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Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: c’è un nome per sostituire D.Alves (ma fa a “pugni” con D.Costa…). Milan: attenti alla novità “per forza” su Donnarumma (e Conti…). Inter: tutto quello che Spalletti ha chiesto dal mercato. Napoli: Raiola ci ha fa

Editoriale di Fabrizio Biasin, Juve: c’è un nome per sostituire D.Alves (ma fa a “pugni” con D.Costa…). Milan: attenti alla novità “per forza” su Donnarumma (e Conti…). Inter: tutto quello che Spalletti ha chiesto dal mercato. Napoli: Raiola ci ha fatto un regalo




Per iniziare salutiamo tutti assieme Luigi di Sciacca, filibustiere siciliano incontrato sabato sera a Como.

“Ciao, tu scrivi chilometri di robe su tmw. Ti leggo per addormentarmi”.

Gli ho offerto un birrone bello fresco perché mi sembrava un complimento. A mente fredda rivorrei i 3 euro e 50. Grazie.

Luigi di Sciacca non ha mica tutti i torti: qui ci si dilunga troppo. E allora oggi cambio metodo: meno chiacchiere ma un ritmo più incalzante, un ritmo alla “procuratore di Conti”.

Del procuratore di Conti non ricordo il nome, ma ho capito il metodo: “Sì fa come minchia dico io”.

In questo momento del pezzo, per esempio, non avrebbe molto senso scrivere f vvnunuvv q vrv nqoui, ma noi lo possiamo fare perché usiamo il metodo “procuratore di Conti” e facciamo come ci pare.

O che bel castello marcondirondirondello o che bel castello marcondirondirondà.

La filastrocca è imposta e se per caso avete intenzione di protestare ce ne sbattiamo altamente e non ci presentiamo al ritiro.

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Il punto qua sopra vi disturba? E allora? Cancellatelo. Noi usiamo il metodo “procuratore di Conti” e, più in generale, il metodo “calcio moderno”.

Nel calcio moderno hanno recentemente introdotto le seguenti pratiche: la minaccia di morte, il mobbing, i vaffanculo reciproci, il “ce lo dico alla maestra”, la conferenza-non conferenza a Montecarlo, l’annuncio a mezzanotte a reti unificate, il lancio di dollari mentre gioca la Nazionale, il procuratore di Conti, i diritti tv che non li vuole neppure Tele-Mortazza, le chiappe abbrustolite di Wanda, Ronaldo che non vorrebbe pagare le tasse e quindi invece di dire “pago” dice “mi levo serenamente dai maroni”, Dani Alves che se ne fotte e dice quel che gli passa per la testa, altro.

Nemico del calcio moderno è il calcio antico, che prova a resistere strenuamente e chissà se ce la farà.

“La balena senza culo sa contar fino a 21: 1, 2, 3, 4 eccetera”. Cosa c’entra “la conta” a questo punto dell’editoriale? Niente: ma è un rigurgito del metodo “procuratore di Conti”.

Parlavamo del calcio antico. Ieri Nicola, tecnico del Crotone, ha terminato la sua biciclettata: 1200 km da Crotone a Torino. Aveva dato la parola, l’ha mantenuta, lungo il percorso si è ricordato di chi non c’è più, ha fatto beneficenza, si è sbattuto per far capire che il calcio non è solo “clausole rescissorie e cazzi vari”. Complimenti a lui. E complimenti pure ad Alessandro Lucarelli: nel 2015 piangeva (letteralmente) per aver assistito alla “morte” del suo Parma, vittima di gente quantomeno stramba. È rimasto aggrappato a un sogno, lo ha realizzato domenica: il Parma è tornato in serie B. Onore anche a lui.

E ora una bella sigla di cartone animato Anni ’80 che ci sta come il cacio sui maccheroni:

Ken, sei tu, fantastico guerriero, sceso come un fulmine dal cielo.
Ken, sei tu, il nostro condottiero, e nessuno al mondo adesso è solo.

Fine del metodo “procuratore di Conti”.

QUI MILAN

Eccoci qua. Siccome sono certo che siate stufi di sentir parlare del caso-Donnarumma, eviterò di dire la mia.

Meglio parlare di “fatti”: il Milan ha aumentato l’offerta per Conti (23 milioni più contropartite e senza pagamenti dilazionati), Perin e Neto “lottano” fra di loro ma devono fare i conti con “quel che era, sembrava non essere più, ma forse sarà”.

Bene, ho resistito tre righe: ecco il caso-Donnarumma.

Il caso-Donnarumma è qualcosa che va “oltre”: oltre la logica, il buonsenso, oltre la normale natura delle troiate del calcio.

È normale che si parli di milioni da dare a un ragazzino neanche fossero olive denocciolate? Beh, è bravo, quindi sì, è (quasi) normale e non bisogna indignarsi.

È normale che non ci sia un “limite” a qualunque cosa graviti attorno a questa faccenda? No, non lo è.

Non c’è un limite al buongusto, alla voglia di tirare la corda, all’imbarbarimento della comunicazione tra chi è certo di una cosa e chi del suo opposto e per far valere la sua tesi “grida” il più possibile, non c’è limite al senso di irresponsabilità per chi ha scientemente scelto di lasciare un ragazzo di 18 anni in balìa degli eventi, “ma tanto è forte e sereno, lo vediamo agli allenamenti dell’Under 21 che se la ride”.

Ma davvero pensate di poter dire “è sereno”? Mettereste la firma sotto la frase “il ragazzo supererà senza alcun problema questo momento di trambusto, normale passaggio nella carriera di un giocatore importante”? Ne siete sicuri? Buon per voi che avete certezze e sangue freddo.

Qui il dato di fatto è che chi ha scelto di arrivare a questo punto, forse, si è spaventato. Raiola non lo ammetterà mai, ma si è spaventato perché non è per nulla scemo e si è accorto che sta accadendo qualcosa che va oltre le normali leggi del compra-vendi. Ha aggredito verbalmente Mirabelli perché non conosce la formula “veniamoci incontro”, ma la “conferenza” era solo il modo per dire “ok, stop, facciamo un passo indietro”.

Dall’altra parte anche la società ha capito. Ha capito che quello che sta accadendo sulla pelle di un 18enne non è normale, che l’offerta da 5 milioni a stagione è stra-generosa ma a un certo punto è meglio far finta di niente e dire “Siamo qua, se volete possiamo parlarne ancora”.

“Parlarne” non significa tornare assieme per forza, ma magari trovare un modo per sistemare un puttanaio colossale che produce soldi, ma anche tanto imbarazzo. Ci si può dire addio, ma in altro modo.

Come dite? Non credete alla sensibilità delle parti in causa? A quella di Mino e di Fassone-Mirabelli? Ci sta. Ma allora, voi come me, dovete credere fermamente a quella dei genitori del portierone dell’Under 21. Nessuno di noi li conosce, ma per forza di cose quello che sta accadendo li porterà a prendere una posizione, a pretendere “pace”, anche a costo di smenarci qualcosa. Il calcio e i suoi quattrini (per quanti possano essere) non possono arrivare prima della libertà di un ragazzo di 18 anni di girare per Milano o in qualunque altra città risieda un tifoso incazzato. Come dite? È Il tifoso “pericoloso” la anormalità? Vero, è così, ma il calcio e chi gli sta attorno è da sempre “anormale”, per questo certe decisioni devono “prevedere tutto” e passare da compromessi (tra l’altro milionari).

Presunte minacce, forzature, conferenze, annunci, pressioni di ogni genere: se anche Gigio fosse il ragazzo più forte sul pianeta, suo padre e sua madre non potrebbero comunque far finta di nulla, non accorgersi che così non va bene e loro figlio viene prima di un contratto, per quanto importante esso sia. Facciano un passo avanti (loro) e indietro (tutti gli altri, ma proprio tutti): solo così si può riportare nei binari un treno senza senso.

QUI INTER

Succedono cose, anche se non sembra. L’Inter tratta Borja Valero ma sembra quasi non freghi niente a nessuno. Sono i paradossi del mercato: se un giocatore lo paghi dai 20 milioni in su allora “beh, buono questo!”, se invece ti costa 7 milioncini allora “mah, è bollitino…”. Come se nessuno avesse visto una partita della Fiorentina negli ultimi due anni.

Il giocatore spagnolo è richiesta esplicita del nuovo allenatore Spalletti, Rudiger anche, ma non è l’unica opzione presa in considerazione dal club. Skriniar? Un’altra possibilità, ma non alle cifre riportate qua e là (e con Caprari di mezzo). Dalbert invece resta un obiettivo concreto, del genere che fino a ieri “mah, chi cazz è questo qui?” e oggi “se ce lo facciamo fottere dalla Juventus siamo matti!”. È la normalità delle cose.

L’Inter – intesa come chi ci lavora – è serena, molto di più rispetto a una parte di tifosi legittimamente preoccupati, forse anche troppo.

La filastrocca del fairplay che “pretende” 30 milioni entro il 30 giugno e poi permetterà ai nerazzurri di far partire il mercato in entrata la conoscete tutti. Tocca fidarsi, soprattutto bisogna dar retta al tecnico che alla prima ad Appiano ha detto tante cose, forse più importanti di quelle legate al mercato. Il giorno della presentazione il signore di Certaldo non ci ha fatto capire quel che “sarà”, ma certamente quel che “non sarà”.

Non sarà un’Inter di pelandroni, di mezzeseghe, di gente che ti guarda negli occhi e ti dice “boh, abbiamo mollato ma non sappiamo perché”, non sarà l’asilo nido perché quello verrà abolito in partenza (“chi non sposa il progetto deve andare via”), non sarà la squadra dell’allenatore-amico (“non mi interessa essere amico dei giocatori”), delle leccate di culo, delle apparenze, dell’amore. Non sarà nient’altro che un’Inter divisa a metà tra l’Inferno di chi ci ha provato e non ce l’ha fatta (ma si potrà guardare allo specchio) e il Paradiso di chi finalmente è tornato “nella sua dimensione”. Nessuna alternativa e tanti cari saluti al Limbo del “boh, è andata male, eppure noi siamo bravini...”. Ecco, con Spalletti, scordatevi il maledetto Limbo.

QUI JUVE

La Juve ha fretta, soprattutto quella di allontanare le rotture. Dani Alves sta diventando una rottura? Meglio risolvere il problema. Il City lo vuole? Faccia la sua offerta. È l’atteggiamento, se vogliamo spocchioso, di un club che se lo può permettere e che, soprattutto, ha necessità di trovare in fretta alternative di livello. Danilo del Real piace assai, ma è brasiliano e “cozza” con Douglas Costa, a sua volta extracomunitario. Per quest’ultimo l’offerta al Bayern Monaco è succosa: 40 milioni più bonus che non sono proprio bruscolini.

Poi tocca tamponare: il Chelsea insiste per Alex Sandro, Bonucci ha i suoi bei spasimanti inglesi, escono voci di presunti litigi a fine primo tempo della finale di Champions tra lo stesso Bonucci e la coppia Barzagli-Allegri. Bisogna, insomma, slalomeggiare tra le rotture di balle che giocoforza toccano a tutti i club, anche i più organizzati. La garanzia in questo caso si chiama “Juventus” che è una paraculata inutile per terminare il pensiero, ma anche il “dato di fatto” di un club che negli ultimi sei anni quanto a “gestione” è diventato modello da esportazione.

QUI NAPOLI

L’esatto momento in cui Fassone annuncia “Donnarumma e il suo procuratore hanno scelto di non rinnovare” a molti è venuto in mente Marek Hamsik.

Marek Hamsik non è un santo, ma a suo tempo ha detto “no al colesterolo” ma anche a Raiola e oggi si gode l’amore totale di una città. Grazie Mino per avercelo fatto ricordare.

Non è poco, soprattutto gli vogliamo bene perché ci permette di dire qualcosa di bello e sentito sul Napoli in attesa che De Laurentiis comunichi quali sono le sue intenzioni: restare forti e basta o fare il salto in avanti sul mercato per provare a chiudere alla grande il triennio sarriano? Attendiamo fiduciosi.

Fine. Per la serie “Biasin per il sociale”, quel rompicoglioni di Claudio Savelli (@pensavopiovesse, ricordiamolo, fido scudiero) ci ha preso gusto e anche questa settimana vuol dire la sua sulla faccenda “Raiola e comunicazione”. Siccome lo spazio online non costa, concedo volentieri a lui il proscenio e chiedo scusa per questi rigurgiti di serietà che fanno male a tutti noi minchioni (Twitter: @FBiasin @ilsensodelgol Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

L'aspetto più inquietante del caso-Donnarumma è paradossalmente collaterale, all'apparenza secondario, eppure di fondamentale importanza. Per tutti. Questa storia, se vista da un punto di vista “diverso”, sta addirittura diventando un'occasione da cogliere. È obbligatorio premettere ciò che ormai è evidente, cioè che il mancato rinnovo del giocatore sembra essere diventato il pretesto per il duello dialettico tra Raiola e il Milan. I protagonisti degli ultimi giorni sono loro, non Donnarumma.
Questa sfida, per le modalità con cui si sta sviluppando, è un invito a ragionare sul senso dell'informazione, del giornalismo, sui suoi doveri e diritti. Partiamo dalla fine: è stato giusto da parte dei media “selezionati” accettare l'invito all'“intervista” in casa-Raiola a Montecarlo? O sarebbe stato meglio disertare? L'errore non è del protagonista, lui ha fatto il suo gioco, il suo mestiere: ha scelto gli spettatori di un monologo (pur debole e contraddittorio), qualcuno che ascoltasse e riportasse le “sue” ragioni. Ma il compito del giornalista è solo questo, oppure andava preteso un dialogo, un contraddittorio? Era poi giusto accettare l'imposizione dell'orario di pubblicazione (o messa in onda) del servizio? I media “eletti” hanno fatto il loro mestiere, perché avevano un “dovere di cronaca” da onorare, oppure hanno facilitato il gioco di Mino e in cambio si sono ritrovati con una pagina pronta, un servizio preconfezionato? La linea di demarcazione è sottilissima, ma è una questione decisiva per il futuro dell'informazione nel nostro Paese: non riguarda solo il calcio.
È altresì utile ricordare che ogni estate Raiola trova il modo per aumentare l'eco della sua immagine servendosi delle vicende dei suoi assistiti: in principio fu Balotelli, qua e là i traslochi di Ibra, poi la cessione di Pogba, stavolta il rinnovo di Donnarumma. Il prossimo potrebbe essere Kean. Non è quindi casuale la gestione che ha Raiola della propria figura di procuratore, è organizzata con l'evidente scopo di accrescere il valore economico dell'azienda che rappresenta. Però ha bisogno della stampa e delle televisioni per compiersi nella sua missione. Da solo, Mino Raiola, sarebbe “solamente” un agente di calciatori richiamato al suo mestiere: rappresentare gli sportivi di fronte ai loro datori di lavoro, non se stesso ai nostri occhi. È quindi giusto fornire con una tale facilità gli strumenti che dovrebbero essere a disposizione dei cittadini (per diffondere informazioni, quindi cultura) ad un solo uomo, che evidentemente li utilizza per fini personali? A questo punto dovrebbe essere evidente l'errore, partendo dal presupposto che l'informazione va garantita solo se è veramente tale.
Molti risolverebbero la questione affermando che l'organo di informazione debba assicurare il diritto di parola ad entrambe le parti in causa e che quindi i migliori abbiano dato spazio anche alla voce del Milan (di Mirabelli, di Fassone). Ma se fosse stato il Milan stesso a richiedere quello spazio non sarebbe una pretesa uguale a quella di Raiola? Per rispondere a tutto questo dovremmo parlarne, approfondire e discuterne, forse è l'unica cosa che conta veramente in questa brutta storia. Dovessimo farlo, ne ricaveremmo di certo qualche grammo di civiltà.