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Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: il segreto di una macchina perfetta (e una guida sul Monaco). Inter: terremoto in panchina, occhio ai nomi (e alle priorità). Milan: il pessimismo sui cinesi, la mossa sul mercato e 2 appunti a Montella. Napoli: n

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: il segreto di una macchina perfetta (e una guida sul Monaco). Inter: terremoto in panchina, occhio ai nomi (e alle priorità). Milan: il pessimismo sui cinesi, la mossa sul mercato e 2 appunti a Montella. Napoli: non scherziamo su Sarri

Come ogni anno dal lontano 2006 è iniziato il drammatico torneo di calcetto dedicato ai giornalisti: si chiama “Press League”, lo organizza un tizio di nome Luca Mastrorocco che poi è il papà di “Zona Gol” (questa citazione dovrebbe valere almeno due arbitraggi “comodi”: Luca, ci conto).

Ebbene: io vi consiglio di venire a vederci giocare (tutti i sabati mattina, zona Famagosta a Milano). E sapete perché? Perché siamo fortissimi? Perché siamo un esempio per le generazioni presenti e future? Giammai: perché facciamo mediamente cagare e si ride molto.

Cioè, noi che pontifichiamo su terzini e attaccanti, che facciamo "le pagelle" e la morale a questo e quel tecnico, che parliamo di fair-play e “pulizia” nel calcio, in realtà, siamo le prime bestie.

Sabato si è svolta la prima giornata e, come sempre, abbiamo dato sfogo ai nostri più barbari istinti: espulsioni per falli belluini, proteste, menischi rotti, arbitri mandati affanculo, mezze minacce a colleghi tipo “oh, figlio di Brera, ci vediamo fuori”, tentativi di corruzione e “accomodamenti” con l’organizzatore (vedi sopra), furti bestiali di Gatorade, annunci urlati ai 4 venti "per provocare" del genere “facciamo il sacchetto per i portafogli che di questi non mi fido”, spogliatoi ridotti male, altri vaffanculi, richieste di recupero del tipo “oh arbitro del menga, hai il cronometro nel culo?”, scarsa conoscenza delle regole (arbitro: “La rimessa si batte con i piedi ben fuori dal campo, hai capito?”. Giornalista: “Sì”. Arbitro: “Fìììììììììììì! Cambio rimessa!”. Giornalista: “Cosa fischi arbitro infame!”. Arbitro: “Avevi i piedi dentro al campo!”. Giornalista: “Che regola cretina. E pure l’arbitro non è da meno”. Arbitro: “Ti ammonisco”. Giornalista: “Uh, che paura”. E lui ti ammonisce).

Ecco, tutte queste cose non so se sono capitate anche ai miei colleghi, ma a me sì. Vi aspetto a Famagosta.

QUI INTER

È uscito il comunicato dell’Inter: sono tutti in castigo. Per carità, le torture cinesi erano altra cosa, ma è anche vero che si attendeva un segnale della società e il segnale è arrivato. Ritiro punitivo fino alla partita contro il Napoli, fiducia a Pioli, palpabile incazzatura nei confronti dei giocatori.

“Sono solo parole” cantava la rossa Noemi. Aveva ragione, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Quelli che “che comunicato del cavolo, non servirà a nulla” sono gli stessi che “la società non dice niente, che inetti”. Li chiameremo “eterni arrabbiati”. Hanno le loro ragioni, è evidente, ma occhio a mettere tutti sullo stesso piano.

C’è chi dopo lo schifo di Firenze è riuscito a definire “colpevole” perfino Mauro Icardi, perché “è vero, ha segnato tre gol, ma non gliene frega niente”. Motivazioni importanti e fondate, insomma. La moglie ha sbagliato a twittare? Certamente sì, ma in campo non ci vanno i procuratori. In campo vanno i giocatori e se tutti avessero non solo le qualità, ma anche la voglia e l’abnegazione del capitano nerazzurro, forse, certe figure assumerebbero contorni meno fantozziani.

E poi c’è Pioli, “salvato” nel comunicato ufficiale, ma comunque in "doverosa" discussione.

Il tecnico emiliano conserverà “la cadrega”? Probabilmente no o magari sì: non è questo il punto. Il punto è che in troppi stanno perdendo la dimensione delle cose. Il massacro mediatico subito dal tecnico si somma alla rabbia di gran parte dei tifosi. Molti dicono cose certamente condivisibili (“di fronte al sì di Conte e Simeone sarebbe giusto cambiare guida tecnica”) altri (anche tra i colleghi) si limitano all’insulto, alla cattiveria gratuita (“è un provinciale”, “non è capace”, “sbaglia le formazioni”). La gran parte di questi ultimi sono intimamente convinti che al posto di Pioli, loro, farebbero certamente meglio, ma allora non si capisce perché, invece, siano costretti ad altri lavori mediamente noiosi tipo “il giornalista” o altro.

I beninformati ci raccontano che Pioli dopo la figura di palta della sua squadra al Franchi, avrebbe offerto le dimissioni, poi respinte dalla società. Sarà andata così per davvero? Si è trattato di una provocazione o l’atto di un tecnico che non vuole restare “al dispetto dei santi”? Non lo sappiamo, però sappiamo quali sarebbero le conseguenze di una cacciata del tecnico senza ulteriori prese di posizione: ben presto tornerebbe a trionfare l’anarchia.

Molti mi chiedono “perché difendi Pioli? Hai interessi di qualche genere figlio di mignottaccia?”. Che ci crediate o meno, vi dico che no, non ne ho. E non ne avevo neanche ai tempi di De Boer, quello che all’epoca in molti accusavano perché “non sa neanche l’italiano” e ora rimpiangono perché “andava difeso”.

Già, “andava difeso”.

Ecco, l’olandese e l’emiliano andavano e vanno difesi non perché siano i tecnici più bravi al mondo – ci mancherebbe - ma perché 1) Hanno dimostrato di essere persone serie (e non è poco). 2) Non sono loro il problema, o comunque non quello principale.

Cambiare “tanto per” (dopo Conte, Simeone, Sarri e Jardem oggi è il turno di Spalletti) significa riconsegnarsi nelle mani del destino già scritto: al primo inciampo, trovato il colpevole.

Questo significa che Pioli deve restare "a tutti i costi" o che il comunicato dei nerazzurri racconti “tutta ma proprio tutta la verità”? No, ovvio. Pioli ha ridotto di molto le speranze di conferma, ma non prendete come oro colato le parole di chi spaccia certezze (“arriva Simeone, ma Conte è sullo sfondo, e Jardem dipende da come va la Champions, ma Spalletti è caldo e Sarri ha rotto con De Laurrentiis quindi…”) perché in questo momento servono solo ad aumentare la confusione. E davvero non se ne sente il bisogno.

QUI MILAN

Per una volta lasciamo perdere le questioni "cinesi", il "compreranno? Ma chi compreranno...", i dubbi di chi teme il peggio "perché quello là non c'ha un soldo" eccetera eccetera.

Ch i scrive sa che il piano di mercato è già partito, che la volontà è quella di rinforzare ogni reparto con un acquisto (difesa, centrocampo, attacco, oltre a un esterno), che girano troppi nomi secondo il "solito" schema ("tu spara a raffica, prima o poi qualcuno lo prendi") e che Mirabelli parla poco ma difficilmente a vanvera ("mi stupisco di chi si stupisce se mi vedono negli stadi: è il mio lavoro").

Ci sono giocatori che interessano realmente (sì, anche Keita) e possibilità di portarli a Milano nonostante il budget non consenta di proporre offerte stratosferiche. Come? Utilizzando il caro vecchio metodo che, sceicchi a parte, tutti sfruttano: ovvero rateizzando.

Molti storceranno il naso ma, come vi dicevo, per una volta eviterei di combattere l'infinita battaglia con i "pessimisti a prescindere" e parlerei di campo e di Montella.

Il tecnico rossonero ha commesso errori domenica? Forse sì, ma non tocca certamente a noi dirlo. Va profondamente attaccato, criticato, pungolato? No, almeno per chi scrive.

Dice il tecnico: "Dove pensavate si potesse arrivare con questo gruppo?". E non sbaglia. A inizio stagione tutti noi "espertoni" collocavamo i rossoneri tra il quarto e il settimo posto, ora ci meravigliamo se la squadra combatte per l'Europa League. La partita con l'Empoli è stata certamente un disastro ma - come sempre dovrebbe accadere - certe valutazioni non dovrebbero limitarsi "al giorno prima".

Ci sentiamo di muovere due soli appunti al tecnico rossonero.

Il primo: il segreto di Pulcinella legato al futuro di De Sciglio mal si sposa con la scelta non solo di schierarlo tra i titolari, ma anche di affidargli la fascia da capitano. Il ragazzo è bravo e onesto, ma quando certi matrimoni hanno superato la data di scadenza è meglio per tutti evitare di accanirsi.

2) Locatelli. La premessa è sempre la stessa: il qui presente non passa le giornate a Milanello, né sa se ci sia un qualche problema legato allo scarso utilizzo del giovane centrocampista. Il dato di fatto, però, è che si è passati da un estremo all’altro: il “nuovo Rivera” di ottobre è diventato “un ragazzo come tanti” oggi, al punto di non poter giocare al posto dei vari Sosa o Mati Fernandez, generosi ma assai poco spendibili per 90 minuti interi. Da un tecnico coraggioso come Montella ci si aspetta più… “coraggio”. Appunto.

E qui vi devo lasciare. Una rottura di balle clamorosa mi porta lontano dalla tastiera.

Vi lascio in ottime mani: oggi l'editoriale lo completa il "fido" Claudio Savelli, uno che di calcio ci capisce molto ma molto più di me. Prendetevela con lui.
QUI JUVE

L'unico rischio per la Signora era quello di pagare dazio in campionato delle fatiche di Champions. Spesso, dopo le grandi imprese e i conseguenti, meritati complimenti, la minaccia è il calo dell'attenzione e della tensione. Macché, la Juve sembra talmente perfetta da non accusare alcun calo, né psicologico né fisico, anzi, l'impressione è che stia crescendo sotto tutti i punti di vista, come forgiata dalle vittorie (il lussuoso 0-0 del Camp Nou è come se lo fosse) che si susseguono senza interruzioni. La strategia di Allegri, secondo il quale prima c'è il “dovere” di acquisire il vantaggio e poi il “piacere” di gestirlo, è ormai propria di questa squadra se è vero che la partita casalinga con il Genoa è di fatto durata 18 minuti appena, giusto il tempo necessario ai bianconeri per andare sul 2-0 e mortificare qualsiasi buona intenzione della squadra di Juric. Ormai questo approccio feroce alle partite è una consuetudine per i bianconeri ed è un certificato di grandezza autentico: nessuna in Italia può essere all'altezza della Juve perché oltre a non avere giocatori dello stesso valore, nemmeno possiede questa capacità di ipotecare molto presto i risultati.

La Signora ha vinto le ultime 33 partite casalinghe allo Stadium in Serie A, mantenendo la porta inviolata in 22 occasioni. Dalla prima di campionato nel nuovo impianto (4-1 contro il Parma nel settembre 2011), ha collezionato 95 vittorie, 14 pareggi e appena tre sconfitte, con 248 gol segnati e 56 subiti. Con numeri del genere, il dominio bianconero è un'ovvia conseguenza, così come il 6° Scudetto consecutivo che è solo in attesa della certezza matematica per essere assegnato alla Signora.

Il doppio vantaggio immediato sul Genoa serviva per guadagnare tempo per il riposo in vista della sfida di venerdì con l'Atalanta e alla successiva semifinale di Champions con il Monaco (l'andata mercoledì 3 maggio al Louis II). A proposito della prossima rivale europea della Signora, alleghiamo in fondo all'editoriale una piccolissima e poco pretenziosa guida per capire di che pasta è fatta questa squadra in odore, anche lei, di triplete.

QUI NAPOLI
Chi dice che il Napoli avrebbe più punti se giocasse un calcio meno bello ma più pragmatico mente sapendo di mentire. È un ragionamento che va oltre il mezzo passo falso con il Sassuolo. La differenza della squadra partenopea è proprio il gioco che le ha donato Sarri (selezionato tra i 50 migliori allenatori al mondo dall'Equipe), non avesse quest'arma a disposizione avrebbe certamente molti punti in meno. Il Napoli non può giocare come la Juventus perché non ha quel tipo di giocatori, Insigne non è Mandzukic come Albiol non è Bonucci e così via, ci sono qualità profondamente diverse nelle due squadre e i rispettivi allenatori sono abili nell'assecondarle in modi altrettanti differenti ma aderenti all'una e all'altra. Ultimamente si sta perdendo la percezione del lavoro straordinario di Sarri, che ha portato il Napoli al massimo delle sue potenzialità già l'anno scorso, e quest'anno l'ha confermato su quel livello senza Higuain e, di fatto, senza il suo sostituto Milik: era un'impresa tutt'altro che scontata. Ora il Napoli deve decidere cosa vuol fare da grande, come ha fatto intendere lo stesso Sarri: può “accontentarsi” di questa dimensione, con il rischio che le altre squadre (le milanesi?) nel frattempo la raggiungano, oppure può ambire al salto di qualità definitivo per provare a raggiungere la Juve. Detto che giocare meglio di così è impossibile, il gap deve essere colmato a livello di società, e quindi migliorandone tutti gli aspetti (compreso quello economico), e a livello di rosa, ovvero inserendo quei tre-quattro giocatori davvero “superiori” alla già ottima media degli azzurri. Serve gente che ha già vinto e che quindi sa trascinare la squadra nelle partite e nei momenti difficili, per intenderci servono i Khedira, i Mandzukic, i Dani Alves che negli ultimi anni si è assicurata la Juve, spendendo tra l'altro cifre nulle (il tedesco e il brasiliano sono arrivati a parametro zero, ma con uno stipendio “adeguato” al loro blasone) o ragionevoli. Il Napoli ha già abbastanza giovani da far crescere che con ogni probabilità diventeranno giocatori straordinari, ora servono i grandi campioni: tocca a De Laurentiis, eventualmente, convincersi di questa esigenza.
Prima della buonanotte, come promesso, ecco la mini-guida tascabile al Monaco di Jardim, prossimo avversario della Juve in Champions, scritta a suo tempo su “Il Senso del Gol”.

Buona lettura, se vi va.

(Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol @pensavopiovesse Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Il Monaco in parole povere: la forza gioiosa e naturale del talento, in campo e in panchina. Manifesto di un calcio senza vincoli, ordinato nella fase difensiva, diretto in quella offensiva. Non ci sono dubbi, nel Monaco, perché Jardim è un allenatore che basa la squadra su poche certezze, ma perfettamente assimilate. È una squadra pura, attacca e difende con la stessa efficacia perché non preferisce l'una o l'altra cosa.

I punti di forza: da Mbappé a Mendy, da Fabinho a Silva, sono questi i giocatori nuovi del calcio europeo. Inoltre, è tornato il vero Falcao. Jardim è il valore aggiunto, la lettura delle partite è efficace perché valorizza le armi a sua disposizione. È un tecnico, il portoghese, che scava nelle debolezze dell'avversario e modella la sua squadra allo scopo di segnargli più gol possibili. Sei gol al City in due partite, altrettanti al Borussia: l'obiettivo è farne uno in più dell'avversario, senza calcoli, ed è una filosofia che può agitare uno scontro diretto. Una variabile fuori contesto, che solo il Monaco può permettersi perché è nella sua natura, perché è il modo che ha trovato Jardim per rendere la sua squadra all'altezza delle grandi.

Le debolezze: la gioventù è un rischio quando la posta in palio si alza. È un vento che travolge finché non trova muri solidi. I centrali di difesa non sono all'altezza degli altri giocatori, se sollecitati individualmente, rischiano. E poi, il contesto. Giocare a Monaco non è come affrontare il Camp Nou, è uno stadio più piccolo, più freddo, il pubblico non è abituato a determinare gli andamenti con la sua presenza. Infine, l'appagamento. Il Monaco è già oltre la sua dimensione reale, potrebbe essere contento così. Lo è la dirigenza, che ha messo in vetrina i talenti migliori, lo sono i giocatori stessi, che si sono affermati come gruppo ma anche come singoli.

Fabrizio Biasin TMW

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: 113 motivi per temere il Barcellona e 1 solo (ma decisivo) per non avere paura. Inter: il futuro di Pioli e la scelta dei nerazzurri. Milan: 2 nomi concreti per il mercato (e l’agenda di Fassone).

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: 113 motivi per temere il Barcellona e 1 solo (ma decisivo) per non avere paura. Inter: il futuro di Pioli e la scelta dei nerazzurri. Milan: 2 nomi concreti per il mercato (e l’agenda di Fassone). Un appunto a Orsato

Da tre giorni non faccio altro che pensare ai celebri ricercatori dell’Amaro Montenegro, alla loro perseveranza nell‘individuare e mettere in salvo l’Antico Vaso. Li invidio molto, perché si danno sempre un gran daffare e cascasse il mondo non falliscono mai.
Questi signori dopo aver affrontato mille peripezie trovano sempre l’Antico Vaso, ma poi non stanno lì a tirarsela, a dire “oh, io ho trovato l’Antico Vaso, tu niente?”, semmai festeggiano in grande semplicità con litrate corpose di amaro che dispensano ad amici e conoscenti.
Vorrei sentirmi realizzato come uno dei ricercatori della Montenegro, davvero, altro che “fare il giornalista”.

Questo sfogo è rivolto a tutti quelli che “vorrei fare il tuo mestiere perché è sempre meglio che lavorare”, il ché è vero ma non sempre.
Vi racconto brevemente la mia Pasqua.
La mia Pasqua inizia venerdì Santo. Venerdì Santo molti di voi hanno lasciato le rispettive abitazioni per andare chi al lago, chi al mare, chi dall’amante. Altri sono semplicemente rimasti sul divano e hanno scritto “tanti auguri a te e famiglia” a molti conoscenti. Sono scelte.
Io no. Sono andato alla conferenza di insediamento dei cinesi del Milan. A codesta conferenza si è parlato di molte cose, nessuna che contemplasse grigliate pasquali, menu per pranzi luculliani, gite in amicizia. Si è parlato solo di “prestiti con interessi di un certo tipo”, o “protezionismo cinese” o “bilanci e mercato”. Neanche lo straccio di un amaro, insomma.
All’uscita dalla conferenza uno mi ha anche detto “stronzo giornalista” e io gli ho risposto “perché scusa?” e lui mi ha detto “non ho tempo di parlare con te, parto per il fine settimana pasquale”.
A quel punto sono tornato in redazione. Il venerdì Santo è terminato alle ore 23 circa, dopo aver scritto cose abbastanza inutili. All’uscita dalla redazione non c’era nessuno: parcheggi mediamente vuoti, poco traffico, tutti via. E uno dice “che fortuna, Milano deserta è bellissima…”. E tu: “Mah, insomma. Tu dove sei?”. E lui: “A Santa Margherita a sbocciare, son mica scemo”. E lì ti senti molto solo.
Sabato mattina mi sono svegliato presto: c’era il derby. Appena sono sceso in strada ho capito perché a Milano non c’era nessuno: erano tutti in metropolitana, linea lilla, direzione San Siro. Sulla linea lilla il regolamento impone che non ti devi lavare. Cioè, io il regolamento non l’ho letto ma tutti sapevano di agnello, forse per l’approssimarsi della Santa Pasqua. Dopo soli 50 minuti di ressa in metropolitana sono arrivato allo stadio e ho pensato “oh, saranno anche tutti al mare, al lago o con l’amante, ma io mi vedo lo straordinario derby cinese!”.
Circa novantasette minuti dopo avevo idee diverse e il telefono rovente. Amico 1: “Te la sei presa nell’Orsato eh?”. E un altro: “Ti giro via mail i dati sui bilanci della Elliott negli ultimi 10 anni. Sono molto interessanti”. E un altro ancora: “Tanti auguri a te e famiglia”. Anche in questo caso niente amari. Appena ho poggiato il telefono in tasca, uno mi fa: “Vaffanculo a te e Pioli”. Se avesse avuto l’Antico Vaso tra le mani me l’avrebbe spaccato certamente in testa, quindi ho scelto di accelerare il passo verso la redazione.
La giornata è passata tra prese per il culo oratoriali, articoli scritti a fatica, umiliazioni pubbliche, dirette tv di fianco a colleghi che non te la fanno pesare, tipo Mauro Suma. In compenso, tornato a casa, ho trovato subito parcheggio (“che bella Milano quando tutti sono via e tu, fortunato, puoi goderti la pace e il silenzio offerti da questa straordinaria città”. Sì, vaffanculo a te e ai tuoi cari).
La domenica di Pasqua è trascorsa tra pranzi in famiglia a dover fronteggiare attacchi pallonari (“Icardi è una sega”, “Per me no”, “Icardi è un fallito”, “Per me no”) e allegati molto maturi ricevuti su WhatsApp tipo teste di Zapata che escono dall’uovo di Pasqua o foto di Orsato che intima a Gesù di non uscire dal Sepolcro al grido di “non ancora! Conto fino a cinque!”. In serata consueta diretta tv a parlare di calcio e di Icardi (“che è una sega”, “per me no”, “è un problema”, “per me no”), quindi comodo parcheggio sotto casa perché, ovviamente, non c’era un cazzo di nessuno.
Lunedì tipica gita di Pasquetta? No, redazione fino ad ora, ovvero le 23. In compenso tra breve tornerò a casa e non troverò parcheggio a causa del “grande rientro” e di quelli che “beato te che ti sei goduto la Milano deserta, certi silenzi che solo la città sa dare. A proposito, sono stato su Marte, quanto è finito il derby?”. Ed è proprio in questi momenti che pensi a come sarebbe bello vivere nella comune della Montenegro, là insieme ai ricercatori che con la scusa di ‘sta fava di Antico Vaso se ne fottono di Orsato, dei parcheggi, della linea lilla e passano intere giornate perennemente strafatti di amaro zuccherino. Credete a me, quelli sì che hanno capito tutto.

QUI INTER
L’Inter ha perso, anzi pareggiato, ma conta davvero poco. Quello che è successo nel finale del primo derby cinese stronca ogni velleità a qualsiasi livello: inutile parlare di classifica, prospettive, inutile provare a ragionare.
Il gol di Zapata condanna una squadra certamente immatura e stravolge ogni analisi. Se Orsato avesse fischiato al 96’: “Che bravo Nagatomo, una partita di grande applicazione la sua!”.
E, invece: “Ma che cazzo gioca a fare Nagatomo che è un pippone?”.
Se Orsato avesse fischiato al 96’: “Oggi bene Kondogbia, gran ruba palloni nel momento di difficoltà!”.
E, invece: “Kondogbia 40 milioni buttati al cesso”.
Se Orsato avesse fischiato al 96’: “Dai, finalmente Pioli ha vinto uno scontro diretto, a momenti Biabiany fa il gol del 3-1, comunque la squadra ha dimostrato che segue ancora il suo allenatore”.
E, invece: “Pioli cazzo ha messo Biabiany? Doveva entrare Gabigol! Tecnico incapace, fuori dalle balle, non regge la pressione”.
Tutto giusto, in fondo contano i risultati, non i “se”.
A meno di un finale di stagione miracoloso Pioli lascerà il posto a “un big”, uno di quelli che “garantiscono i risultati”. Tipo Mancini, per dire, che poi è diventato “quello da cacciare”. O tipo De Boer, che dopo 15 giorni si è trasformato nel “problema”.
Ecco, molti mi scrivono “cazzo difendi Pioli? Cazzo difendevi De Boer?”. A questi rispondo facendo notare che non difendo Pioli oggi, così come non difendevo De Boer ad ottobre. Il sottoscritto, banalmente, prova a difendere l’Inter dall’isterismo di chi appena capisce che non potrà esultare per una qualche vittoria, trova nell’attacco al tecnico un’alternativa alla noia. Senza un minimo di equilibrio anche il prossimo allenatore finirà sulla forca come è successo a tutti i precedenti. Tutti tranne Mourinho, che ha avuto la lucidità di andarsene da vincente.
L’Inter era ed è una squadra con ancora troppi difetti, ma anche qualche punto fermo. Icardi, per esempio. Anche con lui si va “sull’altalena”. Si è passati dal definirlo “sopravvalutato e assetato di denaro” a considerarlo “unico degno”. Tutto per quel legittimo minuto e mezzo in più di recupero concordato da un arbitro assai autorevole.
Ecco, Orsato. Bravo, bravissimo. Lo dicono tutti e in fondo è davvero così. Solo che a volte l’eccesso di “autorevolezza” rischia di trasformarsi in pizzico di “arroganza”. L’arbitro non deve essere “amico dei giocatori” ma neppure “maestra isterica delle elementari”. L’Inter ha pareggiato il derby per colpa sua (e questo va detto ad alta voce), ma certe decisioni (il mancato rosso a Locatelli per fallo su Nagatomo, la scelta di rendere “effettivo al millesimo di secondo” il tempo di recupero) sono buoni argomenti per chi crede che il regolamento del gioco del calcio sia al giorno d’oggi decisamente “imperfetto” perché troppo “interpretabile”. E se il regolamento è “interpretabile” il capitano di una squadra ha diritto di chiederti “perché?” e tu hai il dovere di non dire “conto fino a 5”. Il rispetto è legittimo, ma è giusto che sia reciproco.

QUI MILAN
E closing fu. Sapete già tutto perché per una volta non si tratta di “fidarsi di giornalisti o amici degli amici”, bensì di ascoltare direttamente chi ha in mano le sorti del club.
Fassone ha parlato ed è stato certamente molto chiaro.
Ora, si può decidere di iscriversi a due partiti. 1) Quello di coloro che si fidano. 2) Quello di coloro che non si fidano.
Partiamo da “quelli che si fidano”.
A loro, Fassone ha raccontato di un presente ricco di impegni: appuntamenti con Montella per decidere “come impostare il Milan”, con Raiola per parlare del rinnovo di Donnarumma, con le banche per pagare i debiti della stagione in corso, con i giocatori su cui puntare per il futuro e i rispettivi club per “quagliare”.
Sappiamo che già 4 profili sono stati “sondati”. Si fanno i nomi più disparati: da Luiz Gustavo a Benzema, Morata, Aubameyang. Qualcuno dice persino Vidal. Ecco, l’obiettivo sbandierato (“il ritorno in Champions nella prossima stagione”) ha già scatenato quelli che “associamo ogni tipo di nome ai rossoneri, così se arrivano saremo stati bravi noi, viceversa avranno illuso loro”. Tutto molto “comodo”, insomma.
Chi scrive non ha certezze sui nomi, ma sa due cose: 1) se il closing fosse arrivato a dicembre, Fassone e Mirabelli avrebbero avuto chance di arrivare a Fabregas. 2) Kovacic è un nome che interessava in passato e interessa ancora. Stop.
E veniamo a quelli che “non si fidano” e “tutto andrà malissimo”. Ecco, ai disfattisti a prescindere diciamo che, forse, questo, non è davvero il momento di "dubitare", semmai di continuare a "capire" e fare domande senza inutili preconcetti. Ma se invece di fare domande si procede solo per sentenze ("finirà tutto malissimo!”) allora si continuerà a raccontare una “storia imperfetta”.
Avevi paura che il closing non arrivasse e che tutto sarebbe andato a farsi benedire? Hai quantomeno esagerato nelle tue valutazioni. Pensi che ora il destino sia quello che tutto finisca nelle mani dei cattivissimi signori del fondo Elliott? Chiedi, e ti spiegheranno qual è il loro disegno (fiducia nel fatto che in Cina allenteranno il “protezionismo”, possibilità di farsi anticipare dalle banche i quattrini relativi ai futuri diritti tv - la cosiddetta “cartolarizzazione” -, possibilità di quotare il club in Borsa, volontà di investire da subito ingenti somme sul mercato…). Il fatto che siano tutte questioni noiose e un po’ complicate (ahimè, lo sono) non significa che per forza nascondano misteri e cattive intenzioni.

QUI JUVENTUS

Domani è il giorno del “partido”, in realtà più per gli avversari che per la Signora. Il Barcellona ci prova: stuzzica, “spaventa”, intimidisce, ma dall’altra parte trova una squadra pronta alla sfida. Al Camp Nou Luis Enrique apparecchierà un 11 iper-offensivo, con 8 uomini “d’attacco” e 113 gol stagionali complessivi in campo.
Allegri fa spallucce e ha le idee chiarissime: niente barricate, volontà di fare gol e zero paura. Il coraggio, in particolare, deriva dalla capacità del tecnico toscano di “capire le partite”. Se ci sarà da soffrire la Juve sarà pronta a farlo così come è successo a Napoli in campionato, quando i bianconeri dopo essersi resi conto che sul piano del palleggio Sarri avrebbe dettato legge, si sono messi con pazienza a difendere. Che poi è la cosa che riesce meglio alla Signora da un lustro a questa parte.

Saluti e baci, se avete ancora tre minuti vi lascio con una favola meravigliosa, il racconto di un calciatore che “era fottuto”… e ora invece no (Efisio Collu per ilsensodelgol. Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

Se è scritto che deve arrivare, la gloria prima o dopo arriva. Solo, non dove te l'aspettavi te.

Prendi per esempio la storia di Nick Powell, fumigante esterno del Cheshire classe '94.

A diciott'anni è in cima al mondo. Ha fatto una stagione assurda in League Two col Crewe Alexandra, culminata in una bomba sotto l'incrocio da fuori area in finale play-off. E' arrivato lo United coi soldi in bocca - 6 milioni di sterline, non banane - e se lo è portato via di peso. Sui giornali esce che Ferguson stravede per lui, che sarà il nuovo Scholes, che al settore giovanile non ne vedevano uno così dal famoso '92. Pronti, via e lo buttano dentro: 15 settembre 2012, in casa col Wigan (il Wigan segnatevelo perché è importante), cambio al 71': fuori Giggs dentro Powell. Il quale Powell, ovviamente, non impiega che qualche minuto a segnare. Finisce 4-0, vai con la festa.
Fin qui la roba bella. Perché da lì Powell smette di vedere il campo e procede a trascorrere il resto della stagione tra panchina e tribuna. Perché quel gol finirà per essere l'unico segnato in quattro anni di contratto con lo United. Nella bellezza di nove presenze tra campionato e coppa con la maglia dei Red Devils. Perché per il resto il tabellino del carriera del nuovo Scholes reciterà: un anno di prestito al Wigan (risegnatevelo) così così; un anno al Leicester disastroso; un anno all'Hull peggio che al Leicester. Un'altra storia di un altro predestinato che un'altra volta a fare il salto non ce l'ha fatta.

E arrivi a a giugno 2016, scadenza del contratto con lo United, la società non rinnova. Arrivederci. A nemmeno ventitrè anni, Powell è un ex giocatore sul mercato degli svincolati. Sembra che debba andare al Wolverhampton, ma niente. Poi pare lo stia per prendere il Blackburn, ma niente. A un certo punto si vocifera di un ritorno di fiamma dell'Hull, ma niente. Finché alla fine non spunta fuori - indovinate - il Wigan, che deve fare la lotta salvezza in B e non è che può permettersi di andare tanto per il sottile. Lo prende a zero, gli fa un triennale e via. I tifosi non la prendono benissimo. E tutti i torti si dimostrerà che non li avevano, dato che Powell al giro di boa della stagione si presenta con il non esattamente terremotante score di quindici presenze e una rete.

Dopodiché si rompe. Guaio muscolare in coppa col Nottingham Forest a gennaio, stagione finita. Per rendersi conto di quanto modesto risulti l'impatto della tegola sul Wigan, basti dire che la dirigenza - dopo avere brevemente accarezzato l'idea di rimpiazzarlo prendendo dalla Lazio Ravel Morrison, altro notevole esemplare di predestinato venuto male - decide che non vale la pena nemmeno di sostituirlo. Anche perché nel frattempo la stagione si è messa male: lo spettro della retrocessione incombe, e ci sono emergenze più urgenti da tamponare se si vuole provare l'impresa impossibile.

Senonché Powell si mette sotto. Cure, fisioterapia, riabilitazione: in nemmeno tre mesi è abile, arruolato e convocato. A far numero in panchina, ma sempre meglio di niente.

8 aprile, Wigan in casa col Rotherham. Al 74' sta 2-2, e la panchina del Wigan chiama il cambio. Fuori Gilbey, autore del gol del pareggio, dentro Powell. Il pubblico non gradisce e rumoreggia. Non sanno che da lì a una ventina di minuti ci sarà da rumoreggiare sul serio: il Wigan fa il 3 a 2 al novantasettesimo, gol di Powell.

13 aprile, Wigan in casa col Barnsley. All 66' sta 0-2, e la panchina del Wigan chiama il cambio. Fuori Obertan, dentro Powell. Il pubblico nemmeno rumoreggia perché cosa vuoi rumoreggiare a questo punto. Non sanno che negli undici minuti che seguono dovranno prendere fiato e rumoreggiare non una, non due ma tre volte. Perché Powell pianta dentro una tripletta da maratona di pippe (nell'ordine, punizione fortunosamente deviata, tap-in su goffo intervento del portiere, rigore assai dubbio: paginone di Playboy scansate) e regala la vittoria alla squadra, rilanciandone potentemente le ambizioni salvezza.

Da reietto che era, Powell diventa un eroe nazionale in divenire, e c'è da stare sicuri che da qui a fine campionato il posto in squadra non glielo leva nessuno. Poi si vedrà. Hai visto mai che a diventare davvero il nuovo Scholes si fa ancora in tempo?

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: l'ora del Barça e la scelta (imprevedibile) di Allegri. Inter: il giusto processo, un responsabile e troppi "infiltrati". Milan, ecco il closing: ci sono 10 cose da dire (e 4 arrivi dal mercato...). Napoli: ma Ins

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: l'ora del Barça e la scelta (imprevedibile) di Allegri. Inter: il giusto processo, un responsabile e troppi "infiltrati". Milan, ecco il closing: ci sono 10 cose da dire (e 4 arrivi dal mercato...). Napoli: ma Insigne?

Eccoci. A un paio di mesi di distanza mi tocca riproporre “l’angolo delle markette”, ovvero “fatevi pubblicità aggratis alla faccia di Tmw”, ché in tempi di magra tutto fa brodo.

1) Partiamo con Andrea Negro, cantautore contemporaneo.
Dunque, Andrea Negro mi scrive da mesi. Il suo ultimo album, L’Alieno, è una bellezza, ovviamente lo scriverei anche se non lo pensassi. Trovate il singolo a questo link: http://www.deezer.com/album/14247282
Dialogo con Andrea Negro. Due mesi fa: “Ciao Fabrizio, faresti una recensione a L’Alieno?”. Io: “Ok, vai tranquillo”. Un mese fa: “Avevi promesso, fai ‘sta cazzo di recensione?”. Io: “Giuro”. Settimana scorsa: “Ooooooohhhh infame, la recensione!”. E quindi ecco qui il singolo.
Non giudico perché io di musica (come di calcio del resto) non capisco una fava, ma lascio a voi.
Ps. Le parolacce ovviamente le ho aggiunte io.

2) Fra Luca Santato
Fra Luca Santato è un missionario, una persona seria. Non mi ha chiesto assolutamente nulla, diciamo che per una volta sono io che provo a fare qualcosa di utile.
Mi ha scritto così:

“Carissimo signor Fabrizio Biasin,
sono un frate cappuccino missionario in Mozambico, le scrivo per ringraziarla del suo editoriale che settimanalmente leggo sul sito Tuttomercatoweb.
Vivendo in Africa ho praticamente perso gran parte dei miei appuntamenti sportivi visto che il calcio mi è sempre piaciuto fin da piccolo, ma volentieri leggo il suo articolo per aggiornarmi con la sua ironia e puntualità sulle vicende calcistiche italiane, ogni tanto riesco a trovare qualche video su youtube dove si raccontano le puntate del programma calcistico dove anche lei è ospite.
Io personalmente tifo per la Juventus ma mi è sempre piaciuto tutto il calcio. La ringrazio perché leggere ciò che scrive è un modo per sentirmi più vicino all'Italia.
Arrivederci e scusi del disturbo.
Fra Luca Santato, frate cappuccino italiano originario di Verona.

Gli ho detto, come un pirla: “Grande Fra, dimmi come butta in Mozambico!”. E lui, tra le altre cose, mi ha risposto così: “Lo Stato del Mozambico è grande tre volte l’Italia, è un Paese molto povero e si sta lasciando alle spalle una guerra civile molto sanguinosa. Tra i vari lavori che cerco di svolgere qui c'è quello degli orfanotrofi. Purtroppo troppi bambini orfani o abbandonati in condizioni di salute molto gravi tipo già piccolini con l'Aids. Ora vivo nella città di Quelimane, è il capoluogo della Zambesia. Ma dalla settimana prossima andrò a vivere a Milange al confine con il Malawi. Anche lì noi frati teniamo un orfanotrofio e un scuola agraria per i ragazzi del posto. Ti aggiornerò volentieri anche con foto.

E io: "Fra, caccia il link di un sito che magari qualcuno si interessa e vi dà una mano".
E lui: "Non ce l'abbiamo".
Cioè, capite? In un mondo dove il "numero verde" non si nega a nessuno questi sono talmente "sani" che non provano neanche a chiedere un euro.
Troveremo il modo

3) Carlo Tinanzi
Carlo: “Posso mandarti una lettera per Suning?”.
Io: “Prego, ma io mica lo conosco”.
Carlo: “Basta che la pubblichi”.
Io: “Va bene, non mettere parolacce però”.
Carlo: “Caro Suning, avevi detto che riportavi l’Inter nel mondo. E io vedo ancora Nagatomo. Caro Suning non dire le cazzate. Caro Suning avevi detto che vincevamo tutto e abbiamo perso a Crotone. Non mi prendere per il culo Suning, perché io pago il biglietto e ho l’abbonamento delle televisioni a pagamento. Pioli è un provinciale. Basta con i Santon e questi, prendi i campioni. Devi fare il repulisti, altrimenti non andremo d’accordo. Caro Suning, se io comando all’Inter vedi come trottano al derby. Con immutata stima”.

Ha mantenuto la promessa: niente parolacce.

QUI INTER

È tutto uno schifo, mi pare evidente. Ma è molto facile anche ottenere consenso: basta scrivere, appunto, “è tutto uno schifo”. Fanno schifo i giocatori che non si impegnano, l’allenatore che non li stimola, i dirigenti che non c’hanno capito niente.
Lo scrivono in tanti, anzi, quasi tutti, e quindi è certamente così.
Fanno schifo tutti, anche io. Io che quando (raramente) si vince me la tiro assai e “ABBIAMO vinto” e quando invece si perde “SONO tutti stronzi”. Molto comodo.
Comodo anche limitarsi ad analizzare il “giorno prima” e dimenticarsi quello che si diceva/scriveva anche solo un mese fa. Dopo il 7-1 all’Atalanta erano tutti belli e bravi, da confermare e baciare. Oggi sono tutti da rinchiudere, uno soprattutto: Pioli.
È normale, funziona così da che mondo e mondo, e infatti non ci si deve stupire. Le sconfitte con Samp e Crotone non si possono e non si devono dimenticare, l’atteggiamento della squadra neppure, e il processo è cosa buona e giusta. Ma, forse, bisognerebbe guardare le cose “a più ampio raggio”: il peccato originale di questa maledetta stagione non è stato commesso allo “Scida” di Crotone, semmai l’estate scorsa. Società ed ex tecnico, per un milione di motivi e reciproche responsabilità, decidono di temporeggiare e così facendo mettono una zavorra enorme alla stagione: mentre gli altri rifiniscono la preparazione, l’Inter sceglie il nuovo allenatore.

Il resto sono (soprattutto) “conseguenze” che a suo tempo hanno impedito a De Boer di organizzare il suo lavoro (magari con un mercato diverso) e oggi non permettono a Pioli di vivere con meno isterismo il momento difficile.
Pioli ben lo sapeva: doveva essere perfetto per evitare il massacro, è stato solo “bravino”.
Ora parte la caccia alle streghe: c’è chi dice che almeno 7 tecnici siano in lizza per la panchina, c’è chi giura che lo spogliatoio sia diviso tra “clan degli italiani” e "altri" (il clan degli italiani! Un inedito clamoroso!), c’è chi vuole la testa di Ausilio, chi quella di Zanetti, chi quella di Icardi, chi quella di quattro o cinque giocatori a caso. Signori, sapete che c’è? È normale e comprensibile, del resto funziona sempre così: è normale che siano tutti incazzati, è normale che si spediscano i pelandroni in ritiro, è normale che si pretenda una reazione sabato nel derby, è giustissimo che si definisca fallimentare una stagione che doveva riportare i nerazzurri in Champions League e al momento non contempla neppure l’Europa “dei piccoli”.
È tutto normale, o quasi. Quello che non è normale è che nel momento più difficile della stagione ci sia chi, tra gli ex, invece di “sostenere” (o anche solo “tacere”) infierisca sul cadavere nerazzurro per risolvere antiche questioni personali. Ecco, questo no, non è normale. Le divisioni interne sono l'antico male in casa nerazzurra, chissà che Zhang non trovi presto rimedio a colpi di bastone (in senso figurato, per carità).

QUI MILAN

Inutile perdere tempo, legittimo attivare ogni tipo di scaramanzia: il famigerato closing è distante solo qualche ora (ufficiale la data del 13).
Direte voi “era così anche a dicembre e pure a marzo”. Avete ragione. Per questo utilizzeremo tutti i condizionali del caso, pur in un quadro che ci raccontano essere “privo di nubi all’orizzonte”.

Saremo didascalici e, come sempre, riporteremo quel che abbiamo raccolto (che non è verità assoluta, ma neppure “cazzate a caso buttate là”).

Ieri Han Li era a Milano. Si è incontrato con i vertici Fininvest e ha offerto rassicurazioni sul completamento di tutti gli step fino al closing.
In contemporanea ad Arcore andava in scena il classico pranzo Berlusconi-Galliani. I beninformati hanno medie certezze: il patron, pur lusingato, dirà no all’offerta dei cinesi di accettare il ruolo di presidente onorario. L’idea di “esserci senza poter incidere” non lo attrae.
Con l'addio di Berlusconi, il ruolo di presidente dovrebbe essere preso dallo stesso Yonghong Li.
Fassone continua a lavorare senza sosta per analizzare ogni riga di ogni singolo foglio ed evitare “inciampi” dell’ultim’ora. L’ultima settimana è stata vissuta dal futuro ad sul doppio fuso Cina-America ed è servita per sistemare ogni dettaglio.
I documenti necessari per rispettare le norme antiriciclaggio sono completi.
Giovedì ad Arcore sono previste le firme che definiranno il passaggio di consegne, venerdì la conferenza stampa ufficiale

Quindi il “campo”
A partire dalla prossima settimana Fassone e Mirabelli parleranno con Montella per "conoscersi ufficialmente" e definire le linee da seguire al prossimo mercato.
Dei 303 milioni prestati dal fondo Elliott, 120 serviranno per gestire la prossima stagione: 70 per le spese “vive”, 50 per il mercato. "Solo 50?", diranno giustamente i più. Nelle testa di chi gestirà acquisti e cessioni c’è l’intenzione di far “fruttare" i 50 con acquisti "rateizzati" (un po' come accadde all'Inter nel periodo-Thohir).
Quattro giocatori sono già stati individuati e verranno sottoposti al tecnico Montella. Mi piacerebbe potervi dire i nomi, ma col piffero me li hanno riferiti. La certezza è che 4 profili per altrettanti posti da titolare sono stati "selezionati".
Da settimana prossima le priorità saranno i rinnovi dei contratti in scadenza nel 2018, Donnarumma su tutti.

Mancano solo poche ore e sapremo. Questa che per qualcuno è stata una "guerra mediatica" tra chi tifava per il "si farà" e chi diceva "son tutte cazzate" è in realtà il passaggio di consegne più importante della storia del calcio italiano. Arrivano i cinesi con le loro idee e speranze (in particolare quella che il governo cinese allenti nel breve periodo il famoso "protezionismo"), se ne va il presidente che più di tutti ha fatto la storia del calcio in Italia: 29 trofei in 31 anni non sono davvero uno scherzo.

Ps. Esiste anche un undicesimo punto assai "pepato" e intrigante, ma di questo scriveremo settimana prossima, promesso.

QUI JUVE
Chi sogna legittimamente nuovi trionfi al momento è la Juve, ma chiariamo subito una cosa. Sbaglia chi dice che la Signora è obbligata a vincere la Champions per giustificare l'acquisto Higuain. L'acquisto del Pipita è stata una grande operazione, finanziata dalla cessione di Pogba tra l'altro, ma il divario finanziario con i migliori tre o quattro club d'Europa resta. I bianconeri oggi occupano il posto che spetta loro in Europa, ora dipenderà tutto dalla squadra che scenderà in campo. E dalla voglia di rivalsa dopo la beffa di Berlino. Chi scrive pensa che il salto di qualità di questa squadra dipenda soprattutto dal suo allenatore e dalla capacità dello stesso di "gestire le emozioni". La Juve capitata tra i grandi "quasi per caso" due anni fa, ha lasciato spazio a una squadra convinta dei propri mezzi.

Le parole del tecnico («non rinuncio ai 4 attaccanti») completano un percorso fatto di partite vinte sul campo e crescita fuori. La Signora rispetta il Barcellona ma lo guarda dritto negli occhi: sconfitte e remuntade trovano terreno fertile solo tra chi ha paura.

QUI NAPOLI
Chiudiamo con il Napoli di Sarri che, annichilita la Lazio dei miracoli, s'è assicurato la prossima Champions League. È un altro capolavoro di Sarri, capace di salvare la stagione nonostante il ko di Milik, e poi di farci credere che gli azzurri avrebbero potuto giocarsela persino con il Real Madrid. Il bel gioco è il punto di forza di questa squadra, ora però il tecnico è a un bivio: accontentarsi di strappare applausi o provare a fare di più.
Saper vincere male, giocando partite magari brutte ma efficaci contro le piccole: se la sua squadra crescerà anche in questo e se De Laurentiis avrà il coraggio di rinforzarne la rosa (a proposito, rinnovare questo Insigne non è una possibilità, ma un obbligo), l'anno prossimo si potrà parlare davvero di un Napoli in corsa per lo scudetto.

Fine. Pepito Rossi si è fatto male. Nel nostro piccolissimo, su Facebook, abbiamo raccontato perché – e per qualunque squadra si tifi – domenica ci siamo fatti male un po' tutti.
(Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

L'anno scorso insieme a un manipolo di ubriaconi ho assistito a Levante-Real Sociedad.
Una partita di merda che non vi dico tra una squadra a metà classifica (Real) e una praticamente spacciata (il Levante, poi retrocesso).
Per 90 minuti i tifosi di casa osannarono un italiano arrivato tre mesi prima per provare a realizzare un miracolo.
"Ros-si! Ros-si!", neanche fosse Valentino.
E lui, guarda un po', fece gol.
La cosa che neppure la maledetta iella potrà mai togliere a questo ragazzo è che ovunque sia stato ha ricevuto gli onori riservati ai più grandi.
E questa, converrete, è cosa rara.
Prenditela con calma Pepito, non devi più dimostrare niente a nessuno.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: attenti al piano di Allegri (e a chi lo odia). Inter: svanisce il sogno, al via i processi (ma dalla Cina Ausilio torna con tre nomi). Milan: due novità verso il closing (e una pacca a Gigio). Napoli: l’idea di Sa

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: attenti al piano di Allegri (e a chi lo odia). Inter: svanisce il sogno, al via i processi (ma dalla Cina Ausilio torna con tre nomi). Milan: due novità verso il closing (e una pacca a Gigio). Napoli: l’idea di Sarri per la Coppa


Arieccoci amici della facile-lettura. So che molti di voi in questo momento sono bei sereni sulla tazza. Me lo scrivete in tanti: “Ti leggo al cesso, non offenderti”. Questa per me è davvero una grande soddisfazione. Tirate l’acqua, da bravi.

Ma ci sono cose molto più importanti che non possono essere ignorate.

La fame nel mondo? No, il caso Volpe-Magalli.

La Volpe ce l’ha con Magalli. Magalli non ha rispetto per la Volpe. Se non sapete di cosa stiamo parlando siete persone sane, meglio per voi.

Il dato di fatto è che le cose cambiano a seconda del “punto di vista”.

Prendete Paletta-Donnarumma. Da 24 ore il Paese si è diviso. “Ha ragione Donnarumma, non si passa il pallone nello specchio della porta, te lo insegnano nei Pulcini!”. “No, ha ragione Paletta: Donnarumma piede a banana!”. Son problemi.

Oppure Napoli-Juve e “l’accoglienza in città”. Ci si divide. “Bravi i napoletani, solo fischi e sfottò ma nessuna esagerazione!”. E dall’altra parte: “Che vergogna il pullman che deve cambiare strada! Che vergogna la Juve che non riesce a fare la rifinitura pre-partita! Che vergogna tutto!”. Punti di vista.

O i cinesi del Milan. “Sono dei truffatori merdosi!”. “No, ci salveranno dalla dittatura berlusconiana!”. Ognuno la pensa come vuole, tutti hanno la verità in tasca.

E sapete che c’è? Va bene così. Si chiama “diritto di fare e pensare ciò che ci pare nel rispetto della libertà altrui”.

Solo che a Milano c’è il Salone del Mobile. Che non è un grosso magazzino con dei divani, ma una specie di mostra di cose molto moderne e alla moda per persone di un certo livello. E poi c’è il Fuorisalone, che è un insieme di feste e festicciole legate al Salone, che ti consentono di ubriacarti molto con la scusa della “serata molto chic alla quale non potevo mancare”.
Ebbene, noi “poco alla moda” non siamo invitati a codeste feste, ma osserviamo con grossa invidia chi vi partecipa.

Ecco, ieri in centro a Milano ho visto un uomo con la gonna. E voi direte: “Che male c’è, siamo mica nel Medioevo”. Avete ragione, solo che mi sono sincerato e ho scoperto che no, costui non era scozzese. Era solo un “uomo con la gonna”.

Ora, voi direte “minchia che bigotto Biasin” e forse avete ragione, ma io proprio non ce la faccio. Per intenderci, mi reputo uno del genere “vivi e lascia vivere”, ma l’uomo con la gonna non lo capisco.

Perché metti la gonna, uomo? Per essere alla moda ed entrare alle feste del Fuorisalone? Per essere ben refrigerato lasssotto? Per attirare l’attenzione? Non capisco.

Decisamente frastornato ho chiesto alla mia collega esperta di moda. E lei: “Che male c’è? Siamo nel 2017. Il problema non è lui che metta la gonna, ma tu che ne parli”. Mi son messo riflettere sulla questione, ma poi è iniziata Inter-Sampdoria.

QUI INTER

Alla fine il castello è crollato. L’Inter perde con la Samp, dice addio alle residue speranze di arrivare al terzo posto e innesca tutta una serie di “processi” che Biscardi ci farebbe 34324 puntatone.

“Icardi non può sbagliare certi gol, pensa troppo alla Wanda!”. “Pioli l’avevo detto che era inadatto!”. “Gabigol perché non gioca, con lui in campo sarebbe cambiato tutto!”. “Via tutti, dentro altri!”.

Un grande classico.

Ci si meraviglia? Neanche un po’. Funziona così da che mondo e mondo.

La sola consolazione per i nerazzurri è legata a Zhang e alla sua voglia di emergere (ne scriviamo in fondo all’editoriale).

Sappiamo che Ausilio è stato a Nanchino, sappiamo che in Cina ha presentato alla proprietà una lista di giocatori “che piacciono” (i nomi sono noti: Manolas, Ricardo Rodriguez e Berardi i favoriti) e un’altra di “sacrificabili”. Sappiamo che ha elencato a chi ha il grano le caratteristiche di coloro che potrebbero arrivare e i relativi costi di massima; sappiamo che l’intenzione del patron cinese è quella di accontentare il più possibile allenatore e tifosi, ben sapendo che prima si dovrà convincere l’Uefa a ridiscutere i paletti del fair-play.

Si può fare? Sì, si può, ma il dato di fatto è che in questo momento tutti sono concentrati proprio sull’”allenatore”. Oggi è il giorno del “tutti tranne Pioli”, si parlerà di Conte, Simeone, salteranno fuori altri nomi (è scontato) e nessuno aspetterà un secondo in più per impiccare “il traghettatore”. Funziona così, almeno tra quelli che non riescono a vivere il calcio per quello che è.

QUI MILAN

Si parla molto dell’errore di Donnarumma e la verità è che la questione non è “ha sbagliato Gigio, anzi no Paletta”, semmai “ma non avete proprio nulla di cui parlare?”. L’errore di Pescara non cambierà di una virgola la carriera del portiere rossonero, destinato al meglio per concessione divina. L’inciampo, semmai, certifica un fatto: se Donnarumma non è perfetto, il Milan rischia di non portare a casa i tre punti.

Un dato di fatto piuttosto stucchevole se si pensa che anche i più talebani sanno perfettamente che il Milan ha i suoi problemi, ma nessuno con cui prendersela (almeno in campo).

Si aspetta il 14 aprile, forse il 13. Che poi è il giorno dell’arcinoto closing. Sappiamo che i soldi per completare il passaggio di consegne ci sono, sappiamo che il prestito da 303 milioni stanziato dal fondo Elliott contempla anche i quattrini necessari per gestire la prossima stagione.

Sappiamo altre cose? Sì. I negativi a prescindere disegnano scenari apocalittici del genere “Mister Li non troverà il denaro per ripianare il debito contratto e il Milan verrà svenduto al mercatino delle pulci”. Ci può stare, così come ci può stare che dall’alto discendano le bibliche cavallette e per tutti noi siano cazzi amari.

Domanda: se uno chiede un prestito da 300 milioni è viene dipinto come un “gran furbo” è più facile che sappia quello che fa o che abbia scelto di suicidarsi, economicamente parlando? Staremo a vedere.

Il dato di fatto è che la “macchina del closing” è ben avviata ma (visti i precedenti) va seguita metro dopo metro. Ad oggi sappiamo che non esiste alcun paletto nell’accordo Li/Elliott per quanto riguarda acquisti e cessioni (il futuro patron e i suoi collaboratori potranno decidere in libertà), conosciamo il nome di una possibile nuova colonna del cda (Paolo Scaroni, ex Eni) e confermiamo che lo stesso fondo americano non imporrà alcun nome al cda stesso.

La convinzione di Li (e quella di molti altri investitori suoi connazionali) è quella che nel breve/medio periodo il protezionismo cinese lascerà spazio al libero mercato, con conseguente ritorno dei “famosi” investitori che non si sono – come dice qualcuno – “sfilati”, semmai restano “congelati”. Ma siccome il rischio è sempre quello di eccedere “dall’altra parte” (troppo ottimismo), continuiamo ad affidarci alla logica: Li non spenderà fantastiliardi da subito, ma investirà nell’ottica di un miglioramento costante che gli possa consentire di fare quello che vuole fare, ovvero un affare (quotazione in Borsa, cessione “alla Thohir"). Quanto romanticismo “alla Berlusconi” c’è in tutto questo? Zero, neanche un briciolo. Quanta, invece, è l’“elettricità” legata al cambiamento? Tanta, o almeno quella sufficiente per decidere di non guardare più indietro.

QUI JUVE

Nella logica manzoniana del “dagli all’untore” è ovviamente ripartito il processo ad Allegri, allenatore indegno. Il pareggio di Napoli non è passato come “dimostrazione della capacità del tecnico di sapersi adattare alle situazioni”, semmai come “prova della sua piccolezza”. Che poi è la piccolezza del tecnico che in Europa ha i numeri migliori di tutti. Quelli del possesso palla o dei tiri fatti? No, quelli relativi ai punti in classifica, ovvero i più importanti.

Dire "se la Juve gioca così, contro il Barcellona sono cazzi suoi" è – perdonate la volgarità - una puttanata, perché ogni partita da che mondo e mondo è diversa dall’altra.

Riuscire a portare a casa il risultato nelle difficoltà è dimostrazione di grandezza, così come “dimostrazione di maturità” è quella dei tifosi che capiscono “i momenti”. La Juve che ha faticato a Napoli sarà diversa da quella che tornerà a Napoli domani e sarà ancora diversa da quella che giocherà prima con il Chievo e poi con il Barcellona. Il periodo degli “scontri diretti” e delle partite ogni tre giorni da che mondo e mondo ci consente di distinguere i tecnici bravi da quelli eccellenti: la storia insegna che Allegri raramente sbaglia. Se invece l’obiettivo è giocare sempre come gli Harlem Globetrotters beh, scusate, ma per quello hanno inventato la playstation.

QUI NAPOLI

Quindi il Napoli, bellissimo domenica al San Paolo ma non per questo appagato. L’errore in questo momento sarebbe quello di dire “siamo i più belli”, che è stra-vero per quello che si è visto sul campo (che squadra ragazzi…), ma conta nulla se al gioco non si associano i risultati. Sarri lo sa, per questo sarà contento solo in caso di impresa nella sfida-bis di Coppa Italia.

Chiudiamo baracca con un’ultima segnalazione. Ieri il patron interista Zhang ha acquistato i diritti tv 2018-2023 della Bundesliga per il mercato cinese. Ha speso 235 milioni di euro, due spicci. È solo una delle tante cose che ha fatto negli ultimi 365 giorni, ovvero da quando sono uscite le prime voci di un suo interessamento alle faccende interiste.

Buona lettura se vi va (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Ciao.

Il 5 aprile di un anno fa giornalisti molto bravi scoprivano che tale Mr. Zhang - cinese, 54 anni, sguardo austero, volendo anche un bell’uomo - era interessato all’Inter. “Come semplice partner di Thohir”, si diceva.

Si presentava come patron della Suning Commerce Group (valore aziendale: 11,7 miliardi di euro. Patrimonio personale: 7,43 miliardi di euro. Posizione nella classifica Forbes: 162° al mondo).

Col crescere delle “voci” aumentava l’eco di quelli che “i cinesi sono il male, occhio ai cinesi, i cinesi fanno fallire tutto, i cinesi puzzano, cacca e pipì”.

Benissimo. Eccoli qui i cinesi “cacca e pipì”, raccontati in maniera disordinata ma assai completa in quello che definiremo “cazzutissimo primo anno italiano di un cinese con le idee abbastanza chiare”.

Sottotitolo: “Zhang non ti assume alla partita di calcetto, meglio se gli mandi il curriculum”.

Ringraziando Claudio Savelli per la sommaria raccolta dati (molte cose ci saranno certamente sfuggite), vi invitiamo a leggere d’un fiato quanto segue, tenendo ben presente l’assunto “i cinesi sono il male, cacca e pipì”.

COSE CHE HA FATTO ZHANG IN MENO DI UN ANNO (IN RIGOROSO ORDINE SPARSO)

1) Ha investito 270 milioni di euro per l’acquisizione del 68,55% dell’Inter.

2) Ha preso in carico 310 milioni di monte debiti.

3) Ha finanziato 180 milioni per restituire il prestito a Thohir (131,6 milioni + interessi).

4) Ha speso 125 milioni per la sue prime due, semi-improvvisate, sessioni di mercato (Candreva 25 milioni; Gabigol 30 milioni; Joao Mario 45 milioni; Gagliardini 25 milioni).

5) Ha aperto il primo store ufficiale Inter-Jiangsu a Nanchino. Lì sono trasmesse le partite dell’Inter giocate in Italia alle 12.30 o alle 15 (il prossimo derby, per dire).

6) Ha lanciato la nuova app “Suning Sports” sull’iTunes cinese per diffondere news ufficiali sull’Inter.

7) Ha ideato e messo in atto la prima presentazione ufficiale di un giocatore diffusa tramite i canali social ufficiali di un club italiano (Gagliardini).

8) Ha scelto di diffondere Inter Channel in Cina attraverso PPTV (tv di proprietà Suning che detiene i diritti per la trasmissione in Cina di Liga e Premier League) e a livello globale con Infront.

9) Ha acquisito i “naming rights” dei centri sportivi Inter “La Pinetina” ad Appiano Gentile e “Interello”, rinominati rispettivamente “Suning Training Centre in memory of Angelo Moratti” e “Suning Training Centre in memory of Giacinto Facchetti”.

10) In contemporanea ha rinnovato e migliorato tutte le strutture di allenamento.

11) Ha sponsorizzato i cosiddetti “kit da allenamento” (sui quali Pirelli non possedeva l’esclusiva) con contratto di quattro anni a 15 milioni di euro a stagione.

12) Ha provveduto al rinnovo pluriennale con i seguenti sponsor ufficiali: Deutsche Bank, Kimbo, Frecciarossa, Cavit, Technogym, Radio Italia e Lete.

13) Ha stretto collaborazioni con sei nuovi sponsor ufficiali: Infiniti (automobili), Prozis (nutrizione), Keylog (servizi di pulizia), Locauto (noleggio auto), Manpower (risorse umane), Expert (vendita al dettaglio di prodotti elettronici).

14) Ha avviato una partnership con Swm Motors. Il modello di auto X7 di Swm Motors è "Official Car di F.C. Internazionale per l’area Greater China".

15) Ha sottoscritto una partnership con “TLC Corporation”, uno dei principali produttori di televisori al mondo: creazione di una linea di prodotti con marchio Inter e collaborazione pubblicitaria.

16) Ha ulteriormente sviluppato il progetto “Inter Academy”: aperti nuovi centri in Argentina (Cordoba), Giappone (Tokyo), Cina (Pechino, Nanchino, Shanghai).

17) Ha stretto un accordo con la Camera di Commercio Italiana per avviare scambi economici e commerciali tra i due paesi e offrire nuove opportunità di business per le imprese, in un quadro di cooperazione con le prime 5 imprese italiane attive nei settori food: cibo, bevande, vino, birra, olio commestibile.

18) Invitato a Verona dai rappresentanti dell'Italian Trade Commission, ha avviato una collaborazione con “Vinitaly”. In contemporanea ha già sviluppato un accordo con le distillerie Gujing per vendere in Cina vini speciali a marchio Inter.

19) Ha chiesto ed ottenuto di disputare l’imminente derby di Milano il sabato alle ore 12.30 (prime-time cinese) per conquistare un pubblico potenziale di 600milioni di spettatori nel mondo (Stracittadina più seguita di sempre).

20) Ha avviato il progetto di ristrutturazione di San Siro, in alternativa è pronto a presentare idee per un nuovo impianto ad uso esclusivo dell’FC Internazionale. E’ in attesa che qualcuno gli dia dei segnali.

Sapete quante parole ha detto Mr. Zhang mentre faceva tutte queste cose? Solo due: “Fozza Inda”.

Per questo motivo l’hanno preso per il culo.

Continuate pure.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: polemiche a raffica, un arrivo e un solo vero pericolo. Milan: la svolta, le ultime sul closing e i segreti di Mr Li. Inter: si sogna un colpo da sceicchi (ma occhio alle bufale)! Napoli sospeso tra Sarri e Higuai

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: polemiche a raffica, un arrivo e un solo vero pericolo. Milan: la svolta, le ultime sul closing e i segreti di Mr Li. Inter: si sogna un colpo da sceicchi (ma occhio alle bufale)! Napoli sospeso tra Sarri e Higuain

In quel tempo c'era la pausa per la Nazionale. E la pausa per la Nazionale portava polemiche sterili e invenzioni di mercato. E tu chiamavi i direttori sportivi e chiedevi "si parla molto di mercato, dimmi tutto!". E loro: "C'è la pausa per la nazionale, siamo in vacanza, vatti a fare un giro anche tu, ti conviene".
E allora l'ho fatto. Ho preso un volo low cost.
Sui voli low cost il volo costa poco per definizione. A volte nulla. "Vieni, te lo regaliamo, siamo buoni". E dovresti farti delle domande, ma non te le fai.
Il problema è il sottotitolo, il non detto: "Benvenuto su questo volo low cost, sappi che proveremo a fotterti dei soldi e se non ci riusciremo ti romperemo il cazzo fino alla morte".
Postulati per voli low cost
1) Non importa quanto grande o ordinata sia la tua valigia, proveranno comunque a farla passare come “bagaglio fuori misura” o “bagaglio di troppo” (“Lei ha due bagagli a mano, deve pagare”. “Ma quello che tengo nella mano destra è mio figlio Mario, 4 anni”. “Quattro anni? Peserà almeno 20 kg, qui scatta il supplemento”).
2) Non importa quanto sonno tu abbia, “loro” riusciranno a tenerti sveglio (“prova i nuovi gratta e vinci in volo! Non vinci un cazzo ma provali! Prova il toast in volo! Costa 15 euro ma ti regaliamo anche un gratta e vinci! Compra i nostri profumi, etti di salame, armi, reni, stecche di sigarette in volo! Compra qualcosa maledetto!”).
3) Non importa quale tratta tu stia percorrendo, l’assistente di volo penserà comunque di essere il nuovo Fiorello (“Ciao amici! Un applauso al comandante che ha appena superato l’esame dall’oculista ahahahahahha!”. Nessuno ride. “Non ridete? E allora faccio partire il nastro del gratta e vinci”. E lo fa partire davvero).
4) Non importa quale posto ti abbiano assegnato, in quella zona si congelerà (“Mi scusi, qui fa molto freddo, si può fare qualcosa?”. “Sì, le posso portare un plaid, lo vuole?”. “Grazie, che gentile!”. “Fanno sette euro”. “Ma, come… Allora no…”. “Ci metto sopra anche un gratta e vinci in volo. È chiaramente un affare”. “No grazie, non insista”. “Benissimo, le serve un rene?”).
5) Non importa che atterraggio di merda abbia concluso il comandante, ci sarà sempre un minchione pronto a far partire l'agghiacciante "applauso al comandante". Forse perché è gratis.

E comunque, nonostante tutto, grazie voli low cost: senza di voi il mondo sarebbe più grande.

QUI MILAN

Ben ritrovati. Siamo alla millesima puntata della novella closing. Nell’altalena degli umori (“oggi fa tutto schifo”, “oggi è tutto bello”) siamo giunti a un svolta (magari fino alla prossima, per carità, ma di svolta si tratta).
In attesa del 14 aprile (data fissata per chiudere la questione) vi riporto quello che ho scoperto e sono riuscito a capire, per quel che può valere.
Yonghong Li non è un minchione. Magari non ha i soldi di Berlusconi o quelli di Trump, ma neppure cena a scatolette. E voi direte: “E sticazzi?”. Risposta legittima.
La premesse aveva un senso per rispondere a quelli che “oddio, in che mani rischia di finire il Diavolo!”. Nelle mani di un affarista, magari anche spregiudicato (non disdegna affatto la Borsa), ma non certo in quelle di un “truffatore a prescindere”.
Brevissimo ritratto del broker cinese, se mai ve ne fregasse qualcosa (fonte Tobia De Stefano - Libero): Li è il principale azionista del Guizhou Fuquan Group, molto forte nel business minerario. Ha una partecipazione del 20% nella più grande azienda di produzione di bottiglie di plastica del Paese (i principali clienti sono la Pepsi e la Coca Cola) e ha grossi interessi nell’immobiliare: tra le altre cose, è tra i proprietari di uno dei maggiori centri commerciali di Guangzhou (la città più ricca della Cina meridionale). Patrimonio stimabile: circa 700 milioni di dollari.
E voi direte: “Che ci fai con 700 milioni se solo il Milan ne costa di più”? Obiezione accolta.
Yonghong Li, semplicemente, tenta di fare un affare, la qual cosa non significa per forza “è un disperato” né “il Milan è nella merda” per tutta una serie di motivi che vi riporto così come mi sono stati spiegati.
A) Effettivamente il piano A (soldi provenienti da una tonnellata di investitori cinesi) è andato a puttane. La causa – provata e raccontata da persone molto più autorevoli di me – dipende dal "protezionismo" del governo cinese che a fine 2016 ha bloccato l’esportazione di capitali e bla bla bla. Cose che ormai sapete a memoria.
B) Nonostante questo e quel problema, il 3 di marzo “i cinesi” erano arrivati a raccogliere buona parte del grano, eccezion fatta per il “fettone” da 180 milioni, promesso da uno dei finanziatori poi clamorosamente “evaporati”.
C) Con il rischio concreto che tutto saltasse (corpose caparre comprese), Marco Fassone è “sceso in campo” direttamente per stringere contatti con i fondi Elliott e Blue Skye. L’ad in pectore deve avere avuto argomenti convincenti se è vero come è vero che spendendo il nome dello stesso Li è riuscito a farsi erogare un prestito da 300 milioni (180 per chiudere il closing, il resto in vista della gestione della stagione sportiva 2017-18).

Il punto C) deve far gridare di gioia i tifosi del Diavolo? No, ci mancherebbe, ma neanche buttarli nello sconforto per tutta un’altra serie di motivi.

D) Il prestito erogato dal fondo hedge Elliott e dalla società di investimento specializzata nelle ristrutturazioni aziendali Blue Skye comporta effettivamente interessi che oscillano tra il 7 e l’11,5%, ma questo non significa “oddio è la fine”, semmai che nella peggiore delle ipotesi il Milan diventerà proprietà del fondo stesso, un po’ come accadde alla Roma con Unicredit.
E) I 120 milioni che tendenzialmente dovrebbero servire per gestire la prossima stagione non sono molti, ma neppure così pochi. Con una liquidità – spariamo a caso – di circa 60 milioni si possono ipotizzare acquisti di discreto livello. Se, per dire, compro Musacchio a 25 e dilaziono il pagamento in tre anni, verso meno di 10 milioni per il bilancio in corso e me ne restano più di 50. Morale: difficile ipotizzare acquisti alla Messi e Ronaldo, più logico aspettarsi una gestione oculata e – lo sperano i diretti interessati – il più possibile "virtuosa" (primo appuntamento il rinnovo di Donnarumma, mentre De Sciglio è con un piede e mezzo alla Juve. Tra i papabili in entrata, invece, c’è Kolasinac dello Schalke).
F) La leggenda metropolitana del “sono soldi di Silvio che rientrano” forse inizierà a perdere qualche sostenitore. Tutto si può dire ma non che questa operazione (difficile, se vogliamo persino strampalata) non esista. A meno che non si ritengano gli americani di Elliott (per citare solo una delle serissime parti coinvolte) complici di una mega-truffona internazionale. Su, per cortesia…

Chi scrive capisce perfettamente che questo non è quello che un tifoso del Milan vorrebbe sentirsi dire (“compreremo tutti! Vinceremo subito ogni cosa!”), ma un quadro molto più “realistico” e con un obiettivo molto ben evidente.
Mr Li, con tutti i doverosi distinguo, è un altro Thohir. Così come l’indonesiano dell’Inter ha navigato in acque tempestose e traghettato i nerazzurri nel porto Suning, l’uomo di Hong Kong proverà: 1) a coinvolgere nuovi soci cinesi (se, come pensano i più, il governo di Pechino nel prossimo futuro allenterà le restrizioni). 2) Tenterà la quotazione in Borsa. 3) Cercherà nuovi partner confidando nello sviluppo del calcio in oriente.

È tutto questo elettrizzante? No, non lo è, ma comunque è “qualcosa”. E “qualcosa” – pur con tutti i rischi del caso – è molto più di “andiamo avanti così che tanto a galla si resta” perché è vero, “a galla si resta”, ma prima o poi viene la fastidiosissima pelle cotta.

QUI JUVE

Abbiamo passato una settimana carica di veleno. Strano. Si è parlato di Barzagli che a luglio era un eroe e ora l’ultimo dei furbetti; di Agnelli che ha incontrato, anzi no, anzi sì “ma non da solo” questo e quel capo curva; di Allegri che se ne va, anzi resta, anzi va ma solo se perde col Barcellona; di Dybala che rinnova, anzi no, anzi sì, ma solo per essere venduto meglio ecc ecc…
Poche idee e molto confuse.
Al momento abbiamo solo qualche convinzione (o quasi, non si sa mai) che buttiamo là in ordine sparso:
1) Sul mercato i bianconeri sono vicinissimi a De Sciglio. Lo so, si dice da una vita, ma questa volta pare cosa fatta.
2) Agnelli è stato “leggero”, ma il problema non è suo, semmai di tutti. L’unico tra i patron che non si è comportato come il presidente della Juve (o comunque uno dei pochi) si chiama Claudio Lotito, per tutta risposta gli hanno dovuto assegnare la scorta. Questo non giustifica il “peccato di ingenuità” del presidente bianconero, ma neppure la gogna pubblica.
3) Su Allegri salgono le possibilità che possa restare al suo posto anche la prossima stagione. Ovvio, dipenderà da come andranno le cose sul campo da qui a fine stagione, ma il dato di fatto è che difficilmente tecnico e società, separandosi, avranno certezze di andare a star meglio.
4) E Dybala? Sono ancora tanti i punti interrogativi su quel che accadrà. Resta probabile l’adeguamento del contratto, ma è inutile nascondere l’insistenza spagnola e in particolare quella di Florentino Perez (si parla di un incontro avvenuto in un ristorante di Alba prima di Napoli-Real). Il rischio è quello che in società possano decidere di cambiare strategia: sì al rinnovo per poi trattare comunque la cessione a cifre ancora più allettanti. Le alternative? Bernardeschi, nonostante il “problema” Fiorentina, resta un obiettivo concreto.

QUI INTER

Nelle ultime due settimane al nome “Inter” sono stati associati i seguenti calciatori: Mertens, Verratti, Sanchez, Ricardo Rodriguez, Muriel, Strootman, Manolas, De Vrij, James Rodriguez, Di Maria, Berardi, Bernardeschi, Schick, Samir, Lamela, fino a Conte, Simeone e a tutti i loro parenti.
In uscita: forse Perisic, forse Brozovic, forse Kondogbia, tutta la difesa, tutti i terzini, praticamente chiunque tranne Icardi e Gagliardini, ma solo perché è appena arrivato.
Se tutto questo accadesse l’Inter non avrebbe non i soldi, bensì il tempo materiale per depositare i contratti.
Cose concrete? Ci sono stati sondaggi e chiacchiere per Sanchez, De Vrij, Manolas, Muriel e Schick. Ma si tratta di “chiacchiere e sondaggi”. Perisic e Brozovic andranno via? Se mai accadrà – il primo assai difficilmente – sarà per prendere sostituti di livello superiore. E Verratti? Ecco, questo è un sogno difficilmente realizzabile non tanto per le volontà di Zhang, ma per quelle dello sceicco del Psg e dell’Uefa (il fair play finanziario a giugno sarà meno pressante, ma non scomparirà per magia a meno che non si ridiscuta il “contratto”).
Trattasi di brutte notizie? No, semmai di “non notizie”. L’Inter si sta muovendo per migliorare l’attuale rosa, per farlo meglio ragionare ed evitare di andar dietro al bulimico “prendiamoli tutti”.

QUI NAPOLI

Si avvicina il doppio confronto con la Juve, anticipato dall’assegnazione della Panchina d’Oro al buon Sarri. Diciamolo: premio meritatissimo. Il tecnico del Napoli deve e può ancora migliorare in certe cose (la gestione di una stagione “europea” e quella di una rosa “allargata") ma è indiscutibile che nell’ultimo anno e mezzo abbia “apparecchiato” il calcio più bello, moderno, veloce. Onore a lui e a una squadra non perfetta, ma capace di annoiare praticamente mai.
Il resto è… Higuain, il suo ritorno in città. Al San Paolo lo “accoglieranno” in 50mila, probabilmente anche di più. Arriveranno i fischi, le pernacchie, gli sfottò. Molti, invece, semplicemente ignoreranno colui che c’era e ora non c’è più. Il modo forse più “rumoroso” per far sentire l’amarezza, probabilmente anche quello più intelligente.

Vi lascio con una considerazione personale, certamente inutile ma legata a quello che sta accadendo a livello social. Che poi, anche “chissenefrega”, ma la sensazione è che ormai il mondo virtuale sia diventato il nuovo Colosseo. Alla prossima (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Signori, sono tutti stronzi. Non so se ve ne siete accorti, ma nell’era social ormai è così.

Barzagli si fa l’impepata al ristopizza e poi va al Peter Pan? È stronzo. Gli juventini che lo difendono? Stronzi pure loro. Gli anti-juventini che lo attaccano? Mega stronzi.
Io quasi-quasi ci faccio un tweet.

Sono stronzi quelli della federazione che dicono “motivi personali”, il presidente federale è stronzo per definizione e il ct puoi star certo che è uno stronzone perché avalla e tace.
Io una cinguettata a sfregio contro Ventura la faccio, checcazzo. Ventura Gian Piero? Certo, ma pure Simona. Stronza.

Sono stronzi quelli dell’Antimafia, quelli della mafia, i pm che combattono e quelli che chiudono un occhio. Sono stronzi quelli che vendono i biglietti agli ultrà, i curvaioli, gli ipocriti che non si accorgono che “lo fanno tutti”, i moralizzatori che si indignano perché “dove stiamo finendo” ma poi a casa picchiano la moglie se la pasta è scotta.
Sono stronzi i giornali che ne parlano perché “sono di parte”, quelli che non ne parlano perché “sono di parte”, i peggiori poi sono quelli che ne parlano ma solo nelle pagine interne, quelli sono proprio i più stronzi. E allora io ci faccio un tweet: “Nessuno ne parla!”. E tu: “Io veramente ne ho parlato”. E gli altri: “Stronzo! Fatti i cazzi tuoi!”.
Sono stronzi gli allenatori che hanno fatto vincere la Panchina d’Oro a Sarri e non ad Allegri, quindi è stronzo Sarri, ma anche Allegri che si è fatto battere da Sarri. E Di Francesco che è arrivato terzo? È il più stronzo. Quasi-quasi lo scrivo su Facebook: “Di Francesco fallito, Giampaolo suo marito!”.

Sono stronzi quelli che la domenica scendono in strada per accogliere il Papa a Milano, ma quelli che restano a casa per fare gli snob lo sono anche di più. Sono stronzi tutti, soprattutto quelli che si fanno il selfie col Pontefice e lo mettono su Instagram. Sì, quelli sono i peggiori: ora pubblico un foto-editoriale su Instagram per dirlo a tutti.

Sono stronzi quelli che fanno la battuta sull’ora legale, quelli che non la fanno, è stronzo Raz Degan, “cazzo dici, è più stronza la De Grenet”, è stronzo Iannone che cade perché sta con Belen, è stronza Belen, è stronzo Nesli perché non si è mai visto un rapper a Masterchef, è stronzo chi appare, chi non appare, chi crede al closing del Milan, chi non crede al closing del Milan, è stronzo Donnarumma che bacia la maglia, è stronzo Donnarumma che firma il gagliardetto, è stronzo chi mette, chi omette, chi esagera con l’omelette. È stronzo chi guarda Montalbano, chi guarda Amici di Maria De Filippi, chi guarda Ballando con le Stelle, ma i più stronzi sono quelli che non guardano perché si sentono migliori degli altri e invece sono stronzi.

E allora butto là un tweet indemoniato, posto una cattiveria, ti sputtano, mi vendico, sputo veleno, ti odio, vai a fare in culo, magari pure con l’hashtag: #vaiafareinculo. Che se per caso l’hashtag “prende” ti faccio fare la figura dello stronzo e se invece non “prende” chissenefrega, stronzo te e chi non te lo dice.

I social sono la nuova “dinamite di Alfred Nobel”: era nata con le migliori intenzioni, è diventata arma di distruzione (di maroni) di massa.

Editoriale di Fabrizio Biasin, un'idea "folle" per la Juve e una cosa da chiarire su Agnelli. I soldi del Milan ci sono: ecco chi li ha davvero (da lì nascono i problemi). Il fastidio dietro la "non sconfitta" dell'Inter. E sul pranzo indigesto di Sa

Editoriale di Fabrizio Biasin, un'idea "folle" per la Juve e una cosa da chiarire su Agnelli. I soldi del Milan ci sono: ecco chi li ha davvero (da lì nascono i problemi). Il fastidio dietro la "non sconfitta" dell'Inter. E sul pranzo indigesto di Sarri...


Questa volta non me la prendo con la “pausa per la Nazionale”. Non ci penso neanche. Al limite con il campionato. Quello delle ultime che perdono sempre, delle prime che vincono sempre, di quelle in mezzo che vincono se giocano con le ultime, perdono se giocano con le prime e pareggiano se giocano tra loro. Uno strazio.
Per una volta la sosta non genera corposa orchite, perché tanto sai già che dopo la sosta il Crotone perderà all’ultimo secondo, il Pescara perderà dal primo, il Palermo passerà in vantaggio ma poi perderà, l’Empoli si salverà perdendo sempre, il Genoa pure e così via. Che bello.
È tutto molto ovvio, come il pranzo con mio padre per la Festa del Papà, il classico baccanale dove tutti dicono le solite quattro cazzate e abusano di luoghi comuni. O almeno lo fa mio padre.
Mbappè fa doppietta.
Padre: “Secondo me Mbappé è forte, scrivilo”.
Figlio: “Graziealcazzo padre”.
Si discute della polemica “Parliamone Sabato”, ovvero del sondaggio sui presunti pregi delle donne dell’Est rispetto alle donne dell’Ovest.
P: “Discutibile l’argomento, ma che tua madre scassi le balle è evidente”.
F. “Tu invece sei sempre delizioso”.
P: “Comunque la Perego è sempre una gran bella sondaggiona”.
F: “Su questo concordo”.
Questione “cinesi del Milan”
P: “Sei un figlio inutile perché non ascolti: ti avevo detto che c’era sotto del marcio”.
F: “Ma non c’è nessun marcio, è solo un problema legato ai capitali…”.
P: “Ahahahaha, ma che boccalone sei?”.
Zeppole
P: “Se vuoi l’ultima zeppola allora fai un figlio, altrimenti l'ultima sarà sempre mia”.
F: “I padri dell’Est sono migliori”.
P: “Quelli cinesi non esistono. Minchione”.

QUI INTER
Vorrei partire da Mancini, che ieri ha detto “Buttato via un anno e mezzo”. Ha ragione, ma volendo possiamo aggiungere un altro paio di mesi, quelli estivi, passati ad attendere le decisioni del tecnico e quelle della società e che per un curioso “effetto domino” oggi hanno innescato il seguente luogo comune: “Pioli perde tutte le partite decisive, quindi non va bene”.
Pioli vince col Cagliari? Lo fanno tutti. Stravince con l’Atalanta? Bravo, ma era il minimo. Pareggia col Torino? “Pioli perde tutte le partite decisive”. E tu: “Ma non ha perso, ha pareggiato…”. E loro: “…perde tutte le partite decisive”. E tu: “Ma all’Olimpico di Torino ha vinto solo la Juve”. E loro: “Conte avrebbe vinto”.
Può darsi, forse “Conte avrebbe vinto”. Forse le avrebbe vinte tutte. Forse. O forse l’Inter è ancora una squadra che “tutte”, vincerle, non può. E non perché “c’è chi non ci mette la concentrazione” (le accuse a Perisic, altra iperbole), semmai perché è una squadra imperfetta che a differenza di tutte le altre “squadre imperfette” non può (poteva) sbagliare niente.
Un pareggio a Torino è normale in condizioni “normali”, diventa una tragedia se ti chiami Pioli e non Piolinho e sei condannato (per colpe altrui) a doverle vincere tutte.
“Pioli perde tutte le partite decisive anche se le pareggia”? Sarà, ma se l’Inter ha/aveva ancora delle partite decisive, beh, è perché Pioli le ha tirate fuori da una stagione che a novembre pareva già defunta.

QUI MILAN
“Non prendiamoci per il culo, c’è sotto qualcosa di molto losco”. Il popolo rossonero, prima diviso (più o meno) a metà tra possibilisti e negazionisti, piano-piano sta convergendo in massa nel gruppone degli stra-scettici. Sapete che c’è? Non potrebbe essere altrimenti. La situazione è talmente complicata che anche solo “provare a spiegarla” ti iscrive di diritto nel club di quelli che “raccontano cazzate”.
Per chi non l’avesse capito qui si parla del micidiale closing-Milan.
Ora, chi scrive prova a raccontare quello che ha capito, ben sapendo che ormai ogni tipo di spiegazione deve scontrarsi con i “dati di fatto” e cioè, che nulla di quello che “doveva accadere” sta accadendo.
Partiamo sfruttando l’aiuto del “Wall Street Journal”, quotidiano assai prestigioso che proprio l’altro giorno ha spiegato come nel 2017 gli affari sull’asse Cina-estero siano calati di oltre il 90% a causa del famoso “blocco” imposto dal governo. Questa cosa ha chiaramente complicato i piani del sciur Li, che – parola sua – aveva raccattato tutti i quattrini necessari per comprare il Diavolo e ora fatica a metterli insieme, dovendo pescare dalle “miniere” poste fuori dal confine cinese.
Fin qui la tiritera che tutti già conoscete e che include una questione ancor più imminente: arriveranno i famosi cento milioni della terza caparra, indispensabili per completare l’affare il 7 di aprile? La problematica delle ultime ore (ci limitiamo a riportare quel che esce dal palazzo rossonero) è che nuovi problemi di carattere burocratico avrebbero bloccato i quattrini prestati dalla Bank of East Asia e attualmente fermi alle Isole Vergini, laddove il grano può transitare senza che i cinesi mettano becco.
Il malloppone è teoricamente atteso per oggi, forse domani, forse chissà quando e comunque non cambierebbe di molto l’umore degli scettici, preoccupati per il presente ma soprattutto per il futuro: “Se i soldi arrivano mille lire alla volta, come si fa a fare mercato?”. Risposta: “La Cina presto dovrebbe tornare all’antico e in ogni caso raccogliere 150 milioni per gestire la stagione 2017/18 non sarebbe un così grande problema. In fondo i conti si chiudono l’anno prossimo”. Anche in questo caso, ovviamente, servirebbe un atto di fede.
Meglio sarebbe, quindi, pensare al presente, a Donnarumma che dice “io spero di restare, al resto pensa il mio agente” (brivido…), a giocatori come Deulofeu e Pasalic che nell’ottica di un Milan “ancora berlusconiano” andrebbero acchiappati in fretta, ai rinnovi di Suso e Romagnoli, a tutta una serie di questioni che “meglio farle ora prima che qualcuno decida di approfittare dello stallo rossonero”.
Tornerebbe tutto nelle mani dell’ex Cav, un signore che “deve vendere” per volontà familiare, ma che Forbes (classifica freschissima) colloca al 13° posto – primo degli italiani – nella top 20 dei presidenti più ricchi dello sport a livello globale, con un patrimonio stimato di 7 miliardi di dollari.
C’è speranza che qualche briciola finisca a rinsaldare il gruppo-Milan? Poche. Ecco che allora ci si riattacca al nome non di un nuovo avventuriero cinese, bensì di Renzo Rosso, anche solo per mettere in piedi una partnership di minoranza. Tifoso rossonero e sponsor del club, il patron di Diesel è l'11esimo uomo più ricco d'Italia con 3,2 miliardi di dollari, considerazione che – come sempre – significa tutto e niente: molti hanno quattrini, pochi hanno voglia di spenderli.
E torniamo a monte: c’è in ballo una qualche truffa milionaria? Un tentativo di fregare i tifosi del Diavolo? No, almeno per chi scrive non c’è. Ma tutto questo non è sufficiente per dire “se non chiuderemo con i cinesi allora pazienza, saremo stati sfortunati”: se pretendi un miliardo da un prodotto che vale poco più della metà (debiti compresi), allora aspettati non gli imprenditori, ma gli speculatori, con aumento esponenziale del cosiddetto “rischio” e tutto quel che ne consegue.

GLI ARRABBIATI
Spalletti e Sarri. È inutile sottolinearlo, ma la rincorsa fa male a chi la fa piuttosto che alla lepre bianconera. Questa volta l'allenatore del Napoli s'è incazzato per l'orario, ma non ha detto "noi giochiamo a mezzogiorno e gli altri no!", ha solo chiarito una posizione "comune" tra i tecnici: "Giocare a mezzogiorno fa abbastanza schifo" (abbastanza l'abbiamo aggiunto noi). Legittimo, soprattutto insignificante di fronte al vero problema del club, che poi è il rinnovo delle stelle Insigne e Mertens.
I due alzano la voce e chiedono lumi alla società (lumi = aumento), il presidente passa per "cattivo" ma alla fine li accontenterà. Sbaglia i tempi? Forse, ma bene o male la storia dice che l'"uomo" sarà anche burbero e decisamente sopra le righe, ma quando si tratta di "gestire il mercato" ha davvero pochi rivali.

Capitolo Spalletti. In attesa della famosa chiacchierata con Pallotta, l'allenatore della Roma ha deciso di litigare con tutti o quasi.
Il teatrino, va detto, è abbastanza stucchevole: “Rinnovo se vinco”, “prima i risultati poi il contratto”, “firmo se c'è Totti”. La strategia, dopo Lione, sembra essersi rivoltata contro l'allenatore toscano, che - le
voci si moltiplicano - starebbe temporeggiando nella speranza di prendere il posto di un corregionale, Massimiliano Allegri. Sarà... Chi scrive resta dell'idea che alla fine l'attuale tecnico bianconero non si muoverà da Torino. Perché è facile sognare di poter fare meglio, ma è ancor più semplice rovinare un meccanismo perfetto costruito sei anni fa.
Di sicuro Spalletti sarebbe una scelta complicata per l'ambiente Juve. Non solo da far digerire ai tifosi – lo stesso avvenne con Allegri, che ha convinto alcuni ma non conquisterà mai altri – ma soprattutto a uno spogliatoio dove i senatori svolgono un ruolo decisivo. E il toscano non sempre ha dimostrato di avere la serenità necessaria per gestire certe figure altamente ingombranti.

Fine. Oggi tronchiamo qui, vi lascio raccontandovi la recente esperienza vissuta alla banchina della Stazione Centrale di Milano qualche giorno fa. Sono momenti che ti segnano.
(Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

Allora, signori, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare.
Qualche mese fa il sottoscritto scassava il cazzo a quelli del Duty Free di Linate per una storia di Tobleroni a 11 euro e acque gassate vendute al prezzo dell'Amarone.

Ma ora sono qui, sulla banchina della Stazione Centrale a Milano e io, signori, rimango sbalordito.

Macchinetta automatica di quelle messe nel punto strategico (hai fame o sete? O compri qui o t'attacchi al mazzo che il treno parte).

Ebbene: acqua liscia e gassata a 1 euro.
Mordicchio per cui vado ghiotto a 1.20 euro.
Tavoletta di Oreo Milka, oggettivamente buona, a 1.80 euro.
Salamini classici con grissini incorporati a 1.50.
Magnum di Coca e Coca Zero bella fresca a 2 euro.

Signori, siamo di fronte alla "quasi onestà" e io sono "quasi commosso".

Ora, sapete cosa ho acquistato di fronte a cotanto bendiddio e a crescente "fame animalesca"? I Tuc a 1.20 euro! Quasi come nei paesi civili!

Ho messo le monete, il meccanismo si è innescato e poi...
"E poi te li sei pappati due alla volta come si fa con le ciliegie mature" direte voi.
No, si sono incastrati nell'ingranaggio.

Ho guardato il capotreno.
Mi ha guardato.
L'ho riguardato.
Mi ha riguardato.
L'ho ri-ri-guardato.
Si è avvicinato, quasi mosso a pietà. E poi, a meno di un metro e con il Freccia Rossa in partenza, mi fa: "Conte o Pioli?".

Dio delleeeee cittaaaaaaaaaaààà e dell'immensitààààààà

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: tira una strana e “nuova” aria attorno alla Signora. Inter: Zhang e il destino di Pioli (occhio al dato su Simeone). Milan: ultime sul closing (con sorpresa sulla data?). Napoli: un assist a Sarri. E sul regolamen

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: tira una strana e “nuova” aria attorno alla Signora. Inter: Zhang e il destino di Pioli (occhio al dato su Simeone). Milan: ultime sul closing (con sorpresa sulla data?). Napoli: un assist a Sarri. E sul regolamento…

Eccoci qui. Volevo spiegarvi le regole del calcio. Che sono semplici. Perché se non lo fossero, allora sarebbe un problema. E noi non vogliamo problemi. Quindi eccovi le regole del calcio, così come le abbiamo capite.

REGOLA DEL FALLO DI MANO

A meno che tu non sia il portiere o Maradona, non puoi toccare la palla con la mano.

Se la tocchi con la mano in area, allora è rigore.

Ma se il tocco è involontario, allora “dipende”.

Se prima la palla tocca la coscia e poi la mano non è rigore.

Se la mano è vicina al corpo non è rigore.

Ma dipende da quanto è vicina.

Dipende dallo spazio che occupa il braccio.

Se è lungo il corpo, allora non è rigore.

Se guardi da un’altra parte non è rigore.

Se il braccio è in alto a simulare il ballo dello scimmione di Gabbani, allora è rigore. Ma solo se è volontario. O mezzo involontario.

Prendete Gianni Morandi, povero: con quelle mani rischia sempre il rigore.

Ma dipende se il movimento è “naturale” o “innaturale”.

E comunque bisogna valutare lo spazio che c’è tra chi calcia e la mano. Un metro? Non è rigore. Un metro e mezzo? Forse è rigore. Due metri? Allora è rigore. Dodici metri? Rigorissimo! Ma dipende: c’è luce tra chi calcia e la mano? Dio esiste? Da dove veniamo?

Comunque è rigore. Oppure no. Dipende dall’arbitro. E dall’addizionale. Arbitro è rigore? Sì? Allora è venduto! No? Allora è vendutissimo.

Comunque se la tocchi di mano in area, tendenzialmente è rigore. Ma dipende.

REGOLA DEL FUORIGIOCO

Se uno ti passa la palla e al momento del tocco tra te e il portiere non c’è un cazzo di nessuno, allora è fuorigioco. Facilissimo.

Ma dipende se sei in linea. Se sei in linea si valutano le estremità. Il piede “è oltre”? Allora è fuorigioco. Il naso? Anche. La mano di Morandi? No, le mani non contano.

E comunque nel dubbio non devi fischiarlo. Lo dice “la norma”. La norma dice che se non sei sicuro, allora meglio se lasci andare. Poi devi sperare di averla imbroccata. Se non l’hai imbroccata tu puoi dire “cazzo volete, la norma dice nel dubbio lascia andare”. E ti salvi.

E comunque dipende dalla posizione.

Uno dei tuoi tira e tu sei davanti al portiere in fuorigioco? Fuorigioco!

Ma dipende. Sei fuori dal “cono di luce”? Non fuorigioco.

Sei in fuorigioco, uno te la passa e tu scappi lontanissimo dal pallone? Non è fuorigioco.

Ma dipende dalla “discrezionalità”. Dipende se sei “influente”. Sei l’ultimo degli stronzi? Allora non è fuorigioco. Sei il nipote del notaio De Cillis? Allora sei influente: fuorigioco.

Poi dipende se il guardalinee è venduto, per carità.

Comunque la regola è abbastanza chiara. Ma dipende.

FALLO DA ULTIMO UOMO

Se fai fallo da ultimo uomo è tendenzialmente cartellino rosso.

Se sei lanciato a rete, soprattutto. Però dipende. Vai verso la porta? Sei solo o male accompagnato? Maria, apro la busta. Perché Sanremo è Sanremo.

E poi: è chiara occasione da gol? Allora cartellino rosso.

È mezza occasione da gol? Dipende da cosa vede l’arbitro.

Vai verso l’esterno? Niente rosso. Sei perpendicolare alla porta? Dipende dalla velocità.

Il portiere fa fallo da ultimo uomo? Rosso se è chiara occasione. Ma dipende. “Mica può sparire”. “Gli è venuto addosso”. “E’ l’attaccante che cerca il contatto”. Minchia che mani enormi ha Morandi, tipo pale.

Comunque se fai fallo da ultimo uomo è rosso. Ma dipende.

Ci sono molte altre regole e grandi misteri nel curioso giuoco del calcio. A che minchia serve la “lunetta” dell’area? Io mica lo so. E “l’area piccola”? Forse a creare maggiore indotto per i produttori di “gesso da campo”? Forse. E il fallo da dietro è sempre da rosso? C’è stato un anno che sì, era sempre rosso, poi è tornato ad essere “dipende”.

E i bestemmioni totali? Se beccavi il giocatore a dire il bestemmione scattava la squalifica. “Hai detto il bestemmione?”. “No, ce l’avevo con mio zio”. “Allora ti tolgo un turno”. E tutti a mettere la mano davanti. Ora dipende. Anzi, ora bestemmiano come portuali marsigliesi e frega una sega a nessuno. È una regola che è passata di moda evidentemente.

E poi - extra regole del calcio - se fai il coro di “discriminazione territoriale” ti chiudono la curva? Fino a due anni fa bastava dire “Vicentino magna-gatto” che ti squalificavano il settore per un mese, ora hanno smesso. Vale tutto. Sarà che chi comanda si è annoiato. Boh.

Comunque tutti hanno ragione e tutti hanno torto e sapete perché? Perché “dipende”.

QUI INTER

Prima delle partite si fa il riscaldamento. Succede sempre. È successo anche prima di Inter-Atalanta, pensa te. Gli allenatori, in genere, si fanno i cazzi loro. Pioli no, si mette in mezzo ai giocatori a rompere le balle. Li avvicina uno a uno e gli dice “sei forte, coraggio, crediamoci!”: Cazzate del genere. Sapete perché lo fa? Perché probabilmente non serve a niente, ma magari invece sì. E siccome non costa niente, perché non farlo?

Lo fa risultare ancora di più un “provinciale” (come dicono molti)? Può darsi, ma a lui non frega niente. Non gli interessa se molti gli dicono che “va bene fino a un certo punto, ma l’anno prossimo toccherà a quelli bravi”. A lui interessa solo la partita e appena finisce “la partita” gli interessa quella successiva.

Sapete perché lo fa? Sapete perché appende i cartelli alla Pinetina con su scritto “vinciamo più partite possibili”? Perché quando devi realizzare un miracolo è bene non sottovalutare niente, neppure le troiate.

Stefano Pioli sta facendo qualcosa di grandioso, il Meazza se n'è accorto ma c’è ancora chi non se ne rende conto e dice “non ha vinto gli scontri diretti”. Secondo voi tra “perdere con la Roma” e vedere l’ex zombie Kondogbia che al 90' di Inter-Atalanta 7-1 “mangia avversari” cosa conta di più? E conta di più vedere 60mila tifosi finalmente felici e uniti attorno alla loro squadra o frasi come “la difesa a tre è sbagliata. Se la rimette merita di essere cacciato”?

Cacciato? Ora il sottoscritto dà i numeri, in tutti i sensi. Sapete che media punti ha il “provinciale Stefano” Pioli in campionato? 2.31. Sapete – per dire – qual è la media di Simeone quest’anno nella Liga? 1.93. Riflettete bene, voi che “grazie, ma comunque a fine anno meglio un altro”, perché non è detto che “cambiare” e “ricominciare daccapo” significhi andare a star meglio.

Sapete che c’è? Conta più il consenso dello spogliatoio che quello degli “espertoni”. E lo spogliatoio è con lui. Tutto. E “i cinesi” – checché ne pensi qualcuno - non sono affatto scemi.

QUI MILAN

Siamo al 32432423 capitolo della faccenda closing. Diventa sempre più difficile provare a “spiegare” senza risultare iscritti al club di “quelli che abboccano”, ma tanto il discorso è sempre lo stesso: se uno ha smesso di credere lo ha fatto tempo fa (e quindi tutto gli risulterà sempre ridicolo), gli altri invece faranno l’ennesimo “atto di fede”.

Ieri si è parlato di ulteriore slittamento, il ché è una cazzata, perché nel mare magnum dei ritardi e dei rinvii, perlomeno in questo caso i “cinesi” erano stati chiari: “I cento milioni e la contestuale firma del nuovo contratto arriveranno non prima di venerdì 10 e comunque entro la settimana successiva” (come da editoriale di 7 giorni fa). Come a dire: non c’è fretta, o meglio, c’è, ma non ci si può fare niente.

Il “non c’è fretta” fa legittimamente incazzare come bisce i tifosi del Diavolo che si domandano “e il mercato quando lo facciamo? A Ferragosto?”; gli stessi timori disturbano Fassone e Mirabelli, bloccati nelle operazioni ma consapevoli che sopra di loro si sta giocando una partita più importante.

A monte, in effetti, il problema è un altro: riuscire a portare nelle casse di Fininvest i famosi 100 milioni (ancora da capire se sottoforma di prestito personale erogato da Mr Li o se direttamente immessi da uno dei finanziatori). Gli stessi sono ovviamente indispensabili per la stipula del nuovo contratto ma, come i precedenti, faticano ad arrivare per la solita questione che definiremo “il governo cinese ha messo le restrizioni per l’esportazione dei capitali nel momento sbagliato”. Se tutto andrà per il verso giusto si fisserà una data per il nuovo (famigerato) closing. I dirigenti del Biscione spingono perché il tutto si concretizzi “entro la fine di marzo”, Yonghong Li chiede un mese (14 aprile): possibile che alla fine si cerchi una soluzione intermedia (7 aprile). Non si può far altro che aspettare e sperare che nel frattempo non si moltiplichino nuove e succulente leggende metropolitane del genere “i cinesi in realtà sono Silvio che prova a riportare grano a casa sua sfruttando questo gioco del closing-non closing”, che poi è quello che mi dice sempre mio padre (milanista doc e grande appassionato di “discussioni da bar”) quando ci sentiamo al telefono. Ho momentaneamente smesso di rispondergli.

QUI JUVE

E’ superfluo dire che si respira una strana aria attorno ai bianconeri. Domenica a Milano e Napoli sono comparsi striscioni anti-Juve che solo in apparenza certificano il consueto «fastidio per chi vince sempre». I fatti di Juve-Milan di venerdì (sommati a quelli di Juve-Napoli di Coppa Italia e Juve-Inter di un mese fa) hanno avuto l’effetto di marcare una distanza mai registrata tra le due “entità” del calcio italiano: gli juventini e gli anti-juventini.

Di più: per la prima volta gli anti-juventini si sono ritrovati non a combattere singolarmente contro il presunto potentato bianconero, bensì a fare comunella per condividere il rispettivo “sdegno”. Nei migliori bar sport italici si parla di “favori del Palazzo” o di semplice “sudditanza psicologica degli arbitri”.

Tira una brutta aria, insomma, amplificata anche dalla reazione di chi, nell’universo bianconero, contrattacca al grido di «frignate? Peggio per voi, perdenti».

Cosa significa tutto questo pastrocchio? Nulla, se non che, forse, sarebbe il caso per tutti (juventini, anti-juventini, ostrogoti e visigoti) di darsi una calmata, anche solo per non farsi ridere dietro dall’eventuale marziano che, disceso sul Pianeta Terra, si trovasse a chiedere: «Ma perché in Italia sono sempre tutti incazzati? Combattono la fame nel mondo?». «No, ce l’hanno con l’addizionale». «E chi è l’addizionale? Un dittatore?». «No, una specie di arbitro di calcio che serve quasi a nulla ma riesce lo stesso a far casino». «Ah, ’sticazzi». Pace e bene, in fondo è solo calcio.

QUI NAPOLI

Giusto per segnalare a quelli che “Sarri non c’ha capito un cazzo, doveva marcare Sergio Ramos a uomo” che 1) Sarri di sicuro non aveva intenzione di regalare niente a nessuno ma 2) Sergio Ramos ha segnato 19 gol decisivi dal 2014 (non tre, diciannove) e 3) uno persino domenica sera. O sono stronzi tutti e 19 i tecnici che ha punito Sergio Ramos o è fenomenale lui. Io scelgo la seconda.

In chiusura vi lascio con 5 consigli a Unai Emery che però sono “postumi” e, quindi, inutili. Gli stessi, però, possono tornare utili a tutti quegli allenatori che “devono portarla a casa” (la partita).

Buona lettura.

(Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

Ciao.

C'è stata la rimontona.

Questo lo sapete già.

Qui non stiamo a celebrare nessuno, anzi.

Qui, signori, si massacra un uomo.

Senza pietà.

Signori, non potremo mai assolvere Unai Emery, tecnico professionista del Paris Saint Germain.

Se sei un tecnico professionista significa che prima sei stato un tecnico dilettante. Succede quasi a tutti, tranne a Mancini che è nato con la sciarpetta.

Se sei stato un tecnico dilettante tipo Ciccio Graziani al Cervia, ma anche don Orione con la squadra della parrocchia, ci sono tre o quattro cose che non puoi non sapere e che definiremo "tecniche per portarla a casa quando si mette male" (sottinteso, "la partita").

Il match del Camp Nou (al minuto 88 devono farti tre gol o sono cazzi loro) è un ottimo esempio.

1) Tecnica della rimessa laterale "accazzo"

Questa tecnica viene insegnata dalla notte dei tempi nelle scuole calcio che costano poco e che accolgono tutti (“mister, c’è il figlio di Ghinazzi che vuole giocare”. “Ma ha i piedi piatti e lo scorbuto”. “Ma Ghinazzi ha già pagato la quota”. “Sui piedi piatti possiamo lavorare e comunque chi sono io per impedire al Ghinazzi di giuocare al pallone?”).

La tecnica della rimessa laterale “accazzo” trova la sua massima espressione nei campi di periferia, questo non significa che non possa essere utilizzata anche al Camp Nou.

Mister della scuola calcio che costa poco: "Allora bambini. Quando c'è una rimessa laterale dubbia, voi prendete la palla e battete, anche se non è vostra. Alla peggio vi diranno "cazzo fai?" e voi direte "oh, pensavo fosse mia, hai problemi?". L'arbitro lascerà fare e guadagnerete 30 secondi buoni. Se invece la battono gli altri mi incazzo".

Bambino di buona famiglia: "Ma è scorretto, mister".

Mister del settore giovanile: "Come ti chiami tu?"

Bambino di buona famiglia: "Petrini".

Mister: "Petrini, tu non giochi". E poi, rivolto al dirigente accompagnatore: "Restituiamo la quota al Petrini, non è adatto".

Si chiama “selezione naturale” o “flusso di coscienza del mister di scuola calcio”.

Ebbene, sapete quante rimesse hanno rubato i giocatori del Psg sul 3-1 all'88°? Zero.

Tutto ciò, semplicemente, è inqualificabile.

2) Tecnica della puntata ritardata

Ogni portiere normodotato sa che all'88° ogni rimessa dal fondo deve durare come una puntata de Il Segreto e quantomeno deve essere preceduta da un teatrino devastante: recupero palla, sputo sul guanto, rincorsa interrotta, altro sputo, strappo dell’erba attorno al pallone, sputo. Solo a quel punto, forse, calcio della puntata lontanissimo.

Obiezione del precisino: "Eh ma perché sputi sul guanto? Non serve. E poi così rischi l'ammonizione".

Risposta del tecnico saggio: "Senti, coglione... E 'sti grandissimi cazzi?".

Signori, io ve lo dico, il portiere Trapp non è riuscito a farsi ammonire per perdita di tempo, il che non è grave, è imperdonabile.

3) Tecnica del crampo assassino

I giocatori di calcio all'88° e con tre gol di vantaggio, da che mondo è mondo hanno i cazzo di crampi. Non esiste che non li abbiano! Devono andare giù come fusi, devono contorcersi dal dolore e dire “ho il crampo, fa malissimo!”, possibilmente devono improvvisare uno svenimento come se avessero appena terminato un ragionamento sui bosoni con Bettarini.

Il crampo, signori, non è provabile, l’avversario ti dice “non c’hai un cazzo, alzati!” e tu ti rivolgi all’arbitro: “Ha sentito arbitro? Dice che non ho un cazzo! Ma io ho il crampo!”. E quello non può che abbozzare.

In quei casi, tra l’altro, è consigliatissimo l’ingresso del massaggiatore con almeno due bombolette di ghiaccio spray da scaricarti addosso tipo mini reattori della Nasa. Le bombolette spray notoriamente non servono a una sega ma ti fanno guadagnare almeno 20 secondi.

Ebbene, sapete quanti giocatori del Psg hanno avuto i crampi? Un cazzo di nessuno! Sapete quante bombolette spray sono state consumate negli ultimi 5 minuti della partita? Neanche mezza. Questa cosa, signori, è da ufficio inchieste al contrario!

4) Tecnica del doppio pallone

Se vedi che i tuoi avversari tentano il forcing e sei in difficoltà, non c'è nulla di più normale che buttare in campo un secondo pallone "per sbaglio". In Terza Categoria è la cosa che ti insegnano prima ancora della celebre “Tecnica Baresi” (“alza il braccio se pensi che sia fuorigioco, ma anche e soprattutto se non lo è”). Perdonatemi: ma se funziona in Terza Categoria, per quale legge divina non deve funzionare anche al Camp Nou? Emery dove è cresciuto, nella Coverciano di Plutone?

Obiezione del precisino: "Eh ma se butti in campo il pallone l'arbitro di solito indica l'orologio e dice "recupero tutto il tempo!", quindi non ne vale la pena". A questi ingenui – tutti figli del Petrini – ricordiamo che gli arbitri dicono SEMPRE “recupero tutto” ma poi non lo fanno mai. Secondo voi il fischietto tedesco Aytekin è diverso da Timozzi che ha diretto Paestum-Voltri negli amatori? Ma per piacere.

Ebbene, sapete quanti doppi palloni sono comparsi sul prato nel Camp Nou dopo il minuto 88’ e cioè nel momento di massima difficoltà dei francesi? Neanche uno. E questo, converrete, è il peccato più grave.

5) La rissa “come se ti avessero insultato gli affetti più cari”

Questo genere di tecnica trova la massima espressione nel caso “Materazzi-Zidane” del 2006 e non ha bisogno di essere spiegato. Sei in difficoltà? Non riesci a uscire dalla tua area? Devi solo far passare il tempo? Allora, porca la miseria, PROVOCA UNA CAZZO DI FUTILE RISSA! Inventa, drammatizza, urla “Busquets guai a te se nomini ancora mia madre!”. E Busquets: “Ma io non ho nominato tua madre…”. E tu: “Ancora la nomini? Eh? Ancora??? Allora te le cerchi!”. E a quel punto dai di matto tipo Er Mutanda contro Pappalardo o, ancor meglio, cadi mentre urli e dici “ho un cazzo di crampo, ma devo resistere in onore di mia madre che tu hai nominato invano”. Questa tecnica ti può far perdere – udite udite – fino a tre minuti di tempo che l’arbitro non recupererà MAI interamente.

Signori – e qui chiudo – DAL MINUTO 88° IN AVANTI NON C’E’ STATA NEPPURE UNA PARVENZA DI RISSA, una scaramuccia, niente di niente.

Emery è rimasto lì, in silenzio, come se non avesse mai visto una puntata di Campioni–Il Sogno. E se non hai visto una puntata di Campioni–Il Sogno allora ti meriti di uscire dalla Champions.

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: la "bomba" su Allegri. Milan: ecco la versione "cinese" sul futuro fuori e dentro al campo. Inter: la guerra attorno a Pioli (e quelle strane voci). Napoli: che sia una notte senza rimpianti

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: la "bomba" su Allegri. Milan: ecco la versione "cinese" sul futuro fuori e dentro al campo. Inter: la guerra attorno a Pioli (e quelle strane voci). Napoli: che sia una notte senza rimpianti

Oggi ho veramente mezz’ora di tempo. Una miseria. Di solito lo dico a caso, questa volta sono serissimo. Quindi per una volta sarò davvero breve, lo giuro.
Prima di iniziare, però, una considerazione piuttosto seria: la comunicazione all’epoca dei social network è complicatissima.
Ognuno scrive e dice un sacco di troiate. Io, per dire, sono maestro di “scrittura e pentimento”. Questa cosa viene sfruttata da una nuova categoria di persone: “i rompicoglioni da social”.
I rompicoglioni da social non ti lasciano passare niente. Dici che c’è bel tempo? Per loro hai “una visione distorta delle cose. Non sarà che hai qualche interesse a dire che c’è bel tempo? Stronzo”. L’insulto finale è il segno distintivo del “rompicoglioni da social”.
Per farvi capire cosa intendo, riporterò due discussioni realmente avvenute questa settimana, a mio modo di vedere esempi magistrali del puttanaio a cui siamo tutti quanti sottoposti.
Tweet del sottoscritto durante Samp-Pescara: “Per me Muriel è fortissimo, parecchio discontinuo ma fortissimo”. Ora, questa scemenza scritta non per cambiare le sorti del mondo, ma per far passare il seguente e complicatissimo concetto “a-Biasin-piace-Muriel” ha generato le seguenti risposte.
“Non vogliamo all’Inter quella sega! Servono i campioni!”.
“Tienilo tu Muriel: è grasso e non serve a nessuno!”.
“Vuoi condizionare le scelte sul mercato? Eh? Vergognati”.
Fino al classico “stronzo!” che non passa mai di moda.
Mi sono permesso di rispondere a uno dei tanti “Scusa, ma se scrivessi “Mi piace molto Emily Ratajkowski” mi risponderesti “No! Troppe tette! Non è adatta per l’Inter”? Ho solo detto la mia”. Mi ha risposto: “La Ratajkowski è gobba, dovresti saperlo, vergognati”.
E poi domenica. Dopo Cagliari-Inter 1-5. Tweet: “Pioli sta facendo bene, una buona domenica per l’Inter, meno per quelli che lo vedono traghettatore a prescindere”. Apriti cielo!
“Questa vittoria aumenta i rimpianti! Altro che bella domenica!”.
“Sì, ma all’inizio l’Inter ha giocato male!”.
“Pioli vince solo con le squadrette, altro che balle”.
“Non vince gli scontri diretti! Serve l’allenatore top! Pioli a casa”.
Fino allo straordinario “Pioli fa male a vincere, paradossalmente se arriva in Champions non lo confermano”.
E allora, perdonate, ma partiamo dall’Inter.

QUI INTER

Poche righe, pochissime. La vittoria con il Cagliari è stato il successo “meno celebrato di sempre”. La gente non ha detto “che bello, passo una bella domenica da interista”, ma “questo 5-1 vale niente”. Questa cosa, scusate, è illogica.
Tutti abbiamo capito che questo è un campionato anomalo e che ci sono 5/6 squadre che vincono quasi sempre, ma non è sufficiente per sentenziare “Pioli è inadatto”.
Il tecnico nerazzurro ha messo insieme 15 turni di campionato. In questa che – badate bene – non è una classifica “parziale”, ma l’intera strada percorsa da Pioli in nerazzurro, è riuscito a mettere insieme 34 punti, 3 meno della Juventus prima. Un terzo posto “virtuale” (dietro anche al Napoli) che conta una fava in termini di “classifica finale”, ma dice molto dell’operato di Pioli. Ha perso gli scontri diretti? Può darsi, ma evidentemente c’è chi in questo periodo ha fatto peggio di lui. Lo dicono i numeri, non io.
Questo non significa che l’Inter debba confermare l’allenatore oggi, semmai che lo stesso abbia tutto il diritto di giocarsi la riconferma.
Conte? Simeone? Sono ovviamente tecnici validissimi e più "internazionali", ma in questo momento parlare di loro ha poco senso, soprattutto se si crede ancora nel terzo posto. Chi insiste con “speriamo in Conte o Simeone” ha già ammainato bandiera bianca, secondo la logica – facile e assai poco utile – del “pensiamo al futuro perché il futuro è sempre bello”. Cazzate: chi cerca costantemente consolazione nel futuro avrà sempre paura del presente, anche se arriverà Conte, anche se arriverà Simeone, anche se arriverà l’ibrido “Contone” (o “Simeonte”), tecnico mitologico che mangia avversari e - almeno in teoria - sputa triplete.

QUI MILAN

Due cose veloci.
La prima. Chiedo scusa a Sosa, perché chi non riconosce e nasconde i propri errori è solo un fetente. Un paio di mesi fa scrissi una cosa tipo “…e giocatori come Sosa che non giocano mai e sono venuti a Milano a svernare”. Da quel momento Sosa si è trasformato in Iniesta. Bravissimo lui, sputasentenze io.
La seconda. Ho fatto la mia solita telefonata “per capirci qualcosa”. Vi riporto il tutto mettendo ben in risalto che il sottoscritto non intende illudere nessuno, semplicemente prova a fare il suo mestiere.
Discutendo con la “parte cinese” (e solo quella), ecco quello che ho ricavato:
i soldi della terza caparra da 100 milioni non arriveranno prima di venerdì. Magari tra dieci giorni e comunque il prima possibile, ma sicuramente non prima di questo fine settimana.
all'arrivo dei soldi verrà stipulato il nuovo contratto di cessione, che è già in fase di stesura (con qualche difficoltà) tra gli avvocati delle due parti.
insieme con la prossima tranche verrà completata la documentazione (in parte già arrivata) che garantirà la tracciabilità del denaro in osservanza alle norme anti-riciclaggio.
il closing, almeno nelle intenzioni, non è in discussione. Dopo un investimento da 200 milioni e con altri cento in arrivo, sarebbe incredibile e grottesca una rinuncia all'affare. Il vero problema, anche in ottica futura, resta l'esportazione del grano al di fuori della Cina, bloccata dalle recenti restrizioni volute dal governo di Pechino.
Per risolvere lo stallo in passato si è pensato anche di aprire un conto a nome di Fininvest in una banca cinese. La holding di casa Berlusconi, però, non avendo interessi in Asia, avrebbe poi avuto gli stessi problemi di Sino Europe per portare fuori dal Paese i capitali e quindi l'ipotesi è stata tralasciata.
tutte le trattative messe in piedi dalla coppia Fassone-Mirabelli sono ancora aperte. Nessun interlocutore di mercato, al momento, si è spaventato di fronte allo stallo nella trattativa.
i futuri dirigenti non hanno ancora sottoposto il piano-mercato a Montella, che sarebbe (ovviamente) confermatissimo sulla panchina rossonera. Sempre se l'Aeroplanino accetterà l'eventuale progetto del Diavolo cinese.
proprio per rispettare il lavoro di chi da tanti anni - e tuttora - opera all'interno della società, non ci sono stati contatti con Mino Raiola per discutere il contratto di Gigio Donnarumma.
Fine. Tutto ciò tranquillizza i tifosi del Milan? Neanche un po'. Ci sono tante e crescenti ombre attorno alla faccenda? È evidente. Qui si riportano informazioni e si evitano sentenze. Quelle le lasciamo ai tanti che hanno certezze da vendere (beati loro...).

QUI JUVE

«Con Allegri ancora assieme al 100%? Penso proprio di sì e in questo momento non ci sono motivi ostativi. Noi siamo contenti di lui e lui di noi, quindi il problema non si pone. Andiamo avanti insieme per cercare di coronare un risultato importante». Parole e musica di Beppe Marotta. Noi lo andiamo ripetendo da un po' e avevamo sputato una simile sentenza anche nell'editoriale della scorsa settimana. Ora il dg della Juve conferma il nostro pensiero: né alla Signora né ad Allegri conviene in questo momento guardarsi attorno. Migliorarsi è difficile, mentre è facile rovinare una macchina che funziona alla perfezione. Poi, ovviamente, saranno i risultati da qui a fine stagione a cementare o modificare le attuali certezze. Quali? Al momento nessun tecnico è stato "allertato", né Allegri si è promesso ad alcuno.

QUI NAPOLI

In bocca al lupo, Napoli. Nel senso del Wolf-sburg, l'ultima squadra a battere il Real Madrid 2-0 in casa nei quarti d'andata dell'anno scorso (al Bernabeu poi finì 3-0, quindi in teoria gli azzurri partirebbero persino avvantaggiati grazie al gol di Insigne). Il piano di Sarri è «rompere i cogl...», ma gli azzurri possono e devono fare di più. Soprattutto devono dimostrare di essere una squadra che può giocarsela a questi livelli senza paura e con certezza dei propri mezzi. E soprattutto per i 90' interi, evitando cali come quelli di Roma. Servono prestazioni di questo livello per far maturare un gruppo ambizioso e saturo di "cazzimma". Stupire l'Europa si può, De Laurentiis... Pure.

Chiudo con una stupida lettera aperta che potrebbe scrivere un eroe moderno, una vittima del calcio di oggi. Ma in fondo anche un gran paraculato dei regolamenti attuali, quei sistemi al limite della follia che hanno trasformato una buona fetta degli extracomunitari in caselle da occupare in attesa di scovare un campione in Brasile o Argentina. (Twitter @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

LETTERA APERTA AI MILANESI


Ciao,
non faccio un cazzo.


Cioè, voi cosa vi inventate per passare il tempo? Andate in cima al Duomo a fare "Topoli Madonnina"? Oppure fino all'ultimo piano della Rinascente dove vendono il tonno buono in vetro e le salse rare? 

Io mi annoio.


Non che dov'ero prima si stesse meglio, per carità, sputazzavano per terra, ma almeno mi davano retta. Dicevano che ero bravino. Qui non mi fila nessuno, neanche Moratti, per dire, e Moratti in genere ha una buona parola per tutti.


L'altro giorno sono andato a vedere le palme in piazza Duomo per passare una mezz'ora. Del resto ne parlavano tutti. Dopo cinque minuti ho pensato "e sticazzi?". E sono tornato ad annoiarmi.


A casa mia (non quella milanese) è tutto più bello: c'è l'oceano, il deserto, le piante giganti. Altro che Idroscalo e banani.


Milanesi, io non ce l'ho con voi, ma qui è una barba. Cioè, corro tutti i giorni, mi metto anche in mezzo al gruppo, ma loro non mi considerano, mi mettono da parte, mi sfottono, dicono uè pirla.

 Anche il giappominchia mi sfotte.


Sentite, facciamo così: mi hanno detto che a Milano c'è sempre il problema del "decimo" a calcetto. Quello che all'ultimo si sfila e vi lascia nella merda. Io ve lo dico: sono automunito e vengo volentieri.

 Qualcuno dice che son meglio in porta che fuori: non sottovalutate il fatto che potete farmi giocare dove cazzo vi pare.

 Oh, ve lo dico: io una volta ho fatto cento palleggi.


La chiudo qui che c'ho l'apericena all'Arco della Pace, poi grossa cinemata con anche il giappominchia a vedere Trainspotting II, figata.

Ah, se pensate che io sia un povero coglione volevo farvi presente che:
1) La mia fidanzata si chiama Elissa Arnold, andatela a vedere e poi ne riparliamo.
2) Sono qui da un mese e ho appena preso lo stipendio. Dunque, aiutatemi con i calcoli: guadagno 4 milioni di dollari australiani, che al cambio sono 2.86 milioni di euro, che al mese fanno 240.000 euro circa.
Per non fare un cazzo di niente, ricordiamolo.

Chi è il coglione?



A risentirci Milano,
ricordatevi che per il calcetto io ci sono sempre e metto la quota prima della partita, ché alla fine c'è sempre quello che va via e non paga e poi glielo chiedi e ti dice "io li ho messi, sarà stato Garullo", ma lo sai che non è vero.

Ancora ciao,
il vostro "decimo uomo".

Trent Sainsbury

Ps. Se addirittura siete in otto posso chiedere all'amico mio Barbosa: è un po' veneziano ma a cinque vi fa la differenza, fidatevi.