete perché? Perché non esiste. A voi sembra che abbia detto “ciao, viva il Milan”, ma non è così. La verità è che André Silva in realtà è una banconota da cento euro travestita da calciatore portoghese, un capitale di rientro. Di quelli di Silvio, ovvio.
Dobbiamo essere ancora più severi, portate pazienza: avete presente Rodriguez, quello del Wolfsburg che avete visto l’altro giorno? Non è lui, ma un figurante, un cinese molto alto che si è prestato per recitare la commedia. Verrà pagato con dei capitali di rientro, ovviamente. E Musacchio? E Kessié? Non esistono e comunque se esistono sono destinati a tornare ai rispettivi club. Sapete perché? Il Milan ha circuìto il Villarreal e l’Atalanta, gli ha fatto credere che daranno dei soldi, dei milioni, e quelli ci sono cascati. Ma presto rinsaviranno e chiederanno indietro i loro giocatori, a meno che non arrivino altri capitali di rientro, cosa tra l’altro possibile.
Avete presente Fassone e Mirabelli? Sapete perché Mirabelli è stato assoldato? Perché è bravo? Non scherziamo. Mirabelli è corpulento di suo, ma ultimamente lo è anche di più. Sapete perché? Perché ha trangugiato molti capitali di rientro, è evidente.
Tutte queste cose Donnarumma e il suo agente le hanno capite, per questo tentennano. Oggi daranno la loro risposta al club, forse sarà positiva, forse no, ma c’è già una certezza: la faccenda ha stufato. Si diceva: “Prima di decidere del suo futuro, il portiere deve capire qual è il progetto”. Eccolo il progetto: il Milan ha comprato 4 giocatori, tratta anche Kalinic e non si fermerà (Krychowiak è più di una possibilità, Conti una pista sempre calda). Se tutto questo non basta per convincere il ragazzo, allora significa che c’è altro. E infatti è così: è una banalissima questione di soldi, righe piccole, clausole e cazzivari che probabilmente verrà risolta, ma con un fastidioso ritardo e l’appagamento di un uomo assai panciuto. Quello eccome se esiste.

QUI JUVE

La Juve lavora in silenzio: poche scene, decisioni importanti. Preso Schick, Szczesny quasi (l’ha praticamente annunciato Buffon), con N’Zonzi l’accordo è a un passo (al Siviglia verrà pagata la clausola), mentre Bernardeschi e Douglas Costa (agente a Milano) restano piste vivissime.
È l’atteggiamento di una società che non perde tempo a leccarsi le Euro-ferite, ma reagisce con i fatti. Se lo può permettere (ha i soldi), ma soprattutto si fa forte delle idee. Il tecnico è stato “cementato”, il portiere e capitano non ha atteso l’inizio del campionato per dire “vi dico quel che farò”, ma l’ha chiarito subito: così non si creeranno equivoci.
Basta per dimenticare Cardiff? Ovviamente no, ma è sufficiente per dire che anche l’anno prossimo i bianconeri non molleranno nulla.

QUI NAPOLI

Si può dire che Insigne ha fatto qualcosa di “raro”? Il gol dell’altroieri in Nazionale? Macché, molto di più. A stagione conclusa possiamo decisamente sentenziare: l’eterna promessa napoletana ha fatto il grande salto, Napoli ha un leader vero con i piedi e con la testa. Non era affatto scontato.
Il resto tocca a De Laurentiis: la questione portiere resta in piedi e l’ultima suggestione è Diego Alves del Valencia. Trattasi di suggestione, per l’appunto. La verità è che “la pace” tra patron e Reina sarebbe la soluzione migliore: attendiamo un atto reciproco di buona volontà.

Saluti. Come promesso vi lascio con alcune considerazioni in libertà sul “giornalismo sportivo ai tempi del mercato” del buon Claudio Savelli. Se avete minuti da buttare, fate sapere cosa ne pensate (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

Il calciomercato fa schifo, ma non di per sé, perché è sempre il luogo dove i sogni diventano realtà, fa schifo il suo "racconto" perché noi "giornalisti" lo abbiamo reso una tale miseria. È colpa nostra, fottutamente nostra.
Ogni giornale chiede ai suoi redattori almeno una pagina di mercato, proprio perché i desideri dei tifosi sono una benzina, vanno alimentati, gonfiati, sostenuti, ed è giusto che sia così. Ma scrivere o parlare seriamente di mercato, nelle sedi "ufficiali" è diventato difficile, forse impossibile, sicuramente fastidioso. I motivi? Proviamo a catalogarli in pillole.
Primo: i cosiddetti "insiders". Ovvero coloro i quali nell'era dei social si annunciano come giornalisti di mercato, seguendo il semplice e praticissimo iter: mi faccio un profilo Twitter, ci scrivo che lavoro per sticazzinews.com, annuncio di avere le mie "fonti", cinguetto che le mie "fonti" mi hanno soffiato che l'Inter prenderà tal Romualdo a 31,2 milioni più bonus, ma forse il direttore Sabatelli bloccherà l'affare e allora si virerà su Marianovic, ma anche lì dipende dal benestare di patron Zheng, comunque "io ve l'ho detta e dovreste ringraziarmi". Se sono fortunato e ho costruito bene il mio profilo, qualcuno mi ritwitterà, e allora sarò un giornalista di mercato. Lo siete anche voi? E quali sono le vostre "fonti"? Ah già, non si annuncia mai una "fonte", regola numero uno. Che dilettante.
Punto secondo (morale del punto primo): quindi riempiamo pagine dei giornali, trasmissioni, giornate intere parlando del mercato che di fatto è un nulla, un discorso raramente basato sui fatti reali (e quando finalmente i fatti si verificano non ne parliamo, ci insultiamo, ma questo è il punto successivo), che andrebbe pure bene se preso per quello che è, il mercato, ovvero un "cazzeggio" divertente, ma vi prego non cataloghiamolo nel "giornalismo". Il giornalismo è un'altra cosa, e quel poco che ci è rimasto, che ci è concesso, salviamolo, custodiamolo come una reliquia, non etichettiamoci cose che non sono giornalismo per dar loro un aspetto più "serio" di quello che dovrebbero avere.
Terzo, e naturale quesito derivato dal punto secondo: allora i programmi costruiti sul calciomercato non hanno senso? La risposta è sì, hanno senso e ci devono essere, a patto di prenderli (prendersi) poco sul serio. Divertiamoci, non scanniamoci. C'è chi lo sa fare, e chi no, sta al pubblico capirlo.
Punto quarto, ovvero: si può riportare il "calciomercato" dentro il giornalismo? Sì, rendendolo informazione, cultura, e quindi una piccola finestra di confronto, di civiltà. Un esempio pratico, di queste ore: in tutto questo delirio di insulti social riguardo all'acquisto di André Silva da parte del Milan - "nessuno lo sapeva ma io l'ho saputo prima di te e quindi io sono un giornalista e tu sei un giornalaio"- in pochi, forse nessuno, hanno provato a spiegare perché il Milan abbia scelto proprio questo attaccante portoghese, così incatalogabile e "diverso", e non Belotti, Aubameyang, Morata, Diego Costa, tizio e caio. Nessuno - forse qualche giornalista vero sì, ma facciamolo di più, più spesso, facciamolo sempre meglio!- che abbia raccontato questo giocatore, che sembra proprio l'opposto di Bacca, perché più palleggiatore che finalizzatore, più coinvolto nella manovra che negli ultimi metri, e allora forse più utile se affiancato da un'ala che lavora in verticale verso la porta avversaria (Keita? e allora sì che ci interessa, anche qui, sapere "perché" Keita, e non un altro, non più a quanti milioni, e nemmeno chi lo ha saputo prima) piuttosto che una di "raccordo", come lo è già Suso dalla parte opposta (se rimane, e allora, se non dovesse rimanere su chi virerà il Milan?). Nessuno che abbia analizzato l'idea di Montella, condivisa con Fassone e Mirabelli, che evidentemente voleva uno opposto a Bacca perché il suo gioco ha atteso un anno, ma non aspetterà più, perché ogni allenatore se può chiede i giocatori che gli permettono di mettere in pratica l'idea di calcio che ama. Perché alla fine conta il campo, sempre, anche quando il campo è in vacanza e non ne rimane che un riflesso freddo e glaciale, negli hotel dove si parla del mercato.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: due colpi fatti, ma Allegri ha una richiesta per Marotta! Milan: comunque vada il caso-Donnarumma, Gigio rischia più del Diavolo. Inter: le prime due scelte di Spalletti (e un invito alla “calma”)

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: due colpi fatti, ma Allegri ha una richiesta per Marotta! Milan: comunque vada il caso-Donnarumma, Gigio rischia più del Diavolo. Inter: le prime due scelte di Spalletti (e un invito alla “calma”)

Non so voi, ma io sono preoccupato.
Molto, davvero.
Ci resta il Mondiale Under20, un regalo inaspettato, poi l’Europeo Under 21 e tanti saluti. Basta calcio giocato, solo mercato.
Mondiali, Europei, mezzi campionati, altri cazzi: nessuno verrà a salvarci. Rimarremo in balìa del compra-vendi con il suo contorno di troiate. So che sputo nel piatto in cui mangio, me ne rendo conto, ma ci tengo molto a ribadire il concetto: il mercato è bello se non diventa un’ossessione. Se vi svegliate al mattino e prima di pensare a “cappuccio e caffè” urlate a vostra madre “diritto di riscatto!!!” o “voglio un esterno basso, una brioche e una mezz’ala!!!” avete un problema, ve lo giuro. E sapete perché? Perché tutto quello che vi propiniamo è sempre “mezzo vero” per il semplice fatto che c’è sempre il modo di buttarla in caciara (“Eh, le condizioni sono cambiate, che vi devo dire”).
L’estate senza calcio, tra l’altro, amplierà il rischio del “minestrone assortito” di voci e mezze voci che smentiscono altre voci, per questo vi consiglio di affidarvi solo a quelli bravi, agli specialisti, ai pochissimi che raramente tradiscono e buttano là nomi a caso. In poche parole: non fidatevi di me. Mai.

QUI JUVE

Ciao. Voglio partecipare anch’io all’analisi filosofica, sociologica del perché, percome e percazzo la Juve nel secondo tempo della finale di Champions è crollata.

Tesi più comuni lette qua e là nel post-partita: borracce truccate, errori di preparazione, colpa di Allegri, colpa di Higuain, colpa di Dybala, colpa di Buffon, squadra “provinciale”, pochi attributi, non si può giocare così, non hanno dato tutto, a questo punto meglio uscire prima, se la tiravano, cambi sbagliati, Mandzukic alla fine è “quella roba lì”, dovevano giocare “altri”, panchina corta, bisogna spendere di più, sono vecchi, sono abituati alla pappa pronta del campionato italiano, con Messi è stato un caso, il 4-2-3-1 non va bene in finale, “con Allegri non si vincerà mai”.

Tesi meno comune elaborata da mia nonna prima della partita: “Ho sentito che stasera gioca uno che ha fatto 500 gol”. “Si chiama Ronaldo, nonna”. “Secondo me vince lui”. “Perché nonna?”. “Perché ha fatto 500 gol”.

Ha avuto ragione mia nonna, fine osservatrice.

La Juve ha perso contro una squadra più forte, che non bada ai debiti, che fa il cazzo che le pare: ai conti sani preferisce le vittorie. È tutto ciò “amorale”? No, finché le è concesso. Questa cosa significa che la Juve abbia “sbagliato tutto”, che ci sia un problema “genetico” legato alle 7 sconfitte in finale (sì, c’è chi ha detto anche questo)? Scusate, ma mi pare una troiata. La Juve ha perso perché è ancora un passo indietro rispetto al Real, ma anche del Bayern e del Barcellona (opinione personale). Eppure in finale ci è arrivata. Per la seconda volta in tre anni, tra l’altro. E allora le devi dire “brava Juve, hai perso contro una squadra più forte, magari nel prossimo futuro ti capiterà di diventare la più forte, ma intanto sei lì a giocartela”. Per carità, ognuno la vede a modo suo, ma la sconfitta “non ammissibile” quest’anno resta quella di Doha, lì sì i bianconeri si sono fatti fottere da un gruppo meno forte ma con palle quadrate. E infatti Allegri si è incazzato nel deserto, non in Galles.

Resta l’amarezza del popolo bianconero, sommerso dagli sfottò. Le prese in giro ci stanno, i tifosi “sani” sanno sfottere e incassare, i fanatici vanno oltre e si mandano reciprocamente affanculo. Bisogna fare i conti anche con quelli: alimentano il club di chi crede che il calcio sia più importante di tutto, sono quelli che dalle loro squadre “pretendono” e basta. Ebbene, “quelli” non hanno colore: non sono juventini, interisti, milanisti, ascolani, sono solo incontentabili. È il genere di persone che si esalta di più nel periodo di mercato e delle partite quasi se ne frega. “Abbiamo comprato qualcuno oggi? No? Che merda di società”.

“Quelli” non vinceranno mai anche quando vinceranno. E quando vinceranno godranno poco, pochissimo, perché penseranno che si poteva “vincere di più”.

E veniamo al punto: può Allegri vincere “di più”? Mica facile. Per questo la Juve, intesa come “società”, ora è chiamata a un passo importante: se vuole che il gruppo ritrovi stimoli e “fame” deve dare più “corda” al suo tecnico, quella che non è stata quasi mai concessa nel corso degli anni. I risultati dicono che Marotta e Paratici si sono sempre ottimamente comportati, ma ora devono “ascoltare”. Solo Allegri può sapere come può ripartire la zebra ferita, saranno necessarie scelte coraggiose, qualcuno degli “invendibili” partirà, altri arriveranno (Schick è cosa fatta, Szczęsny quasi) e dovranno avere il “timbro” del tecnico. O quello di mia nonna, che ci capisce.

QUI MILAN

Si rischia di dire sempre le stesse cose, è drammaticamente così. Blaterare che Fassone e Mirabelli ben si stanno comportando, per dire, è già inutile. Rodriguez è cosa fatta, Biglia quasi, Kessié e Musacchio sono già archiviati, la promessa dell’ad (“70% degli acquisti prima del ritiro”) quasi mantenuta. Certo, tocca prendere l’attaccante e certo non è semplice. Se scrivessi: “So che Morata è a un passo, ma sullo sfondo c’è Belotti, ma attenti ad Aubameyang e comunque alla peggio prenderanno Kalinic” me la caverei a buon mercato. Il dato di fatto è che solo loro, al momento, sanno qual è la disponibilità “reale” per spingere sull’acceleratore. L’altro dato di fatto è che il grano c’è, altrimenti non potresti parlare “a viso aperto” di certi profili, né potresti promettere a Donnarumma un ingaggio da Paperone. I soldi – come sempre “per chi ci crede” – sono quelli dei famosi “investitori in fase di scongelamento”, ma questo è un discorso già abbondantemente trattato.

Anche il caso Donnarumma è stato abbondantemente trattato, ma forse siamo arrivati al bivio. Ci dicono che Gigio e il suo agente sentenzieranno poco prima che l’Europeo Under 21 abbia inizio. Bene. Tendenzialmente sappiamo anche come dovrebbe finire: Donnarumma firmerà e Raiola – garantito nelle clausole e nei “futuri incassi” - starà buono per almeno un altro anno.

Ha senso tutto questo? No, non ce l’ha. Che Donnarrumma abbia un potenziale come pochi è cosa nota, che se ne possa comunque fare a meno, anche. È giusto che un club come il Milan debba aspettare i comodi di un signore che pensa al calcio come a una vacca da mungere? Forse sì, in fondo siamo nel 2017. Meno corretto, forse, è lasciare che un 18enne venga tenuto sotto pressione neanche fosse un tonno in scatola. La gente si sta stufando: lo hanno scritto i tifosi della Curva Sud ieri, lo pensano tanti tra gli appassionati di cose rossonere. Non è scontato che un grande portiere sia anche un fenomeno di “resistenza psicologica”, questa cosa dovrebbe far riflettere non il suo agente (non è pagato per quello), ma chi sta intorno al ragazzo (la sua famiglia). Se Donnarumma firmasse oggi, andrebbe a guadagnare 10 euro al minuto “a salire” per i prossimi 20 anni. I suoi coetanei in genere rubano il “deca” dal portafoglio di mammà per bersi una birra la sabato. È un ragionamento retorico, ce ne rendiamo conto, ma fino a un certo punto: sapersi accontentare, scegliere, decidere, soprattutto “imporsi”, distingue i grandi giocatori dai grandi uomini. Belotti, a gennaio, ha firmato a 1,5 milioni più bonus e certo non ha il terrore di mettere insieme la colazione con la cena. Il suo procuratore è un povero fesso? Qualcuno lo penserà, di sicuro non lo pensa la punta titolare della Nazionale italiana.

QUI INTER

Sta per suonare l’allarme. Anzi, è già suonato. “Non arriva nessuno, Zhang è un flop, tutti comprano l’Inter no, è una presa per il culo, cosa aspettano ad annunciare Spalletti!”.

L’Inter sta perdendo tempo? Per gli “insofferenti” sì. A loro – visto il recente passato, anche legittimamente preoccupati - bisogna ricordare un paio di cose: 1) Anche impegnandosi non si potrà fare “più tardi” dell’anno scorso, questo è certo. 2) L’Inter ha le idee molto più chiare di quel che si pensi. 3) Il gruppo che tanto schifo ha fatto quest’anno non va buttato completamente nel cesso, a meno che non si pensi che Joao Mario (per citarne uno a caso) sia davvero una pippa. 4) Quello che passa sui blog, giornali, televisioni, veline, altro, sono in gran parte troiate, altrimenti dovremmo immaginare codesta follia. L’Inter nelle ultime settimane ha provato a prendere: “Di Maria, James Rodriguez, Pepe, Schick, Bernardeschi, Berardi, Dalbert, Fabinho, tutti quelli della Roma tranne Cervone perché è vecchio, molti altri. Quanti ne ha presi? Nessuno”. Se fosse davvero così significherebbe non che il club è nelle mani di gente con le idee confuse, ma di pazzi patentati. E invece la verità è che 5) prima del 1 luglio si continuerà a parlare di “Inter che fa schifo” perché fino a quel momento nessuno arriverà. Non l’ha deciso l’Inter, ma l'Uefa. Bisogna rientrare di 30 milioni, bisogna rispettare il “contratto” stipulato per ovviare ai guai del passato, poi si procederà con il mercato in entrata che sarà “importante”. 6) Arriverà un centrale difensivo (Spalletti ha richiesto espressamente Rudiger), un esterno (lo stesso tecnico ha detto “sì” alla proposta della società, Dalbert), un attaccante e un centrocampista “versatile”. 7) Si spenderanno un sacco di soldi: non 21312414miliardi come vuol far credere qualcuno per poi dire “non hanno speso! Taccagni!”, ma somme importanti garantite da un patron che nel frattempo – sempre per superare gli ostacoli dell’Uefa e del fair play finanziario – ha portato nuovi sponsor e aumentato (non vertiginosamente, per carità, ma l’ha fatto) il fatturato.

Infine Spalletti. Ci si divide tra “pro” e “contro” e, forse, si sbaglia obiettivo. Che Spalletti sia un bravo tecnico non lo dobbiamo scoprire noi oggi, che abbia qualche difetto quanto a comunicazione, anche. Il fatto è che questi, rispetto all’insieme, sono aspetti secondari. L’Inter l’anno scorso non ha fatto ridere per colpa degli allenatori: Mancini è un bravo tecnico, De Boer pure, Pioli anche. Il problema è che un tecnico, chiunque esso sia, lo devi far lavorare nelle migliori condizioni.

Ecco, se il viaggio di Nanchino si concluderà con una firma, se Spalletti avrà la possibilità di impostare il suo lavoro a giugno, se il gruppo sarà costruito non da 424234 teste ma da una “filiera” logica e soprattutto “solida”, se arriveranno i giocatori “voluti” e non quelli “imposti”, se le decisioni prese non saranno messe in discussione da un refolo di vento ma resisteranno alle inevitabili tempeste, allora state tranquilli che anche quelli del “eh, abbiamo mollato, non sappiamo perché” potranno improvvisamente trasformarsi in piccoli leoni incazzati.

“Quando la squadra non funziona non penso al mercato ma a farla funzionare”. Lo ha detto un po’ di tempo fa Sarri Maurizio: non c’entra un cazzo, ma mi sembrava una bella frase.

Ciao. Vi lascio con il racconto di un recente incontro al supermercato. Anche questo non c’entra niente, ma mi ha fatto ridere. Tutto come al solito, insomma (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Oggi ho incontrato un piccolo eroe italiano.
"Buondì, vuol provare la nuova Cola al limone? È gratis".
"E' al limone?"
"Sì, al gusto limone".
"Grazie, molto gentile".
Faccio dieci passi, leggo l'etichetta, torno indietro.
"Mi scusi, a una prima occhiata mi pare che ci sia pochissimo limone in questa Cola al limone. Ma potrei sbagliarmi".
"Ho detto che è al GUSTO limone".
"Eh ma...".
"Senta, le confido un segreto: nessun contadino siciliano ha spremuto un cazzo di mezzo limone in questa bottiglia. So che è difficile da credere, ma è così. In ogni caso lei ha smosso la mia coscienza, guardi".
Si avvicina a una signora esibendo la bottiglia come fosse la Coppa Uefa
"Buondì signora, vuol provare la nuova Cola al Citrato Trisodico? È gratis".
"Gratis? Davvero? Me ne dà due che ho il marito?".
"Signora, con due lo stordisce soltanto, per ammazzarlo ne servono almeno quattro".
E se ne va.
Milano, esterno del supermercato, 33 gradi, oggi.
Ps. Ingredienti della Cola AL GUSTO LIMONE: Acqua, anidride carbonica, colorante E 150d, aromi naturali (inclusa caffeina), edulcoranti ciclammato di sodio, acesulfame K e aspartame, acidificante acido fosforico, correttore di acidità citrato trisodico. Contiene una fonte di Fenilalanina.
Poi dicono che l'alcol faccia male.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: Bonucci e Allegri sono già oltre Cardiff. Milan, 45 giorni di “cinesi”: Kessiè oggi, Morata domani (ma occhio a Donnarumma). Inter: attenti al tecnico! Napoli: Sarri “fuori classifica”. E su Totti…


Buonasera. Abbiamo infine archiviato quest’altro torneo di serie A. Il dramma che si sviluppa quando finisce il campionato è che le pagine da riempire (vere e virtuali) non diminuiscono e, quindi, si moltiplicano le puttanate, in particolare quelle di mercato. Per fortuna domani c’è ancora un match - Italia Sperimentale vs. San Marino - che ci consentirà di vivere emozioni di un certo livello. Organizzata a suo tempo ad Empoli - ovvero nella città “sportivamente parlando” più incazzata d’Italia - questa partita vince a mani basse il premio “amichevole meno opportuna della storia”. Ma tant’è, ci adeguiamo. Per fortuna hanno scelto un orario intelligente e comodo per chi, come il sottoscritto, sogna sempre di tornare a casa dalla redazione qualche minuto prima dei lupi: le 21.30. E voi direte: perché? Forse a Empoli c’è il fuso.

Facciamo così, visto che siamo in quella via di mezzo tra la fine del campionato e l’inizio dell’infernale mercato, oggi si procede per pensierini sparsi. Come sempre non c’è una logica, forma mentale assai sopravvalutata in molti Stati.
TOTTI
Siccome su Totti tutti hanno detto tutto, il rischio di diventare retorici è devastante. Siamo abbastanza sicuri di non aver mai assistito a una dimostrazione di “affetto sincero” di siffatta portata – quella della “sua” gente -, tra l’altro abbinata a una capacità d’espressione – quella del Pupone – che davvero resterà nei secoli dei secoli. Totti ha paura e lo capiamo bene, chi dice “eh ma cosa vuole, tanto c’ha i soldi” con tutto il rispetto non capisce un cazzo: qui non si tratta di “conti in banca”, ma di “coraggio di rallentare” dopo una vita vissuta a 1000 all’ora. Non è facile, ma il Totti che domenica si è aperto al mondo ha già rispedito al mittente una marea di preconcetti (“Finito di giocare gli resteranno solo le barzellette”) e dimostrato di essere molto di più di un semplice “calciatore baciato da Dio”.
In ogni caso, visto che le cose belle sul Pupone e gli aggettivi (tutti meritati) li avete già letti, ci permettiamo di fare un passo avanti per andare al prossimo punto che chiameremo:

LA LEZIONE DI TOTTI A DONNARUMMA

In un'ora di giri di campo e lacrime, Totti ha mostrato a Donnarumma che ci sono cose che un procuratore ti può dare e, altre, che invece può solo toglierti. Nessuno sa se Donnarumma diventerà un fenomeno, tutti sanno che giocando al gioco del “facciamo in modo di incassare il più possibile”, a soli 18 anni rischia di perdere il privilegio di vivere quello che ha vissuto Totti domenica alle ore 20: un’ora dal valore inestimabile.

KESSIE’ ROSSONERO

Questa mattina sono previste le visite mediche di Kessiè: il centrocampista che tanto bene ha fatto all’Atalanta diventerà un giocatore del Milan, ai bergamaschi andranno 28 milioni di euro.

ICARDI

Dopo le vittorie dell’Inter contro Lazio e Udinese, in molti si sono scatenati: “Senza Icardi l’Inter è molto meglio!”. A corredo, tutta una serie di dati che testimonierebbero quanto l’argentino sia un giocatore “che fa girar male la squadra”.
Detto che certamente tutti hanno diritto di criticare e non amare un giocatore, ci permettiamo di far notare che:
1) Le partite contro Lazio e Udinese erano amichevoli.
2) La “panchina d’oro” Sarri la scorsa estate ha chiesto al suo tecnico un giocatore: Icardi. Ecco, Sarri pensa che Icardi sappia giocare.
3) La stragrande maggioranza di quelli che domenica ce l’avevano con Icardi perché “con lui in campo non si vince”, subito dopo Inter-Lazio di Coppa Italia scrivevano “Pioli infame, ha tenuto fuori Icardi, per questo ha perso”. Sono gli arrabbiati a prescindere.
4) Icardi deve certamente migliorare, altri lo devono fare molto di più.
Fine del pensierino polemico.

CARPI MEGLIO DI EMERY

In Barcellona-Psg, quella del “rimontone spagnolo”, i francesi finiscono la partita con il portiere immacolato: niente giallo per perdita di tempo, niente di niente. Ieri il Carpi ha conquistato la finale dei playoff di serie B in 9 contro 11, perdendo tempo, facendo le barricate, collezionando gialli come noccioline. Una resistenza epica, un mister mai alla moda ma sempre efficace: Castori.

PERISIC DA MOU

Perisic lascerà l’Inter. L’Inter incasserà 45 milioni più bonus. Il croato era stato pagato meno della metà due anni fa. Molti dicono: “Che troiata”. Hanno le loro legittime ragioni, ma il motivo è chiaro: fare pace con l’Uefa (30 milioni da recuperare entro il 30 giugno). Poi arriverà il momento del mercato in entrata che sarà ricco e, si spera, assai meno frenetico rispetto a un anno fa. Di Maria? James? Manolas? Berardi? Pepe? Nainggolan? Tutti i precedenti? I nomi sono così tanti che è facile capire cosa stia accadendo a livello mediatico: “Butta là più nomi che puoi, tanto Zhang è ricco e prima o poi qualcuno arriverà”. E così sarà: qualcuno arriverà, ma prima tocca scegliere il tecnico.

SPALLETTI

Oggi Spalletti saluta Roma e la Roma. Il suo destino è scritto? Forse. Chi scrive ha provato a forzare la mano con i soliti beninformati (“è fatta con l’Inter o si tiene aperta una porticina per Conte?”). Sapete cosa mi hanno risposto? Una beata mazza. Personalmente sono fermo a quello che la società ha fatto trapelare una settimana fa: il limite massimo per l’annuncio del tecnico è il 15 giugno. Come dire: “Non verrà presa una decisione affrettata”.

MOU, PERDONALI

Primo anno a Manchester: Community Shield, Coppa di Lega, Europa League, qualificazione alla Champions.
Solo per Mourinho si parla di "flop" con 3 trofei, per questo è Speciale.

BONUCCI (E FIGLIO)

Bonucci ha un carattere bestiale: non è sempre buono, con gli avversari litiga volentieri, dice “sciacquatevi la bocca”, ha mandato affanculo il suo tecnico, è finito in tribuna, ha fatto pace, ha scoperto di avere un figlio tifoso del Torino, invece di dirgli “cambia o finisci nello sgabuzzino” lo ha esaltato, gli ha fatto la foto con Belotti, lo ha “usato” per veicolare un messaggio che dovrebbe essere normale e, invece, quasi mai lo è: il calcio se non è vissuto come “la cosa più importante del mondo” è una figata. Bonucci, signori, si merita tutto.

NICOLA CI TIENE AL SUO POSTO DI LAVORO

La cosa bella di Nicola è che quando lo scorso inverno tutti lo trattavano come si trattano quelli che ti fanno compassione (“sei bravo dai, non è mica colpa tua, vuoi una caramella? Toh, te la do”) lui davanti ai microfoni diceva solo una cosa: “Resterò su questa panchina solo se salverò il Crotone”. Nicola, evidentemente, tiene al suo posto di lavoro. I suoi giocatori, invece, hanno dimostrato che a volte basta la “fame” per superare i propri limiti.

ALLEGRI E LO STRESS

Massimiliano Allegri è sereno. Lo è davvero. Chi ieri era al “media day” dei bianconeri dice che il tecnico bianconero sembra quasi non sentire la tensione per la finale di sabato. Sapete perché riesce a stare tranquillo? Perché non ha più nulla da dimostrare: sa che se dovesse perdere salteranno fuori quelli del “lo sapevo, con Allegri non si vince in Europa perché è limitato”, ma sa anche che si tratta degli stessi che in caso di vittoria diranno l’esatto contrario. E quindi se ne fotte.

SARRI

Quello che ha fatto Sarri quest’anno va ben oltre il campo, non lo diciamo noi, ma tutte le statistiche legate al campionato. Proviamo per un momento a dimenticare la classifica: se il calcio fosse uno spettacolo slegato dal risultato, i biglietti per vedere lo show messo in piazza dal “tutato” sarebbero i più cari. Non servirà a nulla, ma coloro per cui non esistono solo i successi, quest’anno con Sarri hanno raggiunto vette di godimento estetico viste raramente nel nostro Paese.

IL MILAN DI FASSONE
Cose fatte dal nuovo Milan targato Fassone-Mirabelli in 45 giorni.

1) Dato la fiducia a Montella. Qualcuno ha osato: «Non è vero, pensano a Mancini». E loro hanno ribadito: «No, Montella».

2) Acquistato Musacchio e Kessié, avvicinato Rodriguez del Wolfsburg, approcciato Conti, sempre dell’Atalanta. Il tutto a maggio non ancora terminato.

3) Attizzato la fantasia dei tifosi che fino a due mesi fa temevano il peggio e ora si sentono dire «il Milan pensa a Morata o Belotti» e, quindi, legittimamente mostrano la ruota di pavone dopo anni passati a sentir dire «arriva un bel parametrone zero».

4) Provveduto a un doppio aumento di capitale (60 milioni + 60 milioni), parlato «a viso aperto» con gli azionisti di minoranza senza nascondere difficoltà presenti e speranze future, rassicurato i tifosi sulle intenzioni nel breve/medio periodo.

5) Fissato il limite per la costruzione di un nuovo impianto o l’eventuale «messa a nuovo» di San Siro: 4 anni.

6) Presentato all’Uefa il cosiddetto voluntary agreement che in parole povere significa andare dai capoccioni del calcio e dire «eccoci qua, sappiamo che ci sono delle rogne legate alle recenti gestioni, ma confidiamo di sistemare tutto nei prossimi anni facendo questo e quello». La chiamano «trasparenza».

7) Ottenuto la qualificazione all’Europa League nonostante molti dicessero «non ci vogliono andare perché “ai cinesi” non interessa». Sì, col piffero (ma questo più che altro è merito di Montella e dei suoi ragazzi).

8) Rispettato una sorta di promessa fatta qualche mese fa («vogliamo riportare a casa una bandiera rossonera»). È tornato Gattuso, guiderà la Primavera, darà una mano a tutti i livelli: ottima scelta.

9) Affidato la comunicazione all’esperto Fabio Guadagnini per entrare nell’«era moderna». Contatto diretto con i tifosi, attenzione al mondo «social», incontri di mercato organizzati non nel segreto degli alberghi e dei ristoranti, ma a Casa Milan, spesso quando il sole non è ancora tramontato.

10) Trovato il modo di «arrivare a questo punto». Nei mesi delle incertezze, dei closing rimandati, delle prese per il culo mediatiche (sì, ci sono state anche quelle), coloro che ora hanno «avviato la macchina» sono riusciti a mantenere i nervi saldi. Lo hanno fatto anche nel momento più difficile, a marzo, quando a causa del cosiddetto «protezionismo» imposto dal governo cinese, tutto stava per saltare (e qualcuno ha provato a «subentrare»). A quel punto Fassone (coadiuvato dall’avvocato Riccardo Agostinelli) è riuscito a trovare il grano necessario per completare l’operazione: 303 milioni prestati dal fondo americano Elliott, che per qualcuno sono il primo segnale che tutto finirà malissimo e per qualcun altro la prova che dietro al misterioso Mister Li non ci sono Paperoga ed Eta Beta, ma «altri e ben più facoltosi cinesi», gli stessi che per le masse «non esistevano» e, come per magia, ora «esistono, io comunque l’ho sempre pensato». E beh, certo.

INSINNA NON POTEVA MANCARE
Siamo tutti un po’ Insinna, anche quelli che si sono indignati, probabilmente anche il Gabibbo (solo che nessuno manda in onda le sue intercettazioni ambientali).

Infine ci tenevo a dividere questa gioia (vecchia di tre giorni) con tutti voi: sono diventato una persona molto importante, sul mio profilo facebook le prove fotografiche. Ciao.
(Twitter: FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

GRAPPA E PADRI

Nel 1997 il primo passo: diploma.
Mio padre: silenzio.
Nel 2004, dopo lunghe peripezie e vaffanculi alla Insinna, ho conquistato una sanguinosa quanto inutile laurea in scienze ambientali.
Mio padre: silenzio.
Nel 2007 lottando nel sottobosco delle raccomandazioni e della fetente burocrazia sono diventato giornalista professionista.
Mio padre: silenzio.
Ieri la corporazione degli acquavitieri italiani mi ha nominato "Gran Cavaliere della grappa".
Mio padre: "Sono orgoglioso di te".
La mia vita sta prendendo pieghe che oserei definire "grottesche".
Prosit.

Editoriale di Fabrizio Biasin. Inter, riparte il casting: il nome per la panchina più dura della A. Il ko della Juve non riapre il campionato, ma rivela una verità.Milan: due appuntamenti, è l'ora dei fatti. W Sarri e la dura legge del talento

Editoriale di Fabrizio Biasin. Inter, riparte il casting: il nome per la panchina più dura della A. Il ko della Juve non riapre il campionato, ma rivela una verità.Milan: due appuntamenti, è l'ora dei fatti. W Sarri e la dura legge del talento

Eccoci lettori di Tmw, a voi giustamente non fregherà nulla, ma l'altra sera c'è stato l'Euro-Festival, una roba di cantanti che curiosamente cantano e giurie che curiosamente giudicano. Il tutto per decretare la canzone più bella del Vecchio Continente. Bene, per l’Italia c’era in ballo un tale molto bravo anche se esageratamente peloso, al suo fianco un tizio di nome Gabbani che secondo i beninformati era ubriaco (buon per lui). Non ci interessa parlare della gara (il “coso” peloso nonostante i favori del pronostico è arrivato sesto, mentre ha trionfato un portoghese con una canzone dall'effetto vagamente lassativo), semmai ci teniamo a parlare degli amici di San Marino, che con il loro voto merdoso (un tre in pagella) ci hanno condannato alla sconfitta.
Dunque, amici di San Marino, voialtri siete poco furbi. Qui non si vuole dire che la canzone dello scimmione andasse celebrata per forza di cose, ma nel vostro caso sì per la miseria. Amici di San Marino, porca zozza, ma stiamo scherzando? Noi capiamo il voto basso dell'Estonia o della Moldavia - Paesi a noi indifferenti - ma non il vostro, sangue del nostro sangue.

Amici di San Marino, per intenderci: qui noi vi si para il culo da sempre.Nel calcio fate figure orrende, ma vi si vuole bene, guai se vi toccano. Quando giocate speriamo sempre nel gol della bandiera. Se i turisti dicono “che bello andare a Firenze e Roma” noi gliela buttiamo là (“andate a San Marino che é un bel posto”. E loro: “Mai sentito San Marino?”. E noi: “Ma è un posto con tante cose da vedere!”. E loro: “Tipo? C’è il mare? Un mezzo Colosseo, un distaccamento degli Uffizi?”. E noi: “No, ma c’è il Monte Titano che è alto 750 metri, merita”. E loro: “Avessi detto l’Everest”. Vi sfottono, capite? E noi a difendervi).

Amici di San Marino, vi abbiamo sempre sostenuto fin dai tempi di “Giochi senza Frontiere” e voi ci ripagate con 3 miseri punti stronca-Gabbani? Non si fa. Sapete quanti punti ha dato Cipro alla Grecia? Tantissimi. Fatevi un esame di coscienza che qui noi ora dobbiamo parlare di calcio, quello che conta, mica i vostri 12 a zero. Cattivi.

QUI INTER

Siccome ogni settimana i giocatori dell'Inter ti consegnano una pala per scavare sul fondo del pozzo, oggi eviteremo di tirare altre carriolate di merda addosso a questo e quello: sarebbe un gioco al massacro francamente “facile” ma totalmente inutile. Diciamo che per il comparto "fa tutto schifo“ possiamo tranquillamente limitarci a fare un riassunto degli ultimi 4 o 5 editoriali e sottoscrivere la scelta dei tifosi nerazzurri, quelli che con mossa sarcastica ed elegante, domenica hanno privilegiato il pranzo al supplizio.
All'Inter non resta più nulla da chiedere a questa stagione disgraziata, destinata a scemare in due partite amichevoli che sanno di clamorosa "presa per il culo": i tesserati nerazzurri prenderanno il loro stipendio da qui al rompete le righe senza un vero perché. Dicono “abbiamo mollato” o “non ci alleniamo al 100%” e allora non si capisce perché dovrebbero essere pagati al 100%. Ecco, forse il cacio per fare il suo bene dovrebbe introdurre i contratti a rendimento, ma non quelli del genere “fai dieci gol e ti do un chilo di soldi in più", semmai quelli “se non raggiungerai la zona-Europa oltre a un livello minimo di decoro, mi vedrò costretto ad applicare la cosiddetta giusta causa". Sogni irrealizzabili, ce ne rendiamo conto.
Il dato di fatto è che mentre nello spogliatoio si gioca allo scaricabarile (è partita la corsa al "chi non se la sente lo dica!" a voler fare intendere "io me la sento, sia chiaro, sono altri che invece proprio no") là fuori è partito il gioco più avvincente di questo fetente maggio nerazzurro: "Scopri chi sarà il tecnico dell’Inter".

Dunque, mentre fino a venerdì scorso al “difficile” Conte ci veniva associato il “probabile Spalletti”, il borsino di questo inizio settimana è il seguente: “Meglio non escludere nessuno”. E quindi occhio a Pochettino e allo stesso Conte (sempre improbabile ma in lievissima risalita). Il dato di fatto è che anche in questo caso la situazione pare complicata anche solo per un fatto: tutti i tecnici citati sono bravissimi, per carità, ma ognuno ha la sua idea di calcio. Prenderne uno piuttosto che un altro non è “uguale, tanto sono tutti bravi”, semmai modifica clamorosamente le scelte da fare sul mercato (che, infatti, al momento è stato congelato). Totale: campionato terminato, mercato congelato, allenatore incerto. La gloriosa Inter ha vissuto momenti decisamente migliori.

QUI JUVE

La Juve inciampa, succede. È tutto ciò gravissimo? Per qualcuno ovviamente sì, sono quelli che non ammettono i “gol presi”, figuriamoci le sconfitte. Sono quelli che non procedono per tappe e preferiscono le sentenze. Sono quelli che Allegri era “un coglione” dopo Doha, “un santo” dopo Barcellona e ora di nuovo un “mezzo coglione” a meno che non vinca tutto.
Sono, in definitiva, quelli che non ammettono gli avversari che, invece, esistono eccome. Ieri l'altro De Rossi ha detto una cosa sacrosanta "In futuro ci renderemo conto di quanto era forte questa Juve...". Ha ragione da vendere. Forse lo faranno anche quelli che ragionano solo per impressioni a breve scadenza, ma anche gli innamorati dei retro pensieri: "Se non avessero dato il rigore a De Sciglio... Se non avessero espulso Acquah...". Queste boiate si possono raccontare per provocare il rivale di tifo, per cazzeggiare, ma crederci sul serio è pratica assai pericolosa.

Ogni squadra ha la classifica che merita, ogni squadra ha meritato e meriterà i successi che riuscirà ad archiviare. Il resto è aria fritta o chiacchiere per nascondere i propri fallimenti. Per questo Allegri sorride quasi mai: solo i fessi festeggiano prima del traguardo. Peggio di questi ultimi ci sono solo gli esosi, quelli dell’“ecco, si sono montati la testa e ora per festeggiare tocca aspettare la partita con il Crotone", quelli che non sono disposti a soffrire "perché tutto è dovuto". E, badate bene, non si tratta solo di "juventini insoddisfatti" ma di "insoddisfatti" e basta: li trovi in tutte le città, in tutte le tifoserie, sono quelli che non riescono a godersela mai. Sono quelli che il giorno della vittoria strombazzano per un po' ma il giorno dopo ti chiedono "sì, bella festa, ma adesso chi compriamo?". Ecco, quelli sono più tignosi del Real Madrid, anzi, sono impossibili da battere e sapete perché? Perché non amano combattere, preferiscono vincere per concessione divina.

QUI NAPOLI

Ebbene, Sarri vuole il grano. C'è qualcosa di male in tutto ciò? No. È grave che l'abbia detto pubblicamente? Forse, ma solo perché la cosa ha disturbato certi perbenisti. Maurizione avrebbe dovuto fare come la quasi totalità dei suoi colleghi e dire "conta il progetto"? Probabilmente sì, si sarebbe risparmiato gli attacchi di quelli che “si vergognasse, pensa solo ai soldi", che poi è quello che fanno anche loro, con la differenza che nessuno sta ad ascoltarli. Sarri sì, eccome se lo ascoltano. Lo fa Aurelio, lo fanno eventuali pretendenti. Si chiama legge del mercato e riguarda soprattutto coloro che sul campo si sono guadagnati rispetto e forza contrattuale.

Sarri ha il dovere di rispettare “Napoli e il Napoli” - e infatti lo farà - ma ha anche il diritto di alzare il dito e "chiedere": quello che è riuscito a costruire in due anni di lavoro non vale il settimo stipendio in ordine di grandezza tra i tecnici di serie A, lo dicono i 90 minuti che hanno distrutto il Torino ma anche la stragrande maggioranza delle partite precedenti. A De Laurentiis certamente non piaceranno certi "appelli pubblici", ma che voglia ammetterlo o no è lui che li ha alimentati con il suo "tutti utili e nessuno indispensabile", che è quasi sempre vero, ma non se vuoi evitare di perdere chi con il suo lavoro ha aumentato il valore della gran parte dei giocatori della rosa.

Lunga vita a Sarri, alla sua tuta e – consentitemelo – al suo linguaggio un po’ così, che sarà anche un filo volgare ma profuma come pochi di schiettezza.

QUI Milan (scusate, ho preso una craniata contro un palo - giuro - vi lascio nelle mani dell'ottimo Francesco Perugini, fidato collega)

Conquistato un buon punto a Bergamo, il Milan sembra avviato a strappare l'ultimo biglietto per l'Europa League. Di sicuro, la società continua a guardare al futuro. Dopo mesi di lavoro preparatorio e settimane di colloqui esplorativi, è il momento per Fassone e Mirabelli di tirare le fila: a scontro diretto archiviato, è in programma l'incontro con l'Atalanta per Kessié. La Roma resta forte dell'accordo con la Dea, il Diavolo vanta la preferenza del giocatore. In agenda ci sono anche gli appuntamenti con il Wolfsburg per Ricardo Rodriguez (e Luiz Gustavo?). Il colpo fondamentale per dare il senso dell'estate rossonera sarà però l'attaccante. I tifosi chiedono Belotti, che dà solo ha segnato più di tutti i 9 milanisti post-Inzaghi, ma di mezzo c'è una clausola da 100 milioni e tanta concorrenza. Con Morata e Aubameyang sempre difficili, l'alternativa resta Kalinic. Sicuramente utile al gioco di Montella, ma poco stuzzicante per i tifosi.

Rieccomi. Serenamente vi saluto. Mi va di lasciarvi con uno sciocco pensiero.
Una settimana fa ci ha lasciato Robert Miles: dj, produttore, compositore. No, non era propriamente Mozart, anzi se vogliamo era decisamente tamarro, ma ha scritto buona musica oltre ad aver allevato la gran parte delle “farfalle nello stomaco” di noi cresciuti negli Anni 90.

Ho scoperto del suo addio su Twitter, la notte dell'esonero di Pioli. Leggevo insulti a tonnellate (questo che insulta quello che insulta quell’altro), insulti del genere “densi come la melassa” perché compressi in 140 caratteri e all’improvviso mi sono ritrovato a pensare a come andavano le cose all'epoca di Robert Miles.

All’epoca di Robert Miles se ti stava sul cazzo uno, glielo dovevi dire in faccia. Andavi da lui, lo prendevi per un braccio e gli dicevi “mi stai sul cazzo per questo e quel motivo”. Al limite lo chiamavi a casa o gli spedivi una lettera. Dovevi avere i coglioni, insomma, perché magari quello ti diceva “cazzo vuoi?” e finiva a mazzate. Mazzate vere, non virtuali.

Oggi no. Oggi prendi il mano il telefono, scegli un profilo più o meno anonimo e scrivi qualunque cattiveria, tanto vale tutto e “chi cazzo se ne frega”.

All’epoca di Robert Miles, se volevi avere una vita sociale dovevi conoscere le persone per davvero. Dovevi andare da uno, stringergli la mano, dirgli “uè, io sono Tizio, ciao” e forse diventavate amici. Oggi la “vita sociale” ha lasciato posto alla “vita social”: parli con tutti (anche con Gasparri, per dire), non conosci quasi nessuno, insulti chi ti pare. E chissenefrega se quello che dici fa male oppure no, problemi degli altri.

All’epoca di Robert Miles, se volevi limonare dovevi avere gli attributi. Buttavi giù mezzo litro di saliva, prendevi coraggio e ti avvicinavi: “Ciao, mi chiamo sempre Tizio, faccio cose, ti pago da bere, limoniamo?”. Cose così. Facevi delle grandi figure di mera, ma lesoddisfazioni erano grandi.

Oggi no, metti il “like” a raffica e prima o poi qualcuno ti risponderà. Sai che bello...

All’epoca di Robert Miles la gente era la stessa di ora, ma i "troppo arrabbiati" restavano nel loro angolino e forse era meglio così.

Ebbene sì, mi sento vecchissimo.

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Editoriale di Mauro Suma, Milan-Inter: derby senza soste. Allegri il cannibale: è a Cardiff, ma pensa a Doha. Chelsea: Antonio Conte come Diego Costa. Inter: i casi Medel e Gagliardin


Editoriale di Mauro Suma, Milan-Inter: derby senza soste. Allegri il cannibale: è a Cardiff, ma pensa a Doha. Chelsea: Antonio Conte come Diego Costa. Inter: i casi Medel e Gagliardini
Il Milan tira dritto in silenzio. Lavora di giorno sotto la luce dei riflettori di Casa Milan e di notte, senza luci e senza riflettori. E forse quando si tireranno le fila del mercato estivo rossonero, si scoprirà che si è trattato di notti produttive. Degna di nota, esattamente un mese dopo il closing, la saldezza di nervi della dirigenza milanista, anche sotto i colpi di un derby sotto traccia che non si vede ma c'è. Eccome se c'è. Prima della partita di Crotone, spunta dal nulla la voce di Donnarumma all'Inter. Nessuno che la riprende e nessuno che la rilancia. Forse che fosse solo una notizia di "disturbo" per il Milan impegnato in Calabria, anche per evitare "scomodi" paragoni nei due risultati? A ridosso della partita con la Roma, ecco invece Mancini al Milan. Un classico, un evergreen di queste settimane. Rispetto al quale, il Milan non costruisce una linea, ma racconta la verità: massima stima, legittima, personale, professionale di chi ha lavorato con lui, ma non esiste. Poi, l'inserimento su Kessiè. Dopo il mancato saluto al derby per un peccato veniale e dopo tutta la tiritera sul recupero di Inter-Milan (a proposito 7 minuti, esattamente come 7 minuti erano stati allo Scida per Crotone-Inter), insomma il derby continua. L'Inter non vuole che il Milan si inserisca fra le prime quattro, così come non lo vuole il Napoli che dice no per Ghoulam e così come non lo vuole la Roma che lascia che si scriva di Montella. Oggi lo sport è anche questo e non facciamo le verginelle. Ma è in questi grovigli che ci si inizia a fare un'idea. E visto che dall'esterno tra sgambettini, sorrisini, battutine e paternali, il clima è questo, è utile prendere atto il Milan non lo patisce. Sta in silenzio ed è tutta polpa, riempie le sue giornate e non solo quelle, lavora per l'Europa e fa la squadra, lascia che ci provino e lascia che straparlino. Senza fare la vittima e senza fare il piacione. Un mese dopo è un Milan preciso, attento e realistico quelle che muove i suoi primi passi. In attesa dei prossimi, naturalmente.

Sta vincendo lo Scudetto, è a 90 minuti dalla Coppa Italia, fa la Finale di Champions League a Cardiff contro il Real Madrid. Eppure, Doha non gli è ancora andata giù come noi ben sappiamo. L'Allegri che stiamo "scoprendo" in questa stagione, è un perfezionista cannibale. In quanti finali di partita, con il risultato al sicuro, si sente da bordocampo la voce, vabbè un po' stridula, del tecnico di Livorno, che urla, richiama, sprona. In una società non dilaniata dalle fazioni e tutta protesa a fornirgli i migliori giocatori possibili come la Juventus di oggi, Allegri si rivela quello che è sempre stato. Un professionista pratico, chirurgico e competitivo. Lo conferma anche quel suo continuo pensare a Doha: non certo per rivalità nei confronti del Milan, sono cose nelle quali Allegri non si perde. Al Mister bianconero non interessano i fronzoli e le beghe, ma solo i risultati. Poi non li festeggia in prima fila, non ci costruisce sopra teatrini, ma li vuole tutti, li marca stretti. Pensare ancora a Doha mentre sei a Cardiff, è una forza. Che, nelle condizioni ideali, il livornese sprigiona. Sappiamo da tempo quanto abbia voluto e sognato in ormai diversi anni di carriera la Champions. Ci sono tanti indizi che ci fanno percepire che Allegri è maturo. Bisognerà vedere che ne pensa il destino sopra Cardiff.

Se non dovesse arrivare Antonio Conte, l'Inter sarà fra Pochettino e Spalletti. il primo è un "pallino" di Walter Sabatini, il secondo sempre con il suddetto Sabatini ha collaborato per molto tempo. Per il Chelsea si tratta di un deja vu. La scorsa estate Diego Costa e l'Atletico Madrid continuavano a sentirsi: ecco perchè, puntuti come sono dalle parti di Stamford Bridge, minacciarono di rivolgersi alla FIFA. Siamo curiosi di vedere come andrà a finire con il tecnico italiano che, oggi, ebbene sì, anche se parla il dialetto salentino in allenamento, prendiamoglielo questo Lukaku se lo vuole. Ogni riferimento al potere contrattuale di Conte è puramente casuale. Dovesse approdare a Milano sponda Inter che lo pressa senza soste, la squadra nerazzurra diventerebbe immediatamente la favorita per il titolo insieme alla Juventus. Non riuscisse a liberarsi Conte, i tifosi interisti inizieranno invece, ebbene sì, a scongiurare l'arrivo di Luciano Spalletti. Che con i suoi atteggiamenti eccentrici e dovuti alla tensione e al nervosismo che gli ha messo addosso Francesco Totti, si è giocato, almeno a livello di luoghi comuni e di umori dei tifosi, un po' di grandi piazze nel Campionato italiano.

Chiunque sarà il prossimo allenatore nerazzurro, dovrà un po' ripartire, oltre che da Icardi e da altre questioni, anche dagli ultimi due casi che sembrano essersi profilati in casa interista. Il primo riguarderebbe Gary Medel, la cui promozione decisa da Stefano Pioli a titolare al centro della difesa fin da Novembre, avrebbe causato all'interno dello spogliatoio qualche forte risentimento nei confronti del tecnico emiliano a lungo andare emerso sempre più in superficie. Quindi Gagliardini: pagato molto, ragazzo serio, partito bene. Però poi, un po' di casi. Prima la risposta critica a Piero Ausilio dopo la sconfitta di Crotone, poi quella presenza variamente commentata dai tifosi allo Stadium per Juventus-Barcellona e ieri la smentita ad un virgolettato sulle fazioni e sui triumviri. Sono momenti che vanno e vengono per un giovane, ma tre casi, grandi o piccoli che siano, anche un po' forzati se vogliamo, in un mese e mezzo restano un po' troppi. Gagliardini deve abbassare la media.