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Editoriale di Lapo De carlo, la storia non cambia perché non cambia l'Inter

Editoriale di Lapo De carlo, la storia non cambia perché non cambia l'Inter

L’Inter sta abituando stampa e tifosi a mille apocalissi, a rovesci vissuti con la medesima enfasi e quello stupore di chi rivive la stessa giornata sorprendendosi di qualcosa che le capita sempre da anni. Dopo Crotone-Inter, il cui risultato è mia premura non citare per un senso di imbarazzo, sono tutti coinvolti nella caccia al colpevole che abbiamo vissuto in decine di altre occasioni. E’ colpa di Pioli e dei giocatori? Naturalmente sono loro che vanno in campo ma il problema sta nel fatto che a perdere è la società Inter, sempre e comunque da anni. Sono stati cambiati tre presidenti, manager, dirigenti, allenatori, giocatori, preparatori e magazzinieri in meno di sei stagioni. Sono state fatte scelte più o meno condivise ma in tutto questo caos il denominatore comune è Piero Ausilio, unico ponte tra l’Inter vincente e quella disastrosa dei peggiori anni della storia nerazzurra. Il colpevole non sarà nemmeno lui ed è di certo un grande professionista ma ha delle grosse responsabilità nei criteri di composizione di una rosa e nella gestione della stessa. Mi interessa sapere se l’Inter è in grado di cambiare i propri parametri, di ripensarsi seriamente e senza giustificazioni.

La mia sensazione è che la società non sia in grado di dare la svolta che i tifosi sognano nemmeno la prossima stagione, nonostante le dichiarazioni più che promettenti di Zhang. Il principio del dubbio parte dal tipo di dichiarazioni fatte dagli stessi dirigenti e dall’allenatore attuale che dopo una sconfitta tanto umiliante riesce a dire solo che “è successo quello che non doveva succedere” e altre dichiarazioni rassegnate, felicitate solo dalla possibilità eventuale di rifarsi nel derby. Poi Piero Ausilio battezza la situazione con un sempreverde “i giocatori devono prendersi le loro responsabilità”. Siamo dalle parti dell’ordinario. Da un lato la proprietà rivela la volontà di rendere l’Inter uno dei club più importanti al mondo, facendola tornare dov’era sei anni fa, dall’altra Piero Ausilio modera parecchio la grandeur nerazzurra con una dichiarazione fatta prima di Inter-Samp: "Sarà un mercato con la logica di rinforzare una rosa di qualità, già competitiva e con dei valori, aggiungendo qualcosa di meglio che verrà da fuori. Non top player, ma giocatori funzionali al progetto". Di fatto una frase che traduce il prossimo inevitabile fallimento.

L’Inter è attualmente settima, lontanissima dai valori e dalla mentalità che le potrebbe consentire di lottare per i primi tre posti, e i nomi che vengono fatti con più insistenza sono quelli di Berardi, Bernardeschi e Manolas. Si tratta di ottimi giocatori, di prospettiva e talento ma ancora una volta, per l’ennesima volta, inadeguati a riportare l’Inter dove ambisce. Vedendo l’Inter di inizio stagione e di questo psichedelico finale la questione si riconduce al problema che la società non crede esista: l’Inter non ha un solo fuoriclasse e nessun leader. Nessuno. La Juve ha Buffon, Bonucci, Barzagli e Chiellini, la Roma ha Nainggolan, il Napoli Hamsik, il Milan ha dei giovani che hanno entusiasmo, la Lazio ha Biglia e un talento non inferiore a quello in dote all’Inter e l’Atalanta ha giocatori di grande prospettiva.

Trascurando l’atteggiamento spocchioso di una squadra inspiegabilmente boriosa col Crotone, l’Inter ha giocatori buoni: Handanovic è un buon portiere, Miranda un buon difensore, Icardi, Perisic, Gagliardini ecc… sono tutti buoni giocatori ma privi di quelle qualità umane di cui un grande club necessita. Non a caso il capitano è l’inadeguato Icardi, perché nel regno dei ciechi un orbo è il re. Potete anche dare le colpe a Pioli, come a tutti quelli che si sono seduti in panchina ma è il criterio con il quale viene composta una squadra, oltre alla personalità di una società che è comunicativamente e qualitativamente inodore, insapore.

Ci vorrebbe un buon ripasso di storia ma ricordo solo che l’Inter, dagli anni '70, ha vinto solo sette dei suoi diciotto scudetti, di cui la maggior parte racchiusi tra il 2006 e il 2010. I motivi sono tanti ma la colpa principale che ha la società viene da una indisponibilità a cambiare approccio di lavoro, ha una natura permalosa, barocca e impermeabile alle critiche. E’ come una bella villa in decadenza, nonostante venga abitata da inquilini munifici.

L’ultimo di questi è Zhang/Suning il cui reale impatto deve essere ancora dimostrato. Se le premesse sono quelle illustrate da Ausilio non c’è motivo di credere che i milioni di tifosi interisti possano tornare a sorridere nemmeno con i soldi che verranno spesi da giugno.